Il video inedito di un minuto e 14 secondi mostra le brutali immagini di Abderrahim Fakir, agonizzante a terra con le braccia bloccate dietro la schiena e le caviglie serrate dalle fascette, inchiodando i responsabili e riaccendendo le polemiche per una morte assurda e ingiustificabile, consumatasi il 19 luglio al Pilastro di Bologna.
L’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, ha denunciato l’inaccettabile trattamento subito dalla vittima, evidenziando le gravi responsabilità degli agenti: l’uomo doveva essere immediatamente liberato, poiché quelle manette e quelle fascette hanno impedito manovre di rianimazione corrette ed efficaci, condannandolo a morte. A rendere ancora più scandaloso il quadro, il volto di Fakir era visibilmente deformato e scuro, segnato dall’uso brutale e ravvicinato dello spray al peperoncino.
A questo si aggiunge la superficialità della centrale operativa, che ha liquidato l’emergenza assegnando un ridicolo codice verde e spedendo allo sbaraglio quattro soccorritori volontari della Croce Rossa del tutto privi di un medico a bordo. Questa gestione scellerata ha scatenato la legittima rabbia dell’opinione pubblica, mettendo sotto accusa la palese e drammatica inadeguatezza dei soccorsi inviati sul posto.
Mentre la magistratura è costretta a scavare tra i filmati dei residenti e i dati delle body cam personali degli agenti per calcolare quanti minuti l’uomo sia rimasto schiacciato a pancia in giù prima del fatale arresto cardiaco, emerge l’inquietante muro di gomma istituzionale. Prima che l’evidenza del video sbugiardasse la versione ufficiale, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si era affrettato a difendere l’operato delle forze dell’ordine, liquidando la vicenda con un arrogante “il ministero non teme nulla” nel tentativo di insabbiare il dibattito politico.
Oggi, chi si era affrettato a scagionare ciecamente la polizia viene clamorosamente smentito e messo con le spalle al muro da immagini d’accusa inequivocabili, che mostrano una gestione operativa e procedurale totalmente disastrosa. Davanti a questa vergogna, le opposizioni e i legali dei familiari esigono che la catena del comando e le tecniche di contenimento fisico vengano finalmente messe sotto processo, stracciando qualsiasi tentativo di giustificazione preventiva.




