Il 12 novembre 2009, una circolare della Protezione civile dichiarava “conclusa” l’emergenza all’Aquila e nelle zone colpite dal terremoto, mettendo di fatto fine ai servizi di assistenza
Le tende dell’Aquila, però, non erano tutte vuote.
A piazza d’armi, luogo simbolo del dramma dei terremotati trovavano ancora riparo decine di persone. Come Andrea e Petru, due giovani rumeni. Lei faceva la badante, prima del terremoto. Lui faceva traslochi, e ora aiuta a svuotare le case semidistrutte. A ottobre, un pensile gli è franato su una gamba lesionandogli il tendine: ricovero, senza alcun indennizzo perché non ha un contratto. Così ora si trovano a dividere una piccola tenda con la madre e la sorella di Petru, che deve badare a una bimba di pochi mesi.
Ma tra i dimenticati di Piazza d’armi c’è anche chi, come Luciano e i suoi due fratelli, ha dovuto dire no a un’assegnazione di residenza troppo lontana.  Impossibile per loro, senza una macchina, trasferirsi a Sulmona, 60 km di. Così, in attesa di una destinazione alternativa, aspettavano, prendendosi cura l’uno dell’altro tra problemi di salute e lavoro che non si trova. Ci sono voluti 4 mesi perché il comune dell’Aquila trovasse una soluzione per questi sfollati invisibili: a metà dicembre, appena prima dell’inverno, sono stati temporaneamente sistemati in un albergo. La neve è arrivata in città solo pochi giorni dopo.

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Michele Palazzi

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