Il Trattato di Lisbona, all’articolo 6, afferma che “l’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 7 dicembre 2000”, inoltre conferendo alla Carta di Nizza lo stesso valore giuridico dei Trattati. L’articolo 6 del Trattato di Lisbona è collocato alla fine di un percorso durato più di quarant’anni, nel corso del quale l’Unione Europea (e prima di Lei la Comunità Economica Europea) si è affermata nel campo dei diritti umani come promotrice e protettrice, spinta spesso dalle iniziative del Parlamento Europeo. Questo, nato come Assemblea Comune della CECA e poi Assemblea della della CEE, inizialmente godeva di funzioni sostanzialmente consultive e di controllo, trovandosi sprovvista di strumenti efficaci per controllare l’andamento della Comunità. Queste limitazioni non hanno limitato i tentativi del Parlamento nel creare se non un’identità, quanto meno un’idea comune di quello che vuol dire essere europei, e questa idea non può prescindere dalla democrazia e dai diritti umani.

Con il Trattato di Roma del 1957, la neonata CEE si inserì nel contesto geo-politico bipolare, assumendo per sé il ruolo di promotrice di una maggiore integrazione economica, con chiari obiettivi in merito ad un’unione doganale, monetaria e infine economica. Questo approccio era dato dal funzionalismo, dottrina che prese forza dai fallimenti delle spinte federaliste dei primi anni 50: l’integrazione sarebbe stata perseguita prima in ambito economico, sperando che il resto (ambito politico, militare, culturale) la seguisse. Ciò era inoltre possibile dalla “divisione dei lavori” ufficiosa che avveniva tra le Comunità Europee e il Consiglio d’Europa, principale istituzione interessata alla tutela dei diritti umani per mezzo della Convenzione europea per i diritti dell’Uomo, con la CEE che si occupava dei suoi già citati ambiti di competenza.

Questa divisione in realtà nasceva più per comodità che per un’effettiva divisone dei lavori: anche la CEE avrebbe potuto occuparsi di diritti umani, se avesse voluto. All’inizio degli anni 60, l’Assemblea prese il primo fondamentale passo per trasformare la Comunità Economica Europea in un’Unione che riconosce e protegge i diritti dell’uomo come pilastro fondamentale della sua esistenza. Questo primo passo coincide con il “Rapporto Birkelbach”, relazione della Commissione Politica dell’Assemblea Parlamentare nel quale si affermava la convinzione che ogni Stato che volesse entrare nella Comunità dovesse avere un solido sistema democratico e che le libertà e i diritti fondamentali fossero rispettati. Il Rapporto Birkelbach venne letto in una seduta svoltasi nel dicembre 1961, mentre la Comunità valutava la richiesta di associazione della Spagna di Francisco Franco che, dopo un’iniziale ottimismo da parte del Consiglio dei Ministri, venne rifiutata.

Gli stessi principi vennero applicati anche per la Grecia, che dal 1967, dopo il cosiddetto colpo di Stato “dei colonnelli”, non rispettava più il requisito “democratico” enunciato dal Rapporto Birkelbach. La Grecia e la Spagna dovettero attendere diversi anni prima di poter entrare nelle Comunità, rispettivamente nel 1981 e 1986, dopo la restaurazione in entrambi i paesi di regimi democratici e un periodo di osservazione rispetto alla salute del nuovo assetto istituzionale.

Il percorso iniziato nei primi anni Sessanta fu portato avanti a più riprese, diventando nel corso dei decenni parte integrante dell’identità delle Comunità europee: nel 1973 la Dichiarazione di Copenaghen, firmata dai capi di Stato degli allora 9 Stati membri, definì la democrazia come parte integrante degli elementi che costituivano l’identità europea. Con l’introduzione del suffragio universale, l’Assemblea divenne il Parlamento Europeo, eletto nel 1979 nelle prime elezioni internazionali della Storia. Seppur ancora debole rispetto al Consiglio, un Parlamento eletto offriva un livello di democratizzazione mai visto nel mondo Comunitario, già allora considerato troppo tecnocratico e poco vicino alla popolazione. I successivi trattati continuarono a conferire poteri sempre più rilevanti al Parlamento, a partire dall’Atto Unico Europeo del 1986, passando per il Trattato di Maastricht del 1992, fino a Lisbona, quando fu introdotta la procedura legislativa ordinaria, sancendo la sostanziale eguaglianza con il Consiglio su molte tematiche.

Parallelamente, il cammino per la tutela dei diritti proseguiva: nel 1993, la prospettiva di un sostanziale allargamento dell’Unione verso i paesi dell’Est Europa spinse, durante un vertice a Copenaghen, il Consiglio Europeo a definire chiaramente quali fossero i requisiti che uno Stato doveva rispettare per poter entrare nell’Unione. I “criteri di Copenaghen” sono tre, e fanno riferimento a tre campi considerati fondamentali per l’Unione:

1.La presenza di istituzioni stabili a garanzia della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti umani, del rispetto e della tutela delle minoranze(criterio politico).

2. “Un’economia di mercato affidabile e la capacità di far fronte alle forze di mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione” (criterio economico).

3. “La capacità di accettare gli obblighi derivanti dall’adesione” (eur-lex.europea.eu)

Il primo criterio sancì definitivamente la presa di posizione dell’Unione Europea in materia di diritti: seppur il campo economico rimanesse fondamentale, l’Unione non era più soltanto un’area di integrazione economica. La difesa della democrazia e i diritti dell’uomo non poteva essere lasciata ad altri: l’Unione avrebbe dettato la strada.

La Carta di Nizza del 2000 si inserisce nel tentativo di creare una vera e propria Costituzione Europea, che avrebbe rivoluzionato l’idea di un’Europa unita. Purtroppo il progetto fallì, ma l’inserimento della Carta nel Trattato di Lisbona sancisce ulteriormente la volontà dell’Unione di promuovere gli stessi principi che negli anni 60 l’Assemblea parlamentare aveva affermato, iniziando un percorso che continua fino ad oggi.

Parlando allora dei giorni nostri, superato il 2009, l’Unione ha proseguito questo processo? La risposta non è semplice. L’Unione continua a promuovere i principi democratici, ormai fondamentali, in tutte le sue forme di azione esterna, ma spesso, quando questi principi sono effettivamente in pericolo, per molti risulta frustrante quello che viene percepito come un immobilismo da parte dei vertici europei, un’incapacità di applicare atteggiamenti di hard power (politica estera assertiva) quando il soft power non basta o non viene preso sul serio. Una frase molto famosa e molto ripetuta afferma che l’Unione è “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”, detta per la prima volta negli anni 90 da un Ministro degli Esteri belga, volendo con questa frase provocatoria evidenziare l’incapacità europea, superato l’aspetto economico, di farsi valere sulla scena internazionale, rispetto ad attori più assertivi come gli Stati Uniti, la Russia e oggi la Cina. Questa frase non è del tutto vera: dagli anni 90 ad oggi l’Unione ha fatto passi significativi per potenziare la propria credibilità verso l’esterno, ma non è neanche del tutto falsa, basti vedere il poco peso che l’Unione ha nei negoziati nel conflitto russo-ucraino, che, nonostante stia avvenendo alle porte dell’Unione, vede questa come un attore secondario.

Basta quindi affermare che i diritti sono tutelati perché questi lo siano effettivamente, o serve qualcosa di più incisivo? È bene guardare e apprezzare il processo che dal Rapporto Birkelbach in poi ha portato l’Unione Europea dove è ora, ma è altrettanto bene tenere a mente che il lavoro per la tutela dei diritti non è finito, e l’Europa deve capire quale ruolo vuole svolgere.

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