Sipario. Va in scena lo spettacolo più surreale della Repubblica Italiana: “La caccia al fantasma”. Il regista è la magistratura romana. Gli attori cambiano, i faldoni ingialliscono, ma la trama resta identica: girare in tondo per poi tornare, con un inchino stanco, al punto di partenza. Oggi, di fronte all’ennesimo vicolo cieco, gli inquirenti si trovano nella classica postura di chi non sa più che pesci prendere.
Ma d’altronde, come biasimarli? Per anni la Procura di Roma, il famoso “Porto delle nebbie”, ha inseguito un catalogo di piste da far impallidire gli sceneggiatori di Via col Vento. Abbiamo avuto i terroristi che arrivavano dall’Est, i banchieri impiccati a Londra, i messaggi cifrati nelle cabine telefoniche, i dossier della Stasi e perfino i gangster della Banda della Magliana capaci di ricattare il Vaticano e il papa in persona. Ogni volta che una pista crollava sotto il peso della sua stessa assurdità, la magistratura non si è persa d’animo: ha azzerato tutto, ha cambiato magistrato e ha ricominciato a scavare. A volte letteralmente, aprendo tombe a favore di telecamera, per poi richiuderle con un metaforico “scusate il disturbo, ci siamo sbagliati”.
Nel momento esatto in cui la Procura di Roma ha riaperto per la terza volta un’inchiesta per dare la caccia ai fantasmi e ai vampiri della Transilvania, ecco arrivare il soccorso politico: la Commissione Parlamentare d’Inchiesta. Perché in Italia, si sa, quando non si vuole risolvere un problema, si crea una commissione. Il risultato è un meraviglioso raddoppio delle poltrone, un fiorire di audizioni fotocopia, una scazzottata verbale tra magistrati, fuga di notizie, consulenti dimissionari e un passaggio di carte che garantisce la burocrazia al mistero.
Quando si pensa che la farsa abbia toccato il fondo, i registi dell’inchiesta riescono sempre a stupire con colpi di scena degni di una commedia all’italiana. L’ultimo filone ha raggiunto vette di comicità assoluta: l’iscrizione nel registro degli indagati di un blogger, accusato nientemeno che di favoreggiamento personale. La sua colpa? Aver pubblicato su Facebook messaggi privati che hanno mobilitato addirittura i reparti speciali dell’Antimafia. Per la Procura di Roma, quella bacheca social meritava l’invio dell’Arma dei Carabinieri, una perquisizione domiciliare e il sequestro di computer e telefoni. Un dispiegamento di forze spettacolare per inseguire una presunta testimone oculare che saprebbe ciò che è accaduto a Emanuela, in una storia dove i mitomani sono fioccati come neve d’inverno.
Queste iscrizioni nel registro degli indagati sono l’ennesima messinscena a favore di telecamera, fuffa mediatica spacciata per “svolta investigativa” al solo scopo di dimostrare che qualcosa si sta muovendo. Si scartabellando vecchi verbali, si risentono testimoni sulle sedie a rotelle ed ex adolescenti che faticano a ricordare il pranzo. Si perseguita qualche blogger e si lancia un’agenzia di stampa per placare l’opinione pubblica. È la finta attività elevata ad arte giudiziaria: muovere le mani per nascondere che il caso Orlandi è finito da un pezzo. Alla fine, il pubblico è stanco e i popcorn sono finiti. Il fallimento della giustizia italiana nel caso Orlandi non è una notizia, è una certezza vidimata dal tempo. Resta solo l’amara ironia di un sistema che, non potendo offrire la verità, continua a regalare il biglietto per uno spettacolo sempre più nauseante protratto sulle spalle di una studentessa di musica sacra.



