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Sono passati dieci anni dall’inizio di quella che è stata la ormai storica occupazione del Teatro Valle di Roma, durata oltre tre anni.
Era il 14 giugno 2011. LA STORICA OCCUPAZIONE DEL TEATRO VALLE A ROMA Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Le premesse

Circa un anno prima l’ETI (Ente Teatrale Italiano), che si occupava anche della gestione del Teatro Valle,  era stato soppresso e le sue competenze trasferite, con decreto legge n.78 del 31 maggio 2010, al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ed in particolare alla Direzione Generale per lo Spettacolo dal Vivo.
La situazione scatenò una legittima ondata di preoccupazioni nei lavoratori dello spettacolo, precari e chiaramente spaventati dalla prospettiva di una possibile privatizzazione o addirittura della chiusura del Teatro, poiché sarebbe stato indetto un bando per trovare il futuro gestore. Gravavano  inoltre ulteriori problematiche, quali la riduzione del Fondo Unico per lo Spettacolo e più in generale i tagli alla cultura, inquadrabili in un periodo già di crisi della cultura stessa, oltreché di crisi economica.
A tali preoccupazioni si univa la ventata quasi rivoluzionaria portata dagli esiti dei quattro referendum del 12 e 13 giugno 2011, che avevano raggiunto e superato il quorum, portando alla vittoria referendaria l’abrogazione del legittimo impedimento come quella del tentativo di reimmettere il nucleare, nonostante un precedente referendum lo avesse già bocciato e bloccato il secolo precedente (1987), ma soprattutto due dei referendum impedivano la privatizzazione dell’acqua, affermandone il riconoscimento politico, prima che giuridico, come bene comune. Furono soprattutto questi due referendum sull’ “acqua bene comune” ad avere una vasta valenza politica, che non si fermava alle sole norme abrogate, ma andava affermando una più ampia concezione dei beni comuni di cui fruire e quindi da tutelare e da gestire democraticamente, magari dal basso. L’associazione di pensiero immediata che ne derivava in ambito teatrale era: teatri=cultura=beni comuni.

Furono queste le premesse che portarono all’occupazione del Teatro Valle, il più antico tra i teatri capitolini, che terminerà solo dopo oltre tre anni, l’11 agosto 2014, nonostante non si fosse ancora risolta la questione della gestione.

Il Teatro Valle

Di valenza storica e simbolica incontestabile, il Teatro Valle, prossimo a compiere i 300anni, fu inaugurato nel 1727, sotto la direzione di Domenico Valle, da cui si ipotizza possa aver preso il nome, e rappresenta il teatro moderno più antico della capitale. Esso ha ospitato molte prime assolute, tra cui quella del “Don Giovanni” di Mozart, nel 1811, e, un secolo fa, nel 1921, quella di “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello, spettacolo che provocò un enorme scandalo fra gli spettatori.

Gli anni dell’occupazione


“Com’è triste la prudenza” scrive in un’opera il noto ed impegnato drammaturgo argentino Rafael Spregelburd. Sarà uno dei motti degli occupanti del Teatro Valle, insieme all’altro più pregnante e significativo slogan: “Come l’acqua e l’aria, ora ci riprendiamo anche la cultura”.

Il 14 giugno 2011 un gruppo di lavoratori dello spettacolo, alla luce dell’incertezza crescente su quelle che saranno le proprie sorti, decide di occupare il Teatro Valle di Roma, affinché se ne possano continuare a calcare le scene ed anche ad evitare il rischio di una possibile privatizzazione del luogo. Sarà una lunga avventura, alla quale aderiranno con entusiasmo nomi di pregio fra i massimi intellettuali ed esponenti dello spettacolo contemporanei.
Così il Teatro Valle diviene il simbolo di una cultura che gli occupanti sono pronti a valorizzare e difendere ad ogni costo, visto che con la soppressione dell’ ETI non vi era più nemmeno chi doveva essere demandato ad espletare le funzioni di promozione del teatro contemporaneo. In quegli anni si vedevano messi a rischio un po’ tutti quelli che la società civile aveva iniziato ad individuare come “Beni Comuni” necessari e da proteggere e tra questi rientravano, appunto, la cultura ed i teatri.
Si sperimentano nuovi percorsi gestionali condivisi, con programmazione e partecipazione dal basso. Ogni giorno il teatro è ricco di appuntamenti, incontri, assemblee e spettacoli dal vivo, spesso realizzati gratuitamente grazie all’entusiasmo con cui numerosi artisti, oltre ad esibirsi, mettono volontariamente a disposizione le proprie competenze ed i propri allestimenti, offrendo anche giornate di studio e lezioni d’arte.
Dopo poco più di due anni dall’inizio dell’occupazione nasce anche la “Fondazione Teatro Valle Bene Comune”, una fondazione di azionariato popolare con un proprio statuto, a cui si spera venga ufficialmente affidata la gestione del teatro in condivisione con il Comune di Roma.

Nel frattempo le autorità procedono nel lungo percorso del passaggio del teatro dallo Stato al Comune di Roma, ma sarà solo nel 2014 che verrà chiesto con fermezza il rilascio degli spazi, col pretesto di procedere con lavori di restauro giudicati urgenti, tanto che gli occupanti decideranno di lasciare pacificamente libero il teatro l’11 agosto 2014.
Per oltre tre anni il teatro era rimasto attivo 24 ore su 24 e sette giorni su sette.
L’ultima notte dell’occupazione, quella di san Lorenzo, tra il 10 e l’11 agosto, gli occupanti, dopo aver svuotato il teatro dalle proprie cose, decisero di passarla all’esterno, dormendo simbolicamente tutti insieme sotto le stelle. Fu così che si chiuse la storica occupazione del Teatro Valle.

Il Teatro Valle dieci anni dopo

Il Teatro Valle passerà dallo Stato al Comune di Roma nel 2016, mentre i suoi battenti verranno riaperti solo nel 2018, quattro anni dopo la fine dell’occupazione, ma non per gli spettacoli dal vivo e con la gestione affidata al Teatro di Roma, chiudendo definitivamente l’ipotesi di partenariato per la gestione condivisa con la Fondazione Teatro Valle Bene Comune. I soli lavori effettuati risulteranno essere il rifacimento del tetto e l’agibilità dei bagni, che però oggi, 2021, sono di fatto impraticabili.
A dieci anni dall’occupazione lo storico teatro viene sporadicamente usato per mostre espositive ed è sostanzialmente inattivo. Il palco è inagibile.
L’occupazione ha senza dubbio evitato il rischio di privatizzazione, ma altrettanto senza dubbio le istituzioni non sembrano voler cercare né voler trovare alternative allo stato di abbandono.

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