Negli ultimi decenni, il fenomeno dell’antidumping è diventato una componente sempre più rilevante nelle dinamiche del commercio internazionale. Questa pratica, che si traduce nell’imposizione di dazi su prodotti importati venduti a un prezzo inferiore a quello normale nel mercato di esportazione, ha lo scopo di proteggere le industrie nazionali dalla concorrenza sleale. Tuttavia, l’antidumping può anche innescare controversie commerciali e influenzare le relazioni tra paesi. Sebbene il dibattito sia molto acceso, la Cina è stata di gran lunga il bersaglio principale delle indagini anti-dumping. Il processo di moltiplicazione e rafforzamento di questo fenomeno é originato da una semplice scelta politica, o questo ormai si configura come una necessitá nella percezione occidentale?

La Cina nel mirino

L’importanza del commercio estero della Cina è notevole nell’economia globale. Come il più grande esportatore mondiale, fornisce grandi quantità di merci a livello internazionale, contribuendo a stabilizzare i prezzi globali e l’inflazione; come secondo importatore mondiale, la domanda della Cina nel mercato globale guida anche la crescita delle esportazioni in altri paesi.
La Cina è stata spesso al centro delle indagini antidumping, soprattutto da parte dell’UE e degli Stati Uniti. Questo è dovuto in parte alla sua rapida crescita economica e alla sua posizione come maggiore esportatore mondiale, con vendite dei prodotti a prezzi che sono considerati “troppo bassi”.
Un secondo importante fattore considera da lungo tempo la Cina come “un’economia non di mercato” (NME), nel senso che l’interazione di offerta e domanda in un mercato non determina liberamente i prezzi domestici in Cina. Il mercato interno cinese si percepisce come distorto perché il governo cinese esercita un’influenza decisiva sull’allocazione delle risorse e sui prezzi. Di conseguenza, si sostiene che i prezzi domestici in Cina siano artificialmente bassi a causa di un significativo intervento governativo e quindi un metro di valutazione non affidabile del valore normale delle esportazioni cinesi.
Quando le imprese di commercio estero si trovano di fronte a misure anti-dumping, c’è il rischio di ridurre la domanda esterna, le esportazioni, la produzione totale, l’occupazione e i profitti totali dell’impresa e dell’industria, e per questo, l’impresa può essere costretta a ritirarsi dal mercato. Tuttavia, una serie di pressioni generate dalle misure anti-dumping possono anche avere l’effetto di stimolare le imprese a ridurre i costi o aumentare gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), aumentando così la produttività. La dipendenza politica delle imprese cinesi di commercio estero è illustrata dal fatto che, nel rispondere e aggirare le misure anti-dumping, è stato il governo cinese ad apportare aggiustamenti per aiutare le imprese di commercio estero a superare le difficoltà attuali. Alle imprese cinesi non resta che mantenere competenze di base stabili e magari essere in grado di monopolizzare un certo aspetto attraverso lo sviluppo della scienza e della tecnologia, per ottenere una posizione nel mercato globale. Questo monopolio viene usato poi dal governo come leva politica e commerciale per ottenere vantaggi e il generale indebolimento, sempre più marcato, dell’apparato industriale occidentale, specialmente nel campo di mercati e tecnologie specifiche.
Risulta importante esaminare i settori in cui la Cina si è specializzata (auto elettriche e pannelli solari sono solo esempi) insieme all’identificazione del quadro internazionale, poiché la struttura delle esportazioni di un paese (livello nazionale) potrebbe dipendere fortemente da questi prodotti specifici, per monitorare le conseguenze e possibile applicazione di queste leve commerciali e industriali.

L’antidumping, UE e L’OMS

L’Unione Europea (UE) è uno degli attori principali nell’uso delle misure antidumping, mirate a creare condizioni di parità per i fornitori europei che vogliono competere con quelli non europei. Queste misure sono solitamente imposte dopo una denuncia da parte di un produttore o di un gruppo di produttori all’interno dell’UE, che accusano produttori non UE di “dumping” dei loro prodotti sul mercato europeo a prezzi inferiori. Le indagini della Commissione Europea possono portare all’imposizione di dazi antidumping per un massimo di cinque anni, a condizione che siano soddisfatti specifici criteri, come il danno ai produttori dell’UE causato dalle attività di dumping e l’esistenza di un legame causale tra il dumping e gli effetti negativi sui produttori dell’UE. L’importo di tali dazi antidumping corrisponde a un “margine di dumping”, cioé la differenza tra il valore normale e il prezzo di esportazione.
Per contrastare il vantaggio competitivo ingiusto delle NME nel commercio internazionale, l’Unione Europea (UE), come molti altri Membri dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), consente l’uso di una metodologia speciale quando si calcola il valore normale dei prodotti cinesi. L’UE applica un metodo di costruzione del valore normale dei prodotti cinesi basato sui prezzi o sui costi in un paese terzo di economia di mercato surrogato (la metodologia NME). L’uso della metodologia NME ha portato a dazi anti-dumping enormemente gonfiati perché il paese surrogato selezionato spesso ha una struttura dei costi completamente diversa dalla Cina.
In ogni caso, a seguito della scadenza della Sezione 15(a)(ii) del Protocollo di Accesso della Cina all’OMC l’11 dicembre 2016, le autorità di indagine non possono più trovare una base legale per determinare il valore normale delle importazioni cinesi sulla base di una metodologia “che non si basa su un confronto rigoroso con i prezzi e i costi domestici in Cina”. Pertanto, qualsiasi metodologia utilizzata da quel giorno in poi deve essere consona alle disposizioni dell’Accordo Anti-Dumping e dell’Articolo VI:1 del GATT 1994. Il requisito dell’articolo 2.2 dell’ADA ( Anti-Dumping Agreement ) di basare il valore normale costruito sul “costo di produzione nel paese di origine” impedisce a un’autorità di indagine di sostituire i costi presumibilmente distorti degli input con “prezzi e parametri di riferimento non distorti” prevalenti sui mercati internazionali o in un terzo paese.
L’UE si é ingeniata nel “BAR modificato“o delle “distorsioni significative” che permette alla Commissione Europea di scegliere il metodo di costruzione del valore normale, inclusa l’uso di costi che non sono i costi reali dei produttori cinesi, questo peró è incoerente con gli obblighi dell’UE nell’OMC. L’ADA non consente tale flessibilità nel determinare i costi di produzione in un paese esportatore. Poiché altri Membri dell’OMC come gli Stati Uniti e l’Australia hanno adottato pratiche simili a quelle dell’UE, questa conclusione si applica anche alle pratiche simili per Membri dell’OMC. La conclusione che il BAR modificato sia incoerente con la legge dell’OMC lascia irrisolta una questione, fornendo comunque una risposta velata: l’OMC non puó accomodare l’attrito sistemico tra modelli economici eterogenei.
Nonostante la sua dubbia legalità sotto la legge dell’OMC, sembra certo che la nuova metodologia dell’UE nel BAR modificato rimarrà, e i confini della sua applicazione saranno contestati davanti all’organo di risoluzione delle controversie dell’OMC senza risultati.
Sebbene le misure antidumping siano concepite per proteggere le industrie nazionali da pratiche commerciali sleali, si ricorda che la legge dell’OMC non vieta il dumping; inoltre possono anche avere effetti collaterali. Ad esempio, il deterioramento del rapporto tra paesi, che si impongono dazi reciprocamente in una spirale di ritorsioni che può danneggiare il commercio internazionale, oltre al rischio di aumentare i prezzi dei beni per i consumatori del paese importatore e limitare le scelte disponibili.
I tribunali hanno creato flessibilità per le autorità nell’affrontare tali distorsioni, ma lasciando così ampio margine per continuare l’uso di prezzi o costi surrogati nel trattare le NME. La flessibilità nella giurisprudenza attuale, é stata anche sempre più utilizzate dalla Cina nelle sue stesse pratiche Anti-Dumping in rappresaglia per il trattamento di altri paesi nei suoi confronti, incentivando l’uso punitivo di queste pratiche.

Le vere domande

La prima vera domanda che emerge dopo quarant’anni di riforme e apertura e vent’anni di appartenenza della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) riguarda la trasformazione, e quale tipo di trasformazione, il gigante asiatico in questo arco temporale ha seguito. Se si analizza la situazione attraverso la lente economica del Dumping e della fiducia, la risposta appare deludente. Infatti, sia la metodologia NME (Non-Market Economy) che il nuovo strumento delle “distorsioni significative” ( BAR modificato ) adottato dalla Commissione Europea riflettono un rifiuto costante dei prezzi domestici cinesi come metro di valutazione affidabile per il valore normale delle esportazioni cinesi. Questo a causa del giá discusso intervento significativo del governo cinese nel mercato interno. Questo trattamento discriminatorio verso le importazioni dalla Cina nelle indagini anti-dumping è stato una fonte di disputa continua nelle relazioni commerciali tra l’UE e la Cina, nonostante la Cina sia diventata il più grande partner commerciale dell’UE nel 2020, superando gli Stati Uniti.
La Cina, tuttavia, non ha mai né accettato né voluto mai diventare un’economia di mercato secondo i canoni occidentali, preferendo definirsi come un'”economia di mercato con caratteristiche cinesi“. Questo solleva la seconda vera domanda: la Cina sarà mai veramente un partner affidabile, nei suoi metodi e motivazioni, nei i suoi rapporti con L’occidente?
In questo contesto di tensioni crescenti, con gli Stati Uniti pronti a ricostruire una propria autonoma struttura industriale per contrastare l’aggressività cinese attraverso dazi e agevolazioni ai prodotti interni, l’Unione Europea si trova di fronte a una scelta cruciale. L’UE deve decidere se assistere passivamente al declino del proprio apparato industriale, rischiando di essere assorbito dall’influenza cinese, oppure se avviare un piano di ricostruzione e incentivi simili, in relazione alle nostre risorse, a quelli adottati dagli Stati Uniti. La decisione presa avrà implicazioni significative per il futuro delle relazioni economiche e industriali tra l’UE e la Cina, delineando il percorso verso una maggiore autonomia industriale europea o un’ulteriore dipendenza dal gigante asiatico con il rischio della della scomparsa di buona parte dell’apparato industriale a livello nazonale ed europeo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here