“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.”

Che cosa significa? L’articolo tutela il lavoratore affermando che la retribuzione dev’essere sufficiente a garantire una qualità di vita decorosa, nonché stabilendo la durata massima della giornata lavorativa e affermando il diritto al riposo (la festività settimanale e le ferie annuali, il cui scopo è tutelare le energie psicofisiche del lavoratore). Il diritto al riposo è irrinunciabile: un contratto di lavoro che non lo rispetti è privo di validità; in particolare, anche le ferie sono un diritto irrinunciabile: non è possibile sostituirle con un’indennità economica. Si intende tutelare il lavoratore dipendente da situazioni nelle quali verrebbe sottopagato e sfruttato. Tuttavia il mondo del lavoro contempla oggi un’ampia gamma di figure per le quali le garanzie costituzionali diventano di difficile applicazione, o per la natura del contratto o per le condizioni in cui si attua: lavori a tempo determinato, prestazioni intellettuali, contratti a progetto, contratti a chiamata. Nella società attuale infatti le esigenze delle aziende, che devono fare i conti con un’economia dai ritmi imprevedibili, si scontrano con i bisogni e i diritti dei lavoratori. Questa tensione è all’origine di un dibattito politico accesso che periodicamente sfocia nell’emanazione di nuove norme sul lavoro, alla costante ricerca di una soluzione equilibrata e in grado di soddisfare le esigenze di entrambe le parti. L’articolo in esame sancisce innanzitutto il principio della giusta retribuzione, secondo il quale vi deve essere proporzione tra retribuzione e quantità e qualità del lavoro prestato e secondo cui la retribuzione debba essere in ogni caso sufficiente ad assicurare al lavoratore ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La norma costituzionale non stabilisce, in concreto, quale retribuzione spetti al prestatore, perché questo viene lasciato alla legislazione ordinaria. La Costituzione, però, detta i criteri sulla base dei quali emanare questa normativa che sono quello della proporzionalità e quello della sufficienza. In base al primo, deve esserci una relazione corrispettiva tra ogni elemento della retribuzione ed ogni elemento della prestazione lavorativa: così, ad esempio, una parte di retribuzione può consistere in elargizioni diversi dal denaro, come le partecipazioni agli utili societari. La sufficienza indica la misura minima del compenso, che deve essere tale da rispettare libertà e dignità del lavoratore e della sua famiglia. La durata massima della giornata lavorativa è in 40 ore settimanali (salvo particolari categorie di lavoratori, come le donne o i minori, o certe tipologie di lavoro). Inoltre, l’articolo sancisce il diritto al riposo settimanale e le ferie annuali, ed alla loro irrinunciabilità. Sia il riposo settimanale, sia le ferie annuali sono previsti allo scopo di consentire al lavoratore di realizzare la propria persona anche in relazione ai suoi interessi ed ai suoi rapporti famigliari, nonché di riposare e recuperare le forze. Si deve sempre considerare che la retribuzione comprende diverse componenti: il salario base stabilito dal contratto di lavoro; le indennità di trasferta, di rischio; gli straordinari per le ore di lavoro svolte oltre l’orario di lavoro normale; i premi e gli incentivi legati alla produttività, alle performance individuali; la tredicesima e la quattordicesima; contributi previdenziali per garantire la copertura pensionistica; benefit aziendali come buoni pasto, auto aziendali;

Introduzione di un salario minimo in Italia: sì o no?

E’ questa la domanda che tutti si stanno ponendo ormai da qualche tempo, da quando è stata avanzata una proposta di legge in merito. Nell’ordinamento italiano non esiste un livello minimo di retribuzione fissato per legge, ma appunto l’articolo 36 della Costituzione riconosce il diritto, per il lavoratore, ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Il richiamato articolo 36 va letto unitamente all’articolo 39 della Costituzione che attribuisce ai sindacati, previa registrazione, il potere di stipulare contratti collettivi di lavoro vincolanti per tutti i lavoratori appartenenti alla categoria cui il contratto si riferisce, e ciò da parte di una delegazione unitaria di tutti i sindacati registrati, ognuno rappresentato in proporzione ai propri iscritti. A settembre 2023 ai vertici del governo si è cominciato a discutere dell’introduzione del salario minimo come di una concreta possibilità. Tra i 27 paesi dell’Unione Europea, 21 hanno già una soglia salariale minima, ciascuno in misura coerente con il costo della vita e con l’andamento dell’economia del Paese. Ma perché in Italia non è ancora stato introdotto?  Prevedere un ”minimo salariale” significa in pratica stabilire una retribuzione minima che il datore di lavoro è tenuto a corrispondere ai propri collaboratori per il lavoro svolto in una determinata quantità di tempo. Si tratta di una soglia retributiva che non può essere fissata a un livello inferiore rispetto a quella stabilita dai contratti collettivi o dagli accordi individuali. L’obiettivo è quello di evitare retribuzioni eccessivamente basse per i lavoratori e garantire loro un salario minimo di sussistenza, equo e proporzionale al lavoro svolto. 

In tale prospettiva lo Stato interviene nella contrattazione collettiva, limitando la libera determinazione dei salari operata dal mercato al fine di incrementare le retribuzioni di coloro che sono in fondo alla scala salariale. E’ importante precisare che lo scopo del salario minimo è diverso da quello della contrattazione collettiva: il primo stabilisce la soglia minima di retribuzione, la seconda, invece, consente di fissare i salari oltre tale soglia. A stabilire il salario minimo possono essere la legge, un’autorità competente, un comitato o un consiglio salariale, un tribunale del lavoro oppure si può stabilire dando validità di legge alle disposizioni dei contratti collettivi.

In ogni caso, quando si stabilisce un minimo salariale, è importante indicare non solo le componenti del salario rientranti nel calcolo della retribuzione minima, ma anche altri eventuali elementi del pacchetto retributivo (benefit come trasporti aziendali, buoni pasto, vitto e alloggio…) e la base di calcolo oraria o mensile del salario. La proposta di legge presentata prevede l’introduzione di un salario minimo superiore a 9 euro all’ora, e già questo potrebbe rappresentare un problema nella sua attuazione. In Italia infatti, salvo rari casi, non è prevista una retribuzione oraria, ma la maggior parte dei contratti è impostata su un valore mensile da moltiplicarsi per il numero delle mensilità. 

Un altro tema, da non trascurare, è costituito dalla molteplicità dei contratti collettivi nazionali, ciascuno dei quali presenta una diversa modalità di calcolo della retribuzione oraria. Ma maggioranza e opposizione continuano a essere divise sul tema: c’è chi pensa che la misura potrebbe essere un buon modo per combattere il lavoro “povero”, cioè quello non retribuito dignitosamente e quindi non conforme all’articolo 36 della Costituzione italiana, adeguando il nostro Paese agli standard europei, e chi preferisce invece puntare sulla contrattazione collettiva e sul taglio del cuneo fiscale. I partiti di maggioranza – anche se con posizioni diverse al loro interno – continuano a non essere convinti e preferiscono puntare su un rafforzamento delle tutele attraverso la contrattazione collettiva e sul taglio del cuneo fiscale ( riduzione delle imposte, riduzione dei contributi) per abbattere il costo del lavoro. C’è poi anche il discorso della rappresentatività dei contratti collettivi: se è vero che la stragrande maggioranza dei lavoratori è coperta da questi strumenti, resta comunque una bassa percentuale che non ha nessun contratto di riferimento a stabilire una paga minima oraria. E ancora, i contratti collettivi nazionali lasciano comunque scoperti i lavoratori autonomi. Nella proposta delle opposizioni, la soglia dei 9 euro si applicherebbe invece anche a chi non ha un contratto di lavoro subordinato, andando così a eliminare diseguaglianze tra autonomi e dipendenti Stabilire un salario minimo legale, secondo chi lo appoggia, porterebbe anche l’Italia ad adeguarsi al resto d’Europa. Sono soltanto sei gli Stati Ue che al momento non lo prevedono: Italia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria e parzialmente Cipro, dove esiste solamente per specifiche categorie di lavoratori Se si introducesse il salario minimo di 9 euro, l’Italia diventerebbe poi uno dei Paesi con le retribuzioni più alte. Per il fronte dei no, uno dei problemi principali del salario minimo legale è che aumentando il costo del lavoro, si andrebbe a incentivare il nero ma anche a scoraggiare le nuove assunzioni C’è poi il fatto che molti contratti di lavoro nazionali prevedono già una paga oraria che è superiore o comunque pari a 9 euro. Meglio quindi spingere sul taglio del cuneo fiscale, lasciando più soldi in busta paga ai lavoratori dipendenti e abbattendo le spese anche per i datori di lavoro Si mette in luce anche come il salario minimo potrebbe dare il via a una spirale inflazionistica, perché le aziende potrebbero decidere di scaricare i nuovi costi del lavoro sui consumatori finali E c’è anche chi pensa che una legge che stabilisce il salario minimo potrebbe andare a diminuire il potere della contrattazione collettiva, e quindi dei sindacati in generale, di fatto svuotandola di una delle sue principali competenze. Sul salario minimo c’è ancora tanto da discutere ma ci vorrà cautela nella sua introduzione, con una solida base di contesto e monitoraggio costante. Sarà importante stabilire un monitoraggio di applicazione, in modo da intervenire ove necessario aiutando le imprese, tramite anche aiuti da parte dello Stato

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here