La terza rivoluzione tecnologica

“Il paese che sarà leader nel campo dell’intelligenza artificiale dominerà il mondo” è il messaggio che Vladimir Putin ha scelto di mandare a più di un milione di studenti russi durante una teleconferenza tenuta dal presidente in occasione dell’inizio dell’anno scolastico. Negli ultimi decenni il tema dell’importanza dell’innovazione tecnologica è all’ordine del giorno tanto in ambito economico quanto geopolitico. Tuttavia, in questo caso, tale dichiarazione lascia perplessi soprattutto per la scelta del destinatario: come mai proprio gli studenti?

Il problema della disoccupazione affligge dal 2008, anno in cui la bolla finanziaria è esplosa e dagli Stati Uniti si è estesa a macchia d’olio nel resto del mondo industrializzato. Se però in America il tasso di disoccupazione gravita attualmente intorno al 4,4%, in Europa la situazione è meno incoraggiante e a pagarne le conseguenze sono soprattutto le fasce più giovani della popolazione che faticano ad inserirsi nel mondo del lavoro. Dopo dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria è dunque necessario analizzare le ragioni strutturali alla base di questa crisi dell’occupazione.

Secondo gli ultimi dati dell’ISTAT in Italia il tasso di disoccupazione è dell’11,1% e la stima sale al 35,7% se si prende in considerazione la fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni. Edoardo Zaccardi, del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, spiega che all’origine di questi dati così preoccupanti ci sono tanto ragioni di natura politico-economica quanto una carenza di competenze adeguate ai bisogni del sistema economico.

Quali sono dunque le ragioni di questo deficit nell’offerta? Negli ultimi decenni è avvenuta a una vera e propria rivoluzione tecnologica e nel nuovo scenario che sta prendendo forma il sempre più instabile mercato del lavoro ha bisogno di un maggior numero di laureati nel campo tecnico-scientifico.

In un tale contesto il problema consiste unicamente in un malinteso tra aziende e sistema scolastico che ha come conseguenza un’interpretazione obsoleta di quanto richiesto dal mercato? Una simile lettura può spiegare la scelta di Vladimir Putin di parlare di intelligenza artificiale proprio a degli studenti pronti a iniziare l’anno scolastico ma non esaurisce del tutto la questione.

L’automazione non è più una novità e i robot sono stati utilizzati in molte industrie per decenni, tuttavia a tal proposito gli esperti si riferiscono alla situazione odierna utilizzando il termine “rivoluzione” con cognizione di causa. Secondo una stima dell’associazione delle industrie robotiche (RIA) nelle fabbriche americane sono attualmente impiegati più di 265 mila robot e il forum economico mondiale ha predetto che l’automazione robotica causerà la perdita di più di 5 milioni di posti di lavoro in 15 nazioni sviluppate entro il 2020.

In un mondo tanto intriso di tecnologia non può essere ignorarato il cambiamento in atto, ma le esatte conseguenze di una tale corsa non sembrano altrettanto chiare. Negli Stati Uniti due americani su tre stimano che entro 50 anni i robot eseguiranno la maggior parte del lavoro attualmente svolto dagli esseri umani e nonostante questo l’80% dichiara che il proprio lavoro non ne risentirà.

Questo approccio fin troppo ottimistico non coglie dunque alcune delle fondamentali implicazioni dalla svolta epocale a cui siamo assistendo ed è all’origine della convinzione diffusa per cui in futuro i nostri mezzi di sostentamento rimarranno al sicuro. Ma se è vero che l’automazione creerà nuovi posti di lavoro per tecnici altamente qualificati e programmatori è altrettanto certo che per ogni nuovo posto richiesto ce ne saranno altri che saranno eliminati definitivamente.

Concentrarsi unicamente sullo sviluppo delle competenze scientifiche è dunque la soluzione? Un discorso improntato solo su statistiche e previsioni appare fin troppo sterile e affermare che per risolvere la questione basterebbe aumentare il numero di laureati in ingegneria e matematica non basta.

Nel mondo in cui viviamo la tecnologia pervade ogni ambito della nostra quotidianità ed è ormai un requisito fondamentale per ogni tipo di lavoro. La conoscenza di base che, nel migliore dei casi, la scuola dell’obbligo provvede a fornirci non è più sufficiente e appare necessario che le nuove generazioni siano educate fin da subito a vedere la tecnologia come uno strumento fondamentale da utilizzare in ogni ambito del sapere. L’unica soluzione accettabile appare quindi quella di abbandonare l’obsoleta contrapposizione tra discipline tecnico-scientifiche e umanistiche e adattare in modo creativo i vecchi lavori al nuovo panorama lavorativo come peraltro è già stato fatto in passato in situazioni simili.  

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