La sostituta procuratrice Margherita Gerunda, prima titolare dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scartò da subito la pista del rapimento politico. Secondo la Gerunda, la verità era molto più “terrena”: Emanuela non era rimasta vittima di un complotto internazionale, ma era deceduta la sera stessa della sua scomparsa dopo uno stupro o un tentato stupro. Una convinzione così marcata da spingerla ad affidare le indagini alla sezione Omicidi della Squadra Mobile di Roma.
Esperta di sequestri di persona, Margherita Gerunda rimase colpita da un’anomalia: i presunti rapitori si fecero vivi solo dopo il primo appello di papa Giovanni Paolo II, il 3 luglio 1983. Una tempistica insolita per un ricatto. Inoltre, i telefonisti non fornirono mai una prova di esistenza in vita della giovane. Questa sequenza temporale dimostrava che non si trattava dei veri sequestratori, bensì di mistificatori intenzionati a mettere in difficoltà il Vaticano, attirati dalla ribalta globale offerta dalle parole del pontefice. Senza foto o registrazioni credibili della ragazza, la magistrata si convinse che Emanuela non fosse in mano a nessuna organizzazione.
La titolare del fascicolo d’inchiesta concentrò da subito i sospetti su Mario Meneguzzi. Già a fine giugno del 1983, la magistrata dispose il pedinamento dell’uomo da parte della Squadra Mobile. A insospettire l’inquirente fu soprattutto il comportamento di Meneguzzi, che frequentava assiduamente la Procura con l’ossessione di scoprire quali elementi fossero in mano agli inquirenti. Questo attivismo asfissiante convinse Gerunda che lo zio stesse cercando di monitorare le mosse della giustizia, forse temendo che emergesse la verità sulle avances e sulle attenzioni morbose da lui rivolte, in passato, alla nipote Natalina Orlandi.
Ad alimentare la diffidenza della magistrata fu anche la gestione delle notizie da parte dello stesso Meneguzzi. L’inquirente notò che l’uomo filtrava le informazioni, decidendo arbitrariamente cosa riferire e cosa tacere. I sospetti si concentravano sulla parzializzazione dei dettagli relativi alle prime telefonate ricevute a casa Orlandi, oltre che sull’omissione di confidenze e dinamiche familiari. Fin dai primi giorni, infatti, Meneguzzi si era imposto come l’unico intermediario della famiglia, centralizzando i contatti e gestendo in prima persona le chiamate degli anonimi. A insospettire ulteriormente la Gerunda furono i ripetuti allontanamenti notturni dell’uomo per raggiungere la sua villa di vacanza a Torano: spostamenti ritenuti anomali e ingiustificati in un momento così drammatico. Tutti questi elementi rafforzarono nella magistrata l’ipotesi di una pista intrafamiliare, configurando uno scenario di abuso o di un ricatto sessuale terminato nel peggiore dei modi
L’azione di Margherita Gerunda durò appena un mese. Il 23 luglio 1983 l’inchiesta le venne tolta per essere affidata al giudice Domenico Sica. Fu la svolta decisiva: la pista locale e l’ipotesi del delitto di prossimità vennero accantonate in favore del terrorismo internazionale. Tuttavia, la magistrata ha sempre difeso la propria intuizione iniziale. E infatti, le recenti riaperture delle indagini della Procura di Roma sono tornate a concentrarsi proprio sui vecchi verbali familiari e sul carteggio riservato del cardinale Agostino Casaroli. Quella tesi intrafamiliare, scartata troppo presto, viene oggi riletta da molti analisti come lo scenario più probabile.
La centralità di queste intuizioni fu ribadita dalla stessa Margherita Gerunda anni dopo, in un’intervista giornalistica. La magistrata confermò che la pista del delitto a sfondo sessuale, maturato in una cerchia ristretta, rimaneva l’unica spiegazione logica per la scomparsa. Raccontò inoltre di aver richiesto, all’epoca dei fatti, il silenzio stampa per proteggere l’indagine dall’inquinamento mediatico, ma senza successo. La sua riflessione più amara riguarda l’evoluzione stessa del caso. Gerunda sottolineò come le dinamiche di fondo non siano affatto cambiate con il passare degli anni: la vicenda continua a essere alimentata da colpi di scena sempre meno credibili che ostacolano le indagini. Un rumore di fondo che, secondo l’ex inquirente, serve solo ad allontanare i riflettori dall’unica ipotesi reale e plausibile dei primi giorni.




