Le organizzazioni internazionali sono delle entità istituite da accordi tra Stati al fine di perseguire obiettivi comuni. Gli scopi possono essere molteplici: promozione della pace e della sicurezza, cooperazione economica, sviluppo sociale e, soprattutto, tutela dei diritti umani (e molti altri, ovviamente). Nella maggior parte dei casi, è proprio il trattato istitutivo a dare identità all’organizzazione, stabilendo tutti meccanismi necessari al suo funzionamento, oltre ai fini da perseguire.

Come detto, fra gli obiettivi più importanti figura quello della tutela dei diritti umani. E’ facile però intuire che mettere in pratica questo concetto non sia per nulla semplice: esistono infatti dei limiti che le organizzazioni internazionali non possono in alcun modo oltrepassare. Volendo riassumerli in poche parole, essi sono rappresentati dal cosidetto “jus cogens”, cioè il “diritto cogente”. Le norme che fanno parte di questa categorie prevalgono su tutte le altre e non possono essere soggete a deroghe di nessun tipo. Esse includono, ad esempio: il divieto di genocidio, di tortura, di schiavitu ecc…, e ciò significa che tali divieti non potranno mai essere aggirati, a prescindere dal fine e dalla situazione.

Questo limite rende evidente il fatto che la libertà di azione e di scelta delle organizzazioni internazionali non è illimitata. Al contrario, molto spesso essa può concretizzarsi solo entro un ambito rigidamente stabilito, pena la violazione del diritto cogente e, ragionando per estremi, la possibilità dello scoppio di controversie (più o meno gravi) o, addirittura di conflitti armati. Ciò spiega anche perchè generalmente, prima di decidere di intervenire direttamente, le organizzazioni internazionali vadano a cercare in ogni modo delle soluzioni differenti al problema che si sta affrontando.

Prima di proseguire è però necessario introdurre l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Questa può essere definita senza ombra di dubbio la “madre” di tutte le organizzazioni internazionali, dato che la maggior parte delle altre sono suoi Istituti Specializzati. Essa è una organizzazione di Stati sovrani, a competenza generale e a vocazione universale. La sua definizione rende immediatamente chiare anche le sue caratteristiche: può affrontare una vasta gamma di questioni internazionali (intervenendo in molteplici aree di interesse internazionale); ha come obiettivo il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i paesi del mondo per promuovere la cooperazione.

Nonostante i fini indiscutibilmente nobili, però, anche le Nazioni Unite hanno commesso dei gravi errori nell’ambito delle loro operazioni. Fra i casi più eclatanti troviamo, ad esempio, quello delle sanzioni che l’ONU ha applicato all’Iraq di Saddam Hussein nel a seguito dell’invasione del Kuwait nel 1990. Fu stabilito un embargo economico generale con lo scopo di danneggiare il regime, ma ciò andò a colpire drammaticamente solo la popolazione civile. Per cercare di rimediale al disastro causato, le Nazioni Unite vararono il programma “Oil-for-Food”. Esso avrebbe consentito all’Iraq di vendere una quantità minima di petrolio, sufficiente a sfamare i cittadini. Da qui si generò, in realtà, un enorme giro di corruzone e frodi che coinvolgeva funzionari ONU, governi stranieri ed imprese. Il bilancio totale delle vittime non si sa con precisione, ma è probabilmente compreso tra diverse centinaia di migliaia e un milione.

Pur non assumendosi mai la responsabilità delle sue azioni, da allora l’ONU ha modificato profondamente il sistema delle sanzioni. Dal 1995, infatti, non sono più stati stabiliti embarghi economici generali per vari motivi (danneggiano solo i civili e non colpiscono il regime). Si è passati a delle più intelligenti e mirate sanzioni individuali che colpiscono le persone di spicco dei regimi da punire. Esse consistono nel congelamento del patrimonio all’estero e nell’impossibilità di lasciare il paese. E’ chiaro che un regime forte possa riuscire a sopravvivere a questo tipo di decisioni, ma, se non altro, non viene danneggiata la popolazione.

Purtroppo, il caso delle sanzioni all’Iraq non è il solo episodio in cui l’ONU abbia fallito nel tutelare i diritti umani. Significative sono anche le mancate previsioni dei genocidi avvenuti in Bosnia e in Ruanda negli anni ’90. Il teatro del genocidio in Bosnia è la guerra di pulizia etnica contro i musulmani avvenuta tra il 1992 e il 1995. La città di Srebrenica era stata dichiarata “zona di sicurezza” dalle Nazioni Unite. In realtà i caschi blu erano numericamente inferiori e male equipaggiati. Risultato: esecuzione di più di 8000 musulmani bosniaci.

Il genocidio in Ruanda si apre inveve nel 1994, quando gli estremisti Hutu iniziano una campagna sistematica mirata all’eliminazione della minoranza Tutsi e dei moderati Hutu. La missione inviata in Ruanda per sistemare la situazione disponeva di un mandato limitato e di risorese inadeguate. Infatti, nonostante le molteplici richieste di rinforzi, l’intervento fu inefficace e, in circa 100 giorni, circa 800.000 persone furono massacrate. Le forze dell’ONU furono impotenti.

Naturalmente, in entrambi questi casi le Nazioni Unite furono aspramente criticate per via della loro lentezza nel riconoscere la gravità della situazione e per la mancanza di volontà degli Stati membri di fornire le risorse necessarie. Altrettanto sotto accusa furono messi i mandati palesemente insufficienti che hanno impedito ai Caschi Blu di intervenire in modo tempestivo ed efficace. Il bilancio delle vittime, a dir poco catastrofico, rende questi episodi di una gravità scandalosa.

Ora, sebbene sia innegabile che negli episodi citati le Nazioni Unite abbiano preso decisioni sbagliate o insufficienti e non siano, di fatto, riuscite a tutelare i diritti umani, bisogna tenere presente che, per quanto drammatici essi possano essere, è impossibile non commettere degli errori. Ciò che non deve essere in alcun modo tralasciato è che, successivamente a queste situazioni, l’ONU ha cercato di riformare al meglio le sue missioni di pace, migliorando mandati e risorse. Inoltre, questi fallimenti sono stati “funzionali” al ripensamento del ruolo e delle responsabilità delle forza di pace, facendo si che si sviluppasse una maggiore enfasi sulla prevenzione dei conflittie sulla protezione dei civili. Essi hanno inoltre dimostrato le conseguenze di una collaborazione internazionale inadeguata e di un mancato supporto politico efficiente.

In conclusione, come in tutte le cose, il compito delle organizzazioni internazioni di tutelare i diritti umani può essere visto sotto due aspetti: uno positivo, dal momento che, sebbene in questo articolo siano riportati solo i fallimenti, i successi sono moltissimi; e uno negativo, dato che il numero delle vittime di questi episodi (e di molti altri) è suffiente a far accapponare la pelle. Ciò che però va, in ogni caso, messo in conto è il chiaro ed evidente insegnamento che l’ONU non ha mancato di cogliere da queste dolorose lezioni.

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