«Sono stato molto preoccupato per la sorte dei miei dipendenti. Anche loro hanno una famiglia, mutui da pagare… una storia». In questo modo esordisce Olimpio alla mia prima domanda riguardante la sua esperienza durante il lockdown nella primavera 2020. 

Olimpio è titolare dal 1990 di un’azienda che opera nel settore del food, specializzata nella fornitura di prodotti surgelati. Nonostante la sua lunga esperienza nel settore, mi conferma che la situazione precaria provocata dal dilagare del virus lo ha impensierito.

Com’è stata la tua esperienza durante il lockdown?

«È stato come un fulmine a ciel sereno, l’economia si è fermata completamente. Ero dubbioso riguardo l’uscita dalla crisi, non credevo nemmeno che il Governo avrebbe preso delle misure. È stato difficile all’inizio, i fatturati si erano azzerati completamente. Poi con l’aiuto del Governo l’abbiamo affrontata».

Malgrado le difficoltà, l’estate 2020 ha significato una ripresa, per chi come Olimpio ha attività in zone balneari. «Un ritorno al passato» caratterizzato dall’aumento dei fatturati rispetto allo stesso periodo del 2019. La crescita però si fermata all’arrivo dell’autunno caratterizzato dall’alternanza di chiusure e aperture sulla base della curva epidemiologica. Crisi economica da Covid e guerra

È stato più difficile affrontare il primo lockdown o l’autunno/inverno 2020/21?

«Il secondo periodo. Il primo lockdown è stato inaspettato, una situazione di emergenza ed è stata affrontata come tale. Arrivati a ottobre, eri ben consapevole che andavi incontro a delle restrizioni che avrebbero portato ad un calo dei profitti». Crisi economica da Covid e guerra

Cosa ne pensi delle misure varate dal Governo al fine di sostenere le imprese?

«Il Governo ha provato a dare una mano agli imprenditori, tuttavia i requisiti di accesso ai bandi erano troppo stringenti. Per esempio, la nostra azienda non è rientrata nei requisiti del decreto ristoro per due punti percentuali. Tanti come noi sono rimasti fuori, ne erano scontenti dato che hanno dovuto affrontare grosse perdite». Crisi economica da Covid e guerra

Perché secondo te sono stati messi requisiti ridotti?

«Probabilmente non c’erano soldi in cassa. Personalmente da imprenditore sono amareggiato dagli strumenti disciplinati dal Governo. Non mi riferisco alla questione dei rincari. Va bene che aumentano i prezzi, ma non è corretto che non ci sia un proporzionale adeguamento dei salari. Se all’aumentare dei prezzi, il salario nominale rimane invariato, il salario reale diminuisce e il lavoratore perde potere d’acquisto. Procedendo in questa maniera l’inflazione continuerà a crescere. A tal proposito il Governo dovrebbe dialogare con gli imprenditori. Si potrebbe prevedere un sistema per il quale nel saldo totale del lavoratore venga abbassata la tassazione al fronte di un aumento dell’utile. Così facendo l’operaio all’impresario costa sempre uguale, ma il dipendente ha più soldi da spendere. Acquistando, il salariato smuove l’economia. Inoltre, c’è da fare una precisazione: ci sono tanti speculatori. Ad esempio il caso del mercato dell’olio di semi, costa di più perché viene stoccato appositamente di meno».

Il 31 marzo è finito lo stato di emergenza. Come vi state preparando all’arrivo della stagione estiva, la prima estate da due anni senza restrizioni?

«Innanzitutto sarà importante non dimenticare le regole di igiene e vivere sociale imparate durante il periodo d’urgenza. Comunque si prospetta un’estate di lavoro, peccato che usciti dall’emergenza sanitaria sia subentrata la guerra».

Le aziende italiane stavano finalmente vedendo la luce alla fine del tunnel quando la crisi in Ucraina ha provocato un ulteriore rialzo dei prezzi delle materie prime, con conseguente rincaro del costo della vita. L’Ucraina è una area chiave per l’approvvigionamento d’energia nonché primo fornitore di grano dell’Europa. Crisi economica da Covid e guerra 

Il conflitto ucraino come sta influenzando la gestione del lavoro?

«Il rincaro dell’energia è stato l’ostacolo più alto. Ha determinato un rialzo esagerato dei prezzi, che ha indotto un aumento dei listini e il calo delle vendite». Crisi economica da Covid e guerra

Il rincaro del costo della vita è un problema per la ripartenza fine emergenza sanitaria?

«La difficoltà più grande è data dall’inflazione. Come già dicevo non è affrontata adeguatamente questa questione». Crisi economica da Covid e guerra

Per incrementare la ripartenza arriveranno i fondi del piano Next Generation Eu, lo strumento temporaneo pensato in seno all’Ue con la finalità di stimolare la ripresa, ma soprattutto trasformare le economie dei 27 creando nuove opportunità e posti di lavoro. In Italia, la linea programmatica che delinea la spesa dei soldi del Piano è il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Al fine di sostenere e rilanciare l’imprenditorialità, il PNRR si muove su due binari principali: transizione 4.0 e internazionalizzazione delle piccole e medie imprese.

Cosa ne pensi degli strumenti presi in considerazione nel PNRR per il rilancio e lo stimolo delle aziende?

«Secondo me perdono di vista il vero problema che ostacola la ripartenza delle aziende in Italia, ovvero la tassazione».

A tuo avviso quali possono essere degli strumenti efficaci di sostegno alle imprese?

«In primo luogo abbassare il costo del lavoro ed elargire più finanziamenti e agevolazioni. Oltre ciò, stimolare il mercato dei giovani. Bisognerebbe dare maggiore fiducia ai ragazzi. Lo Stato dovrebbe considerare che investire sui giovani significa investire nel futuro del nostro Paese. Io inserirei dei bandi per distribuire fondi al sostegno dell’imprenditorialità giovanile fin dalla scuola superiore. I requisiti d’accesso potrebbero esser legati proprio alla media scolastica o al voto di maturità. Il PNRR dovrebbe insistere su questo aspetto. Se spesi bene, i soldi stanziati dall’UE possono avere risultati eccezionali».

Dall’inizio della pandemia si è discusso del ruolo dell’Unione Europea. Sono sono stati fatti passi importanti nel processo d’integrazione, in riferimento appunto ai fondi del Recovery Plan. Cosa pensi a riguardo?

«Penso che ci si debba concentrare in ottica locale. Hanno fatto l’Europa ma non gli europei. Fra i vari Paesi Ue ci sono ancora varie differenze per quanto riguarda la legislazione in materie di imprese. Bisogna ripartire in ottica nazionale, territorio per territorio. Riacquistare la sovranità persa e prevedere un percorso d’integrazione meno veloce per poterlo condividere a pieno. Ad oggi mi sembra che tutti i Membri facciano i loro interessi».

Credi che possa agevolare chi ha un’impresa adottare politiche protezionistiche?

«Si, sopratutto in relazione alla concorrenza con i Paesi del Sud Globale. Questa è una conseguenza della globalizzazione. Stati come la Cina abbattono i costi di produzione lanciando sul mercato prodotti scadenti che creano un danno alle aziende italiane. Oppure la questione della delocalizzazione delle aziende, facilitata dalla globalizzazione ma determinata dall’alta tassazione nel nostro Paese».

Nell’affrontare un periodo di crisi è fondamentale anche l’impegno delle realtà locali. Cosa ne pensi delle misure adottate dalla tua amministrazione locale: ti sei sentito tutelato? Cosa a tuo avviso è mancato?

«Credo poco negli enti locali, chi li gestisce si prende poca responsabilità. Secondo me chi si candida nei comuni lo fa solo per il suo interesse. Le persone che fanno politica ne fanno un obbiettivo personale, per farsi una posizione, mentre non è così. Ci sarebbe necessità di professionisti come a livello nazionale, sull’onda del governo tecnico. Nella nostra località mancano i servizi di base, l’amministrazione non fa nulla per dare sviluppo alla zona».

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