La cultura orientale ha ispirato intere generazioni di artisti e filosofi. L’armonia dei suoi paesaggi, dell’arte e l’originalissimo stile di vita hanno da sempre attratto turisti di tutte le epoche e da tutte le parti del mondo. Nel passato l’Asia era la principale meta commerciale per la via della seta, oggi è il centro del mercato internazionale. In particolare è la Corea del sud oltre a dominare il campo tecnologico e commerciale ma è pioniere di un altro tipo di industria. Si tratta dell’industria discografica de K-pop, un genere musicale made in Korea. Nato dallo scontro culturale tra l’occidente e la cultura coreana, unisce diversi stili musicali con un gusto unicamente moderno e innovatore. L’ondata del K-pop Direttore responsabile: Claudio Palazzi

Ricordiamo il lontano 2012 quando l’artista Psy fece ballare tutti con l’emblematico videoclip di “Gangnam Style”, riuscendo a raggiungere il record guinness del maggior numero di visualizzazioni su YouTube. Ma il successo musicale non è finito lì. Le band coreane diventano ogni volta più famose in occidente. TVXQ, SuperJunior, Shinee, Exo, BigBang, Straykids sono solo alcuni degli svariati di nomi che hanno conquistato i cuori di milioni di fan. Nell’ultimo mese è stato confermato il primo posto in classifica dei Billboard music awards al gruppo sudcoreano dei BTS, seguiti nel quinto posto dalla band femminile Blackpink. Il crescente successo e il continuo aumento delle vendite, ha convinto la casa discografica delle Big Hit a quotare in borsa il gruppo dei BTS dal 15 ottobre. 

Media4tech di Claudio Palazzi

L’origine del fenomeno  

Nel 1885 le spedizioni dei missionari americani nel regno eremita influenzarono particolarmente il loro stile di vita millenario. Lo statounitense Henry Appezeller iniziò ad insegnare nelle scuole le canzoni folk americane e britanniche. Queste canzoni, chiamate dai coreani changga (창가), si basavano sulla melodia occidentale popolare reinterpretata in lingua coreana.

Durante l’invasione giapponese (1910-1945) i coreani iniziarono a usare i changga per  esprimersi contro l’oppressione giapponese. Uno dei brani più popolari fu Huimangga (희망가 , La canzone della speranza). Ben presto l’impero nipponico confiscò tutte le raccolte musicali poiché considerate esaltazione della resistenza coreana.

La prima canzone pop scritta da un compositore coreano è Nakhwayusu (낙화유수; Boccioli caduti sull’acqua corrente), cantata da Lee Jeong-suk nel 1929. 

Il dopoguerra coreano

Dopo la liberazione del ‘45 e la nascita della Repubblica di Corea le piccole case discografiche coreane riaprirono. Le forti relazioni politico-economiche con gli Stati Uniti e lo stanziamento delle truppe statunitensi nel territorio favorirono la diffusione della cultura americana e del mondo. Importanti artisti come Nat King Cole, Marilyn Monroe e Louis Armstrong parteciparono a spettacoli organizzati dalla USO in Corea del Sud.

Nel Settanta lo sviluppo tecnologico delle onde sonore spinse la ricerca di nuovi timbri di voce. Furono organizzate audizioni per assumere musicisti che si esibissero nei club dell’esercito statunitense in diversi generi come country, blues, jazz e rock&roll. Le esibizioni rappresentarono una buona fonte di reddito per la popolazione coreana sommersa dalla povertà.

Tutte le produzioni erano soggette a censura per difendere la morale e prevenire disordini politici. 

Il successo dell’idea di “sound di gruppo” dei Beatles influenzò l’insorgere delle prime band locali, come gli Add4 e i Key Boys. Gli Add4, il primo gruppo rock coreano, vennero fondati nel 1962 da Shin Jung-hyeon e produssero la prima canzone rock coreana, The Woman in the Rain, una forma di rock leggero che ricorda i Beatles.

La musica pop coreana subì un’altra trasformazione con il movimento hippy, genere preferito dalla gioventù politicizzata. Il governo coreano bandì il folk poiché associato ai movimenti studenteschi anti-governo e associati a sesso e droghe. Lo stesso fu per il trot e lo stile ppongjjak, influenzati dalle canzoni enka, per sostenere le sue politiche anti-giapponesi. 

Dopo la fine della dittatura di Park si avviarono altre sperimentazioni musicali, e gli artisti si appropriarono di stili provenienti dall’estero per distinguersi e aumentare il loro pubblico. Nonostante gli stili musicali fossero stranieri, il contenuto delle canzoni rifletteva sentimenti nazionalisti e tipicamente coreani come l’han.

Agli albori del K-pop moderno

I Seo Taiji and Boys nel 1992 rivoluzionano completamente il genere. Implementano il rap durante le strofe e il pop nei ritornelli, accompagnando inoltre le canzoni con dei dinamici movimenti di danza. Questo stile, noto come “rap dance”, è considerato il fondamento della musica degli idol, determinando il tramonto dei ballad e del sunshine pop.

La prima canzone rap coreana, Nan arayo (난 알아요Io so), ricevette il punteggio più basso dalla giuria. Tuttavia il successo del brano spinse il mercato a creare altre canzoni dallo stesso tipo. Il beat della canzone era ispirato al “new jack swing” e il testo parlava dei problemi della società coreana, infondendo una maggior coscienza sociale nella musica pop.

La crisi finanziaria causò la chiusura delle etichette discografiche più deboli e la ricerca di un nuovo tipo di clientela, gli adolescenti. Nel 1996, Lee Soo-man, presidente della SM Entertainment, prende spunto dal modello dell’idol pop americano popolare dalla Motown Records e fa debuttare la boy band HOT. Vengono sottoposti a una rigorosa formazione di canto e ballo, ma soprattutto di comportamento, lingua e gestione dei media. Il gruppo riuscì a vendere 10 milioni di dischi in cinque anni permettendo alla SM di diventare la prima agenzia d’intrattenimento sudcoreana a quotarsi in Borsa.

Il loro stile aveva una forma di pop più morbida e gentile, con melodie allegre accompagnate da energici passi di danza. Ciò consentì di presentare gli artisti attraverso produzioni visivamente stimolanti come video musicali, esibizioni televisive e concerti dal vivo su larga scala.

Il 2000

La musica coreana iniziò ad essere definita “K-pop” per differenziarla dal denominazione già usata in Giappone, J-pop. Dal 2002 gli idol cominciarono a godere di successo in altre parti dell’Asia soprattutto dopo la Coppa del mondo in Corea del Sud. BoA fu la prima cantante K-pop a raggiungere la prima posizione della classifica giapponese Oricon, e Rain si esibì a Pechino in un concerto tutto esaurito davanti a 40.000 persone.

Nel 2003 il successo della boy band Tvxq segnò il ritorno dei gruppi nel mondo dell’intrattenimento coreano e la crescita della Hallyu, cioè la popolarità della cultura sudcoreana all’estero. Il K-pop di seconda generazione fu seguito dagli esordi di gruppi come SuperJunior (2005), BigBang(2006), WondeGirls (2007), Girls’Generation(2007), Kara(2007), Shinee(2008), 2NE1(2009) e f(x) (2009). 

Un’enorme porzione del mercato musicale dell’Asia orientale venne occupata dal K-pop. Le esportazioni musicali vennero favorite dal crescente ruolo della Corea del Sud nell’economia mondiale, dall’immigrazione coreana e dalla diffusione della cultura coreana nel mondo. Nel 2008 quasi il 68% dei profitti legati all’esportazione del genere provennero dal Giappone, seguito dalla Cina (11,2%) e dagli Stati Uniti (2,1%). In quello stesso anno la boy band BigBang introduce la musica dance elettronica.

Dal 2013 apparirono progressivamente sempre più “idol hip hop” che mettevano il rap al centro della loro musica e affrontavano tematiche sociali, soprattutto tra le boy band.

Il successo planetario

Nel 2002, il mercato musicale in Corea del Sud registrava un valore interno di 286,1 miliardi di won ($272 milioni) ed esportazioni per 6 milioni di dollari. Nel 2009 il mercato interno crollò a 80 miliardi di won, perciò le compagnie d’intrattenimento si rivolsero a Internet e alla musica digitale per raggiungere i mercati esteri, portando a un aumento delle esportazioni, che toccarono $31,3 milioni e fecero dell’industria la 14ª più grande al mondo. Nel 2018 l’industria musicale coreana era la sesta più grande al mondo.

I social media furono di vitale importanza per raggiungere un pubblico più ampio e riuscire ad apparire nelle classifiche occidentali come quelle di Billboard. Le più grandi agenzie di spettacolo coreane – SM, YG e JYP Entertainment – cercarono di entrare nel mercato statunitense con artisti come BoA, Wonder Girls, Girls’ Generation e CL, ma tutti i tentativi fallirono.

Nel 2017 una di esse, i BTS, diventano il primo gruppo coreano a vincere un Billboard Music Award. I primi artisti coreani ad aggiudicarsi un American Music Award, ad avere un album, Love Yourself: Tear del 2018, alla prima posizione della Billboard 200, e un singolo, Dynamite del 2020, in vetta alla Billboard Hot 100. I BTS generarono una frenesia sociale globale che venne paragonata a quella dei Beatles.

Tradizione coreana e transnazionalità

La musica tradizionale coreana è caratterizzata dall’improvvisazione. Un’esibizione “pansori”, arte del cantastorie, può durare per oltre otto ore durante le quali un’unica cantante si esibisce senza interruzioni.

Invece di contrapporre velocità diverse com’è comune nella musica occidentale, la maggior parte della musica coreana tradizionale comincia con il movimento più lento per passare a tempi gradualmente più veloci.

Il jeongak, detta storicamente musica aristocratica, è eseguito con un tempo molto lento, con pulsazioni singole che prendono fino a tre secondi. La pulsazione eguaglia la velocità del respiro trasmettendo staticità e meditazione e non il battito cardiaco come nei maggiori successi musicali dell’occidentale.

Il pungmul, come viene chiamata la musica popolare della Corea è caratterizzata dal pathos. Tema strettamente legato alla vita della gente comune.

Dall’altra parte il K-pop moderno è la musica pop più transnazionale del mercato asiatico ed è caratterizzato dalla fusione dei sound occidentali moderni e delle influenze afroamericane quali l’hip hop, R&B, jazz, black pop, soul, funk, techno, disco, house e afrobeat all’idea coreana di performance. Essa include passi di danza sincronizzati, cambi di formazione e movimenti attraenti e ripetitivi.

L’Institut national de l’audiovisuel francese definisce il genere “una fusione di musica sintetizzata, coreografie definite e abiti colorati alla moda”. Il professore di etnomusicologia dell’ Università di Hannover Michael Fuhr lo descrive come un prodotto meticolosamente ibridato, un’aggregazione unica di musica, immagini visive, testi, ballo, e moda, un prodotto postmoderno di “pastiche” e “parodia”, una carnevalesca celebrazione del diverso.

Per alcuni sono proprio gli aspetti transnazionali e ibridi a causare il senso d’innovazione e curiosità.

Korean – English

Jin Dal-yong di Popular Music and Society scrisse che il forte uso di frasi inglesi sia dovuto all’influenza “dei coreano-americani e/o dei coreani che hanno studiato negli Stati Uniti”. In realtà la produzione musicale di cantanti o gruppi con coreano-americani contiene un stile americano e in inglese che cattura maggiormente l’interesse dei giovani. Ecco perchè compositori e produttori stranieri vengono sempre più coinvolti nella realizzazione di canzoni per gli artisti K-pop. 

Negli anni Novanta l’uso di nomi coreani era uno standard; i musicisti con nomi inglesi li traslitteravano in hangeul. Passata la crisi finanziaria del 1997, il governo smise di censurare i testi in inglese e la lingua conobbe un boom nel Paese. Al giorno d’oggi un numero crescente di gruppi adotta nomi in inglese piuttosto che in coreano, il che permette di raggiungere un pubblico globale più ampio.

Tuttavia il pubblico occidentale tende a dare enfasi all’autenticità e all’espressione individuale nella musica, che il sistema di formazione degli idol dà l’idea di sopprimere occidentalizzando gli artisti. Sebbene l’ibridismo a volte possa portare i fan ad ammirarne maggiormente le star perché è percepito come fresco, nuovo e interessante, non viene apprezzato da chi crede nella purezza della linguistica.

La coreografia

Le coreografie sono diventate l’aspetto più importante delle esibizioni K-pop. Includono spesso la cosiddetta “point dance”, una sequenza di movimenti avvincenti e ripetitivi che ricalca il contenuto del testo del brano. Il termine “kalgunmu” (칼군무) si riferisce alle routine di ballo più precise e sincronizzate. Nel 2010 Ring Ding Dong e Lucifer degli Shinee hanno lanciato la moda delle coreografie complesse, costruite con uno schema di separazione/unificazione in cui i membri del gruppo danzano singolarmente o in piccoli gruppi prima di riunirsi nel momento culminante del pezzo. Nello stesso decennio è emersa anche la “concept coreography”, nella quale testo, costumi di scena e danza vengono uniti in un’esibizione onnicomprensiva per raccontare una storia, come, ad esempio, in Wolf degli Exo. 

L’allenamento e la preparazione sono intensi, per questo esistono centri di formazione che sviluppano le abilità di ballo. L’allenamento fisico è uno dei maggiori obiettivi delle scuole, e deve continuare anche dopo aver firmato un contratto. Alcuni trascorrono diversi anni all’estero a studiare danza insieme a coreografi e istruttori americani prima di debuttare.

I gruppi sono più comuni dei solisti,dato che sotto l’ottica di un’economia di scala, la presenza di molteplici artisti permette di eseguire le coreografie senza assumere ballerini di backup. Inoltre ciascun membro può attirare diversi tipi di fan e dedicarsi ad attività separate diverse da quelle del proprio gruppo.

Moda k-pop

Seo Taiji segnò un punto di svolta anche per i canoni estetici degli artisti maschili. L’ideale contadino, uomo robusto con il volto rotondo fu sostituito da un look androgino. Caratterizzato da visi delicati più allungati e corpi alti e magri . Esibiscono quello che in occidente hanno definito “femminilità maschile” che si oppone alle nozioni convenzionali sia di mascolinità che di eterosessualità e omosessualità. Uno studio ha evidenziato che le fan del K-pop apprezzano tale tipo di rappresentazione perché dà loro la sensazione di abbandonare l’idea patriarcale della donna subordinata all’uomo. 

Principali controversie nell’industria coreana

Corruzione

Durante gli anni 70 si diffuse una pratica illecita detta “payola” che consisteva nel pagamento di un DJ o di un direttore radiofonico da parte di una società di edizioni  o di etichette discografiche in cambio della messa in onda dei brani da loro prodotti e così evitare la pirateria e la censura del governo. Tra le otto aziende sotto indagine nel 2002 figurarono la SidusHQ e la SM Entertainment. 

Sessualizzazione e prostituzione

Le girl band degli anni Novanta erano famose per l’immagine di ragazze innocenti, priva di elementi sessuali. L’adozione di outfit e coreografie venne condannata sostenendo che fosse un modo per mercificare il corpo femminile. Inoltre venne sollevato particolare preoccupazione per la sessualizzazione dei minori, obiettando che le giovani idol siano suscettibili di pressioni a indossare vestiti succinti e ballare in modo provocante.

Nel 2014 la Korean Fair Trade Commission ha approvato una legge che protegge i minorenni da pratiche lavorative dannose ed esibizioni apertamente sessualizzate.

L’11 marzo 2019, Seungri, ex membro dei BigBang, annuncia il suo ritiro dall’industria musicale a causa di un scandalo sessuale. Le accuse della polizia riguardano filmati di incontri privati di importanti figure dello spettacolo e della finanza con delle donne. Venivano scambiati e condivisi in una chat comune in un club di loro proprietà, dove le donne venivano inconsapevolmente drogate e poi offerte ai clienti più facoltosi.

Salute mentale

Le etichette discografiche sono rappresentanti dei propri artisti. Sono responsabili dell’assunzione, del finanziamento, della formazione e della commercializzazione di nuovi artisti, oltre che della gestione delle loro attività musicali e delle pubbliche relazioni.

Nel 2008 la boy band TVXQ chiama in tribunale la SM Entertainment per l’eccessiva durata del suo contratto (13 anni) e dell’ingiusta distribuzione dei guadagni. L’anno successivo la Korean Fair Trade Commission ha introdotto dei contratti standardizzati non più lunghi di sette anni che garantissero maggiori diritti agli idol.

L’aumento dei suicidi tra noti musicisti del K-pop hanno attirato l’attenzione sulle pressioni e lo stress psicologico vigenti nell’industria. Alcuni hanno suggerito che la costante attenzione del pubblico e l’incertezza del proprio lavoro di intrattenitori possano aver effetti deleteri sulla salute mentale. Nel dicembre 2017 la morte di Kim Jong-hyun degli Shinee, affetto di depressione, aveva aperto numerose discussioni sullo stato dell’assistenza mentale in Corea del Sud. Diverse star affrontarono pubblicamente l’argomento, nonostante il tabù sui disturbi psicologici radicato nella cultura coreana. Nel 2019, le morti apparentemente auto-inflitte di Sulli e Goo Ha-ra, vittime di cyberbullismo, contribuirono alla proposta di legge per introdurre pene più severe contro a chi lasciava commenti d’odio.

Il futuro del K-pop 

I benefici economici per la popolarità del K-pop ha convinto il governo sudcoreano a investire in attività per favorirne la diffusione. Il Ministero degli Affari Esteri invita regolarmente i fan del K-pop oltreoceano a partecipare all’annuale K-pop World Festival in Corea del Sud. In ambito diplomatico il K-pop è una forma di soft power per rafforzare la reputazione a livello internazionale. Dal 31 marzo al 3 aprile 2018, dopo un lungo intervallo lungo durante il quale i cantanti sudcoreani si esibivano solo occasionalmente in territorio nordcoreano, circa 190 artisti si esibirono a Pyongyang, con il dittatore Kim Jong-un tra il pubblico.

Fino agli inizi del 2000 i fandom del K-pop negli Stati Uniti si trovavano soltanto nelle comunità coreane o asioamericane o ex-fan del J-pop interessati alla cultura asiatica. Grazie all’esordio di YouTube nel 2004 il genere coreano si espanse velocemente raggiungendo anche altre culture che non conoscevano la cultura coreana. Questo fenomeno ha reso a volte difficoltosa la possibilità di interagire personalmente con gli artisti. Diffondendo diffidenza e accuse di superficialità verso i cantanti. 

Un articolo del The Wall Street Journal ha indicato che il futuro del K-pop dipenderà unicamente dai fan, le cui attività online si sono evolute in “micro-aziende”. Infatti in Corea le prestazioni nelle classifiche svolgono un ruolo fondamentale nel misurare il successo di un gruppo e mantenerlo in attività. Gli appassionati che pongono molta enfasi su acquisti, streaming, ascolti e promozioni su Internet contribuiscono alla fama mondiale dell’industria discografica coreana. 

 

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