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O capitano! Mio capitano!” L’Attimo fuggente: da Keating a Rodari, per un’idea di nuova scuola Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Questi il titolo e i versi di una poesia Walt Whitman scritta nel 1865 per il presidente Abraham Lincoln.

La frase è stata resa celebre grazie al film l’Attimo Fuggente (Dead Poet Society). Pellicola del 1989 diretta da Peter Weir, con un indimenticabile Robbie Williams nei panni del professor John Keating. “O capitano, mio capitano!” è, infatti, il soprannome con cui il professor Keating vuole che i suoi studenti lo chiamino.

L’Attimo fuggente celebra il potere della poesia e l’audacia di credere nei propri sogni, ma è anche la storia della difficile ricerca di se stessi.

Il film è ambientato in un college del New England.

Nell’autunno del 1959, John Keating, un carismatico professore di letteratura, viene trasferito nel college maschile di Welton, nel Vermont.

L’arrivo del professore sconvolge la rigida routine di quel luogo. Il suo modo di insegnare fantasioso e appassionante si discosta dai rigidi principi dell’accademia.

Ispirandosi alla massima oraziana Carpe diem ovvero “cogli l’attimo”, il professore autorizza gli studenti a salire in piedi sulla cattedra per stupirsi del grande spettacolo della vita e guardare il mondo da una prospettiva più elevata. Attraverso la poesia, egli insegna loro a lottare per trovare la propria voce e ad amarla sopra ogni cosa per non abbandonarsi, citando Thoureau, a una vita di “quieta disperazione”.

Gli insegnamenti di Keating contagiano ben presto un gruppo di ragazzi: Todd (un giovane Ethan Hawke), Neil, Knox, Charlie, Richard, Steven e Gerald. Ciascuno di loro comincia a prendere coraggio nelle proprie personali aspirazioni.

Il Timido Todd riesce a trovare la fiducia in se stesso attraverso la poesia. Knox riesce a dichiarare il proprio amore a una ragazza e Neil, da sempre ostacolato dal padre nella realizzazione del suo sogno di recitare, decide di tentare, a sua insaputa, un provino per ottenere la parte in uno spettacolo teatrale: sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare.

I ragazzi decidono anche di creare un gruppo clandestino chiamato “La setta dei poeti estinti”, già fondato anni addietro da Keating stesso quando era studente presso l’istituto. La notte i ragazzi si incontrano segretamente in una caverna e lì si dedicano alla lettura di autori e a recitare poesie.

Ben presto, però, le loro trasgressioni vengono scoperte dal preside (Norman Lloyd) che decide di punirli.

Nel frattempo, Neil riesce ad ottenere la parte nello spettacolo con il ruolo principale di Puck. Consapevole che non avrebbe ottenuto l’approvazione del padre, il ragazzo falsifica la lettera per l’autorizzazione.

Venuto a sapere dell’accaduto, il padre fa visita al figlio e comanda lui di rinunciare a prendere parte alla rappresentazione teatrale. Il ragazzo, tuttavia, decide di parteciparvi di nascosto.

Per accertarsi che il figlio abbia rispettato il suo divieto, il padre si presenta la sera stessa allo spettacolo.

A serata conclusa, Neil riceve i complimenti da parte di tutti, Keating compreso. Ma il padre, in preda alla collera, comunica la propria intenzione di iscriverlo all’accademia militare.

La notte stessa, non vedendo più nessuna via di fuga, Neil si toglie la vita.

La notizia si diffonde subito per l’istituto. Dopo aver convocato tutti gli amici più intimi di Neil e i loro relativi genitori, il preside obbliga i ragazzi a firmare un documento in cui Keating, con i suoi insegnamenti reputati fuorvianti, viene additato come principale responsabile del suicidio del ragazzo.

Il professore viene allontanato dall’istituto e la cattedra viene presa temporaneamente dal preside.

Il film, come tutti voi ricorderete, si conclude con la scena della classe in silenzio: gli studenti con la testa china sul banco e davanti a loro il preside che ordina loro di aprire i libri di letteratura.

Si sente bussare alla porta dell’aula. È Keating che chiede il permesso di poter prendere alcuni suoi oggetti personali.

Nessuno ha il coraggio di parlare. Per un attimo, Todd, incrocia lo sguardo del professore ma subito lo abbassa.

Proprio quando Keating sta per uscire dall’aula, Todd esplode:

Professore, ci hanno costretto a firmare! La prego deve credermi!” esclama con voce rotta dal pianto.

“Certo che ti credo” lo rassicura il professore, mentre il preside gli comanda, minaccioso, di andare via.

Keating s’incammina lentamente verso la porta ma, improvvisamente, una voce alle sue spalle lo fa arrestare

“O capitano, mio capitano!”

Keating si volta. Todd è in piedi sul proprio banco, mentre il preside gli ordina di scendere.

Inizialmente, gli altri compagni restano fermi, poi capiscono cosa devono fare e, uno dopo l’altro, salgono sul proprio banco e pronunciano a gran voce quelle parole “O capitano, mio capitano!”, mentre altri restano seduti.

Keating li guarda elevarsi uno dopo l’altro, sotto le grida del preside, prima intimidatorie, poi rassegnate e infine disperate, finché questi non scompare completamente dalla scena come se non fosse mai esistito.

“Grazie, figlioli” asserisce, con occhi lustri, consapevole di avere davanti non più ragazzi ma uomini liberi.

L’Attimo fuggente ci fornisce spunti importanti per riflettere su quel cambiamento della scuola di cui tanto si è parlato, ma che fatica a realizzarsi data la scarsa considerazione data in Italia alla scuola.

Un cambiamento che deve coinvolgere innanzitutto le menti di persone, in uno scambio reciproco di relazioni con le generazioni future.

Il centro del cambiamento della nostra scuola, ormai toccata da tanti problemi quali precariato, classi sovraffollate, edifici vecchi, va cercato soprattutto nella figura dell’insegnante.

Certamente, quella del film è una scuola elitaria, mentre la nostra è una scuola di massa: nelle nostre scuole entrano alunni diversi, con alle spalle famiglie differenti e quindi un diverso livello culturale. Il successo dell’insegnamento appare, pertanto, legato a molte più variabili.

Anche gli insegnanti non sono tutti uguali. Quindi, i ragazzi sono tenuti a confrontarsi continuamente con “problemi” diversi che sorgono dallo scambio educativo. Si tratta di un aspetto che non viene preso molto in considerazione.

Non basta vedere ciò di cui i giovani hanno bisogno, ma bisogna anche e soprattutto vedere come i docenti devono comportarsi per essere utili ai ragazzi.

Un suggerimento significativo ci viene offerto da Gianni Rodari, di cui quest’anno ricorre il centenario. Egli è conosciuto soprattutto per essere stato un grande scrittore di fiabe e poesie per bambini. Poco noto è il suo apporto per questioni di natura educativa.

La sensibilità di Rodari verso la scuola non è tanto legata alla sua attività di maestro, quanto al suo impegno di giornalista e di intellettuale di sinistra, fin dal 1947 quando era cronista a “l’Unità” di Milano.

Nelle nostre scuole e senza che molti docenti ne abbiano una reale consapevolezza, l’apprendimento è concepito spesso come un processo in cui l’allievo interiorizza determinate conoscenze.

La natura della persona che apprende è spesso messa da parte. La sua sfera emotiva, le sue inclinazioni, in una parola “la sua voce” non entra nel programma scolastico.

Contano di più qualità quali la memoria, l’attenzione, o le tanto ricercate capacità di analisi e deduzione.

I ragazzi allora si fanno spesso queste domande: perché devo studiare? A che cosa mai mi servirà quello che studio?

Ciò significa che molti giovani, non comprendono la portata di quello che studiano e dello studio in generale. Non riescono a capire perché devono passare interminabili ore sui libri a studiare Seneca, Dante o le equazioni differenziali. In altre parole, non riescono a vedere il senso della loro fatica.

Fatica che viene spesso indotta con il timore di un brutto voto, con il senso di colpa di non far felice un genitore, dalla soggezione verso il professore, per essere più bravo degli altri, tutte motivazioni estrinseche all’atto di apprendere.

Studiare è, infatti, molto noioso se non se ne vede lo scopo, può diventare anche una grande tortura. Le cose che non si vede un motivo per farle sono tutte molto faticose.

Sempre più spesso si ascolta insegnanti ripetere che i ragazzi devono abituarsi alla fatica, che la scuola debba insegnare a soffrire. Ma si tratta, purtroppo, di una giustificazione data per continuare a dare per buona una visione di scuola che è andata progressivamente svalutandosi.

Non è vero che i ragazzi non hanno voglia di imparare, che sono sfaticati, inconcludenti, che pensano solo a divertirsi. Pensiamo a quante energie mettono in campo quando si dedicano a uno sport. Pensiamo anche a tutto ciò che i bambini imparano “fuori” dalla scuola quando si dedicano al gioco libero. Quando decidono di interessarsi a un’attività che loro stessi hanno scelto di fare e non perché sono obbligati.

Se l’attività stessa è fonte di piacere, se essa è il fine e non un mezzo per raggiungere altri scopi, la curiosità sorge spontanea e la fatica nemmeno si sente.

Qualcuno potrebbe obiettare che la pratica è più divertente della teoria. Che la scuola è un luogo educativo – dove “educativo” è spesso inteso come sinonimo di “fare i seri”- che il gioco debba essere riservata una funzione subordinata rispetto a quello che si fa in aula, ma queste distinzioni non reggono più.

Come ha affermato, più volte, Rodari “la scuola può educare solo se si nega come scuola, se ricrea in se stessa le condizioni della vita”.

Nella vita, pratica e teoria sorgono insieme e sono indissolubilmente congiunte. Pensiamo, ad esempio, all’importanza che hanno le esperienze. Spesso, ci avviciniamo a una determinata esperienza, muniti di determinati preconcetti sul mondo. L’esperienza ci porta a rivedere questi pensieri e/o ce ne fornisce di nuovi.  Da una pratica, traiamo degli insegnamenti che ci guidano per le esperienze successive. È come se, insomma, aggiustassimo continuamente il tiro.

Inoltre, sul ruolo subalterno che viene dato all’elemento ludico, sempre più ricerche, dimostrano che il gioco è funzionale ai processi di apprendimento. I bambini, così come molte specie animali, apprendono continuamente attraverso il gioco. Il gioco dà felicità al bambino, rivela il suo mondo interiore. Gioco e conoscenza procedono e si rafforzano a vicenda e questo si conserva anche in età adulta nell’arte e nella scienza.

Così come nelle scuole viene tralasciata la natura della persona che apprende, allo stesso modo non viene presa molto in considerazione la natura della persona che insegna. Nonostante la grande preparazione nella loro materia, molti insegnanti appaiono, piuttosto, come dei divulgatori di testi e spesso hanno l’effetto di deprimere i ragazzi.

Certo, non vi è una lista d’ingredienti per essere il professore o maestro perfetto. Una buona autostima, coerenza tra quel che si è e quel che si fa, una certa autorevolezza, sono tutte qualità che un buon insegnante dovrebbe possedere per far fronte alla difficile gestione della classe. E, oggigiorno, con l’aumentare della consapevolezza dei bisogni degli studenti, è necessario che gli insegnanti non siano preparati soltanto nella propria materia, ma posseggano anche una profonda conoscenza dei processi relazionali dell’apprendimento.

Non necessariamente, per far bene il proprio lavoro, un insegnante deve possedere l’originalità di Keating. Da Keating è possibile, tuttavia, trarre spunto.

La nostra scuola avrebbe bisogno, infatti, di insegnanti che non impongano ma propongano, che non ostacolino ma incoraggino, che non tentano di cambiare gli alunni, ma considerino un valore le loro diversità.

Necessaria è la profonda fiducia che un insegnante deve avere nelle nuove generazioni. Chi sceglie la nobile strada dell’insegnamento non dovrebbe mai sentirsi arrivato, non dovrebbe mai smettere di essere seduto sui banchi di scuola, di voler imparare.

Se ci si crede fonti indiscusse di sapere, se non si ha più desiderio di apprendere, risulterà impossibile trasferire questo desiderio. Se non si ha prima di tutto rispetto, fiducia e curiosità nei ragazzi, se non si guardano loro come portatori di cose buone, di una nuova visione del mondo, non si può pretendere di suscitare questa curiosità. Bisogna mettersi continuamente in discussione e abbandonare la presunzione di aver vissuto un’epoca in cui le cose funzionavano meglio.

Rodari ci mette in guardia da quei tipi di rimpianti che gli adulti sono soliti coltivare: “Bisogna diffidare da tutte le deplorazioni del tempo passato” esse rappresentano “Non un rimpianto di tempi migliori, ma della propria giovinezza”.

Un altro insegnamento che Keating può fornirci è l’importanza del sentimento, della creatività, della fantasia, del gioco, come alternative all’omologazione, all’obbedienza, all’accettazione di un mondo bello che fatto.

L’invito a perseguire “strade che non sono state battute” e a “contribuire al grande spettacolo del mondo” con un verso, rappresenta una presa di responsabilità, quella che Rodari chiama “passione”.

Essa è “la capacità di resistenza e di rivolta; l’intransigenza nel rifiuto del fariseismo, comunque mascherato; la volontà di azione e dedizione; il coraggio di “sognare il grande” la coscienza del dovere che abbiamo, come uomini, di cambiare il mondo in meglio, senza accontentarci dei mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto com’era prima: il coraggio di dire di no quand’è necessario, anche se dire di sì è più comodo, di “non fare come gli altri” anche se per questo bisogna pagare un prezzo”

Questa passione viene insegnata da Keating attraverso la poesia. Nel film non troviamo una contrapposizione tra immaginazione e logica, tra razionale e irrazionale, né tra materie umanistiche e scientifiche, ma Keating parla, più in generale, di poesia. Qualcosa che ha che fare non con una disciplina in sé, ma come la predisposizione ad accogliere, a incuriosirsi e a sentire, nel profondo la bellezza del mondo.

Essa non è propria solo dei poeti, ma di ogni uomo “perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione” sebbene non tutti abbiano la fortuna di essere messi nella condizione di poterla fare.

Gli insegnamenti di Keating si discostano dal metodo tradizionale: le sue lezioni somigliano di più rappresentazioni teatrali o esercizi ginnici. Indimenticabile la lezione in cui il professore, guida uno spaventato Todd in una vera e propria caccia notturna dentro se stesso, alla ricerca della sua personale poesia. Poesia che, come un fiume in piena, straripa improvvisamente dalla bocca del ragazzo, di fronte a una classe rapita.

In una delle prime lezioni, Keating comanda agli studenti di strappare le pagine introduttive di un manuale di letteratura perché la poesia non vada ridotta a uno sterile calcolo, ma perché loro imparino a cercarla dentro loro stessi. Egli fa in modo che i ragazzi si pongano non solo come fruitori ma partecipino al processo di creazione.

La poesia, infatti, può essere studiata in due modi: l’uno come compito scolastico, oggetto di valutazione. L’altro, come qualcosa che sorge dalla vita stessa. Il primo, servirà per tirare su studenti colti, probabilmente più integrati, apparentemente più felici, ma condannati a pagare un prezzo molto alto: la rinuncia a pensare.

Il secondo, spingerà i ragazzi a imboccare una strada tortuosa, probabilmente non risparmierà loro la sofferenza, ma li condurrà a diventare liberi pensatori.

E qui veniamo al compito che la scuola dovrebbe prefiggersi. Non quello di creare specialisti, ma personalità libere. Non sono di trasferire cultura, ma anche e soprattutto di fornire gli strumenti culturali affinché i ragazzi riescano a proseguire da soli la ricerca. Una ricerca che non si ferma una volta terminati gli studi, ma abbraccia la vita intera.

Gli insegnanti, sono il centro di questa nuova visione di scuola. Essi si mettono dalla parte dei ragazzi, rinnovandosi continuamente. Non si limitano a spiegare, interrogare, valutare ma sono osservatori attenti che dicono ai ragazzi come devono fare per poi lasciare a loro la scena.

A differenza dell’insegnamento trasmissivo, dove gli effetti si vedono nell’immediato per poi immediatamente dissolversi, in questa nuova concezione di insegnamento i risultati sono visibili solo in tempi lunghi.

Essi non si vedono dal compito scolastico, ma stanno nella formazione di un essere umano completo. Qualcosa che fiorisce lentamente e ha bisogno di tutte le condizioni necessarie.

Per citare Peter Rossenger: ciò che seminai nell’ira/crebbe in una notte/rigogliosamente/ma la pioggia lo distrusse.// Ciò che seminai con amore /germinò lentamente / maturò più tardi/ma in benedetta abbondanza.

Ecco perché la nostra scuola ha bisogno di insegnanti come Keating.

Insegnanti capaci di offrire non solo un sapere specifico, ma un esempio, un modo di vivere. Insegnanti in cui i ragazzi possano identificarsi e, attraverso di loro, diventare persone nuove. Qualcosa che non ha a che fare con l’imposizione, ma avviene spontaneamente, per amore. Insegnanti che non si limitino a insegnare una tecnica, ma possano suscitare nei giovani la necessità della fantasia e la passione della cultura che sono i mezzi per trovare il proprio posto nel mondo, per non accettare passivamente la realtà ma per impegnarsi a trasformarla, sempre per citare Rodari, “non perché ciascuno sia artista, ma perché nessuno sia schiavo”.

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