Il dibattito sull’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti si concentra sulla tutela della libertà di espressione e sul superamento di un anacronismo burocratico. L’Italia resta uno dei pochissimi Paesi occidentali a regolamentare l’accesso alla professione tramite un ente pubblico, differenziandosi dalle principali democrazie internazionali.
Al centro delle critiche – sollevate da esponenti politici, osservatori e dagli stessi professionisti – c’è il potenziale corto circuito con l’articolo 21 della Costituzione italiana. Se la Carta garantisce a chiunque il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, l’obbligo di iscrizione a un albo viene percepito come un controsenso: una barriera d’accesso a una libertà fondamentale che, per sua natura, non dovrebbe essere subordinata al possesso di un tesserino.
A pesare sul tavolo del dibattito c’è anche un’eredità storica controversa: i critici ricordano che l’albo nacque nel 1925, sotto il regime fascista, proprio come strumento di controllo e censura della stampa.
Una radice autoritaria che si scontra oggi con la rivoluzione digitale. Nell’era di internet, dei blog e dei social network, la rigida distinzione tra “professionisti” e “pubblicisti” fissata dalla legge del 1963 appare ormai superata. L’esame di Stato e i rigidi paletti burocratici non sembrano più in grado di tutelare le nuove generazioni: la realtà odierna è fatta di giovani freelance precari che, pur producendo informazione di fatto ogni giorno, restano intrappolati fuori dall’albo e privi di reali tutele.
Nel mirino dei detrattori finisce anche l’efficacia stessa dell’ente sul fronte della vigilanza. L’Ordine viene spesso accusato di muoversi con eccessiva lentezza o parzialità nell’applicare sanzioni chiave, come sospensioni o radiazioni, di fronte a casi di fake news o violazioni della privacy, finendo per agire più come uno scudo corporativo che come un garante dell’utenza. A questo si aggiungono le critiche sulla gestione interna: l’obbligo della quota annuale e l’accumulo forzato di crediti formativi sono percepiti da molti iscritti come una tassa superflua e un pesante fardello burocratico privo di un reale valore professionale.
Nelle principali democrazie globali non esistono ordini professionali di diritto pubblico. Il rispetto della deontologia e la qualità dell’informazione sono affidati ad associazioni sindacali libere, a consigli della stampa indipendenti o alla responsabilità dei singoli editori. Per i critici, l’assenza di un ente statale dimostra che si può garantire una stampa libera senza un organo centrale che decida chi ha il diritto di pubblicare notizie, inchieste e opinioni.
Sul fronte opposto, tuttavia, i difensori dell’Ordine ne rivendicano il ruolo come presidio di legalità, qualità dell’informazione e indipendenza dai poteri forti. Secondo i sostenitori dell’ente, l’albo e il codice deontologico non limitano la libertà, ma tutelano i cittadini dalle fake news, sanzionando chi viola l’etica professionale, e proteggono la dignità salariale dei giornalisti più esposti al precariato.
In un ecosistema mediatico in perenne evoluzione, il modello italiano si trova a un bivio. Se da un lato l’abolizione dell’Ordine allineerebbe l’Italia agli standard delle altre democrazie occidentali, dall’altro restano aperti i dubbi su come garantire il rispetto della deontologia in un mercato editoriale sempre più frammentato. La sfida del futuro non sarà tanto difendere o distruggere un tesserino, quanto trovare strumenti moderni capaci di tutelare la qualità dell’informazione senza trasformarsi in un freno per la libertà d’espressione.





