Lubiana: tra il decoro del centro e la vitalità della periferia

Grandi spazi verdi, strade pedonali nel centro storico, servizi di bike sharing e veicoli elettrici gratuiti (i cosiddetti kavalir) al servizio degli abitanti e dei turisti. Ecco Lubiana, capitale della Slovenia, nominata capitale green europea nel 2016.

Passeggiando lungo le sponde del fiume Ljubljanica, che attraversa la città, mi vengono subito in mente due parole che torneranno con insistenza durante il mio soggiorno nella capitale: differenza e diffidenza. La diffidenza nasce, spesso, da una differenza che non vogliamo sanare o comprendere. Altre differenze, invece, nascono proprio a causa  della diffidenza.

Esplorando la città, è impossibile non constatare la differenza tra il comune immaginario di capitale europea, frenetica e stacanovista, e la calma e la  tranquillità che aleggiano, invece, tra le stradine del centro storico di Lubiana. Sì, perché la città sembra iniziare e finire tutta lì: nel centro. Il resto, la periferia, fatta di ampi stradoni deserti e imponenti palazzi moderni, pare non avere ragione d’esistere.

A questo punto una domanda sorge spontanea: ciò che appare è esclusivamente ciò che la città è veramente o ne rappresenta solo una piccola parte? Per rispondere, è necessario andare alla scoperta della capitale.

Il simbolo di Lubiana è il Castello (Ljubljanski grad), che domina l’intera città dall’alto del colle Grjska Planota. Costruito nel XI secolo, è stato ristrutturato negli anni ’60 del Novecento conservandone lo stile originario medievale, e oggi è sede di eventi, mostre, concerti e spettacoli. Da qui inizia la mia visita.

Per raggiungere il Castello è possibile prendere una funivia ma decido di concedermi una breve passeggiata nel verde. In cima al colle, la visuale permette di individuare una prima e lampante differenza: il contrasto tra il piccolo centro storico, con i suoi palazzi barocchi e liberty, e la grande periferia, con i suoi moderni edifici alti e grigi.

È sabato mattina e, una volta ridiscesa la collina, mi imbatto nel mercato cittadino. Nella piazza principale (Piazza Vodnik) si sono sistemati una miriade di banchi di frutta e verdura e io passeggio accanto a distese di frutti autunnali (uva, cachi, mele, castagne, nocciole, noci) ma anche a fianco di bancarelle di vestiti, scarpe e accessori per la montagna. Tutt’intorno, alcuni piccoli banchetti in legno propongono degustazioni e vendono miele, formaggi, salumi, vini, accumulando di fronte  a loro lunghissime file composte da turisti in cerca di assaggi e anziani muniti di lista della spesa.

Nonostante la grande quantità di gente (famiglie con bambini, gruppi di turisti, giovani e meno giovani) c’è un silenzio quasi religioso e tutti si muovono con calma. Iniziano a spuntare anche i primi venditori di caldarroste della giornata e il mio palato potrebbe essere già pienamente soddisfatto, se non fosse che il mio occhio scorge molte signore scendere alcune scalette ai lati della piazza ed entrare in un grande edificio situato leggermente più in basso.

Decido di seguirle e, una volta scese le scalette, una ventata di odori diversi mi travolge: pane caldo, dolci, formaggi, carne fresca. Mi basta un passo per avere la conferma di ciò a cui immaginavo stessi per andare incontro: il mercato coperto. Osrednja ljubljanska tržnica è il più grande mercato pubblico della città, disegnato dall’architetto Jože Plečnik e costruito tra il 1940 e il 1942. Meno turistico di quello esterno e più caotico. All’interno si affiancano moltissimi banchi diversi che vendono frutta secca, carne, salumi, formaggi, dolci e pane appena sfornati. È la gioia dei sensi.

Tra i clienti, come un grande classico di tutti i mercati europei, ci sono quasi esclusivamente anziani. Mi fermo a comprare della frutta secca, del pane e il tipico prosciutto crudo sloveno (Kraški pršut). Esco dal mercato che è quasi ora di pranzo ma non ho voglia di chiudermi in un ristorante, così decido di temporeggiare un po’ e andare alla ricerca di una caffetteria.

Per chiunque sia stato a Lubiana, dire “andare alla ricerca” sembra superfluo e perfino stupido perché la città è piena di bar, caffetterie, pasticcerie su misura per i turisti. Ma il problema è proprio questo. Mi infastidisce muovermi in uno spazio chiuso, delimitato, delineato, fatto apposta per me, che ha la pretesa di definire i luoghi, i cibi e le persone che posso conoscere.

Camminando, passo di fronte alla Cattedrale di San Nicola, altra importante meta turistica. La storia narra che la prima chiesa sullo stesso sito, documentata dal 1262, era una basilica romanica a tre navate che, dopo l’incendio del 1361, fu ristrutturata in stile gotico. Dopo la creazione della diocesi, nel 1461, fu ampliata e ristrutturata più volte. Nel 1469 venne probabilmente bruciata dai Turchi.

Nel 1701 se ne decise l’abbattimento e al suo posto si costruì una nuova chiesa barocca, a forma di croce latina, con cappelle laterali. Progettata dall’architetto gesuita Andrea Pozzo, la costruzione venne terminata nel 1706. Incuriosita, provo ad entrare ma vengo bloccata all’ingresso perché è il momento della celebrazione della messa e i turisti non sono ammessi. Devo aspettare l’orario di visita.

Delusa, esco dalla Cattedrale e, proprio di fronte, vedo un bar: ha qualche tavolino fuori con alcuni anziani a sedere che conversano, bevono uno strano vino rosato e mangiano noccioline. Decido di entrare. All’interno, il bar è interamente fatto di legno e c’è un intenso odore di superalcolici. Sono appena le 12. Mi siedo su uno sgabello e noto che quasi tutti sorseggiano questo strano vino servito in brocche di vetro. Ai tavolini, gruppi di anziani chiacchierano e ridono a voce alta, giocano a carte e, nel frattempo, accompagnano il vino con pane, prosciutto e formaggi comprati al mercato.

È qualcosa che mi colpisce perché in Italia sarebbe inammissibile mangiare, in un locale, prodotti comprati altrove. La cameriera arriva al tavolo più chiassoso per portare un tagliere e dei piatti vuoti, in modo che possano servirsi meglio. Piacevolmente meravigliata decido di adeguarmi alla situazione, ma non prima di aver scoperto il nome di quello strano vino. Al cameriere che viene a chiedermi l’ordinazione indico una delle brocche di vetro e chiedo un calice di “quello”.

Lui mi sorride sorpreso e mi rivela che quel vino si chiama cviček. È uno dei pochi vini prodotti con uva bianca e nera, nella regione della Dolenjska. Ha un sapore piuttosto acido, un basso grado alcolico e viene servito fresco. Infatti, mi spiega il cameriere, è perfetto per accompagnare sapori forti come i salumi o i piatti molto speziati. Mi concedo quindi una lunga pausa pranzo nel modo che più desideravo: tiro fuori il mio prosciutto, il mio pezzo di pane e mangio e bevo prodotti del luogo, mimetizzandomi tra gli autoctoni. Sazia e soddisfatta, quando esco dal bar ha appena iniziato a piovere ma decido lo stesso di fare una passeggiata tra gli altri vicoli del centro storico in modo da riuscire a esplorarlo tutto.

Se il lungofiume è pieno di bar, caffetterie e ristoranti moderni e piuttosto costosi, le strade parallele alle due sponde sono, invece, per la maggior parte ricche di negozi e boutique. Passeggiare per il centro della capitale è fin troppo semplice: è tutto pedonale e gli spazi sono ampi.

Le strade sono pulitissime, non ci sono cartacce e non c’è spazzatura in giro perché i bidoni si trovano sottoterra. È tutto come dovrebbe essere ma è tutto troppo perfetto. Impossibile che la vita di Lubiana sia davvero tutta qui, in mezzo ai turisti e ai camerieri in gilet all’ingresso dei bar.

In fondo, la sua recente designazione come capitale della Slovenia (nel 1991) le ha permesso di diventare il centro culturale, scientifico, economico e politico del paese, con la sede del governo centrale, del Parlamento, degli organi amministrativi e di tutti i ministeri della nazione. Inoltre, l’Università di Lubiana (fondata nel 1919) dal 2008 presenta ben 22 facoltà, tre accademie e un collegio e questo ha fatto sì che un settimo della popolazione della città fosse composto da studenti, rendendo Lubiana una città giovane.

Ma dove sono gli studenti? Dov’è l’autentica vita culturale e politica della capitale?

Stando all’esplorazione di oggi, l’ultimo baluardo di autenticità delle tradizioni sembra essere il piccolo bar in legno di fronte alla Cattedrale. Torno in hotel pensierosa e decido di uscire di nuovo verso sera per andare a cena, nella speranza di conoscere qualcuno del luogo e porgli qualche domanda. Siamo ai primi di novembre ma il clima è già invernale: quando esco, alle 19, è buio, fa molto freddo e parecchi locali sono già chiusi.

Se è stato difficile imbattersi nei giovani abitanti di Lubiana durante il giorno, la sera lo è ancora di più perché gli unici locali aperti sono prettamente turistici. Non mi rassegno e alla fine trovo un piccolo ristorante sloveno lungo la strada per tornare in hotel. All’interno il locale è pieno di gente ma il cameriere riesce a trovare comunque un posticino per me. Nel mio immaginario contavo davvero di poter conoscere qualche lubianese con cui fare due chiacchiere ma, in generale, sono tutti molto schivi ed è difficile instaurare un dialogo. Così, mi godo la mia silenziosa cena a base di zuppa di funghi, ćevapčići, bietole e patate. Sono piatti dai sapori forti ma mi lascio travolgere volentieri e, nel frattempo, organizzo e pregusto le esplorazioni del giorno successivo.

La mattina seguente mi sveglio presto e faccio colazione in una piccola pasticceria lungo il fiume. Sorprendentemente, mi imbatto in qualche lubianese DOC: sono tutti intenti a fare sport (corsa o ciclismo). In fondo, la Slovenia è famosa per sport come lo sci, l’atletica e il ciclismo. Oltre al fatto che ogni anno, dal 1996, la capitale ospita la famosa e partecipata Maratona di Lubiana.

Sorrido agli atleti ma rabbrividisco al solo pensiero e mi rifugio nella pasticceria per ordinare una fetta di prekmurska gibanica (dolce tipico lubianese, fatto a strati, a base di pasta frolla ripiena di semi di papavero, ricotta, noci e mele). Felice e soddisfatta della ricca colazione, una volta uscita dalla caffetteria scelgo di dirigermi più a nord rispetto al centro storico e di andare nei pressi della stazione ferroviaria della città per visitare il centro culturale Metelkova. Essendo una città piccola, questo dista appena venti minuti a piedi dal centro ma sono venti minuti di camminata nel deserto delle asettiche strade di periferia, colorate solo da qualche zona alberata.

 Una volta arrivata al centro Metelkova, ciò che sicuramente mi colpisce è l’enorme quantità di murales e opere in alluminio che decorano  e riempiono l’intera area, quasi a voler supplire il vuoto che lo circonda. Mi muovo meravigliata in questo enorme spazio occupato e riportato in vita.

Scorgo il cartello di una radio: Radio Student FM89.3 e un gruppo di ragazzi, per lo più africani, che chiacchiera a bassa voce e fa colazione, nel torpore di una soleggiata domenica mattina di novembre. Tra di loro ci sono anche due ragazzi italiani. Decido di avvicinarmi per fare qualche domanda sulla storia del posto. L’unico ragazzo con cui parlo (che chiamerò Luca per esigenza di sintesi) in realtà non si presenta ma ha voglia di raccontare.

La storia di Metelkova come centro culturale è iniziata nel 1993, quando il complesso è stato occupato da un’associazione indipendente di artisti e intellettuali, Mreža za Metelkovo (Rete per Metelkova), per proteggerlo dalla demolizione. L’intera area un tempo era una fabbrica di armi, costruita nel tardo XIX secolo. Oggi gli edifici sono stati decorati e trasformati da numerosi artisti sloveni e ospitano club musicali, mostre e festival di cultura alternativa. Nel raccontare la storia del posto, Luca mi confessa di essere originario di Bologna e allora io, che ho vissuto lì per tre anni, faccio subito il paragone con i centri sociali come Làbas e XM, recentemente vittime di sgomberi da parte dell’amministrazione comunale.

Luca risponde che, in realtà, il pericolo di sgombero è stato superato nel momento in cui il Metelkova è stato dichiarato “centro culturalmente protetto”.  Tuttavia, periodicamente, la polizia arriva per fare dei controlli.

Dopo questa breve chiacchierata, Luca mi porta a conoscere meglio il centro: c’è un ostello, nato sui resti di un’ex prigione, e una mensa che periodicamente organizza pranzi sociali a prezzi popolari o gratuiti. Con la mente sempre a Bologna, penso a Làbas e all’importante ruolo che ha avuto come centro di accoglienza per i migranti che in città non avevano un tetto sotto al quale dormire.

Chiedo quindi a Luca se c’è qualcuno che abita in quello spazio. Lui mi risponde, in modo schivo, che pochi abitano lì. Poi cambia subito argomento e mi propone di andare a visitare la fabbrica Rog, a poche centinaia di metri dal Metelkova.

Non insisto con le domande e decido di seguirlo.

Rog è un’ex fabbrica di biciclette occupata dal 2006. Si tratta di un luogo che ospita vari spazi pubblici e diversi collettivi. Si passa dalle gallerie d’arte, agli skatepark fino a dei veri e propri studi per designer e artisti. Luca mi racconta che Metelkova e Rog sono i principali centri di aggregazione per gli studenti di Lubiana. Ognuno viene per scopi diversi e ne esce sempre appagato: concerti, mostre, dibattiti politici, progetti culturali. Dopo un po’ Luca si ricorda di avere un impegno, se ne va e mi lascia lì.

Da sola, in questo immenso spazio verde e circondata da murales (di cui uno, recentissimo, che raffigura Hevrin Khalaf, l’attivista e politica curda uccisa dalle forze filoturche il 12 ottobre scorso), ripenso alle due parole che mi sono venute in mente appena arrivata a Lubiana: differenza e diffidenza. Due parole che suonano simili e che spesso vanno a braccetto. Scoprire questi posti, per me, oggi ha significato superare la differenza che questa città (come la maggior parte delle capitali europee) vuole stabilire tra “il decoro” del centro e “il degrado” della periferia. Solo attraverso la conoscenza si può capire che questa differenza non esiste e decretarla è dannosa.

La ghettizzazione, la volontà di non voler conoscere o comprendere le differenze altrui, che naturalmente esistono, porta alla paura e, quest’ultima, alla diffidenza. Io e Luca siamo nati nello stesso paese e parliamo la stessa lingua ma lui mi ha vista diversa ed è rimasto diffidente. Non gliene faccio una colpa e lo capisco, abbiamo sicuramente trascorsi diversi, ma la cosa un po’ mi rattrista. Ci siamo talmente abituati a stabilire confini e barriere che, spesso, lo facciamo anche involontariamente. Succede a me. Succede a Luca. Succede.

Riparto così: con un velo di sconforto nel cuore ma con la speranza che posti come Metelkova e Rog a Lubiana o Làbas a Bologna continuino a essere spazi di libertà, integrazione e aggregazione, per educarci ed educare a comprendere le differenze e superare la diffidenza.

 

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