La miniserie Maid, uscita sulla piattaforma Netflix lo scorso ottobre 2021, è una serie cruda, profondamente introspettiva e in grado di affrontare tematiche difficili e delicate con una luce nitida, a volte accecante e spesso stordente, da far mancare l’ossigeno. In un flusso impetuoso di analisi introspettiva e di immagini forti, nel corso della serie difficoltà materiali e tortuosità psicologiche percorrono la stessa linea narrativa, e spesso si incontrano.

Tratta dal libro autobiografico di Stephanie Land e da un articolo scritto su Vox nel 2015 dalla stessa autrice, la serie ripercorre la storia di una vittima di violenza domestica nelle sembianze della protagonista, Alex, e del suo difficile cammino verso un’indipendenza sia economica che mentale. I personaggi principali che ruotano intorno alla protagonista sono definiti minuziosamente dal punto di vista caratteriale e dal background personale di ciascuno che, snodandosi con lentezza nel corso degli episodi, è in grado, già da solo, di rispondere alle tante delle domande che Maid altrimenti lascerebbe aperte. Le esperienze vissute dai personaggi durante l’infanzia, infatti, ritornano spesso sotto forma di flashback o di comportamenti, assimilati nel passato, che finiscono con l’essere spesso ricercati o ricreati da personaggi cresciuti con figure genitoriali violente e autocentrate – che non dovrebbero essere la norma.

Alex ha una figlia di 3 anni, Maddy, e vive in una casa mobile insieme al suo compagno Sean, tendente all’alcolismo. La coppia ha in comune una storia familiare difficile, fatta di genitori alcolisti e padri violenti. Un passato di abusi che si ripercuote inevitabilmente sulla vita quotidiana di Alex e su quella di sua figlia Maddy. Le conseguenze di questi traumi irrisolti porta a scoppi di rabbia e ad episodi di violenza che sembrano cominciare a divenire quotidiani e che si verificano in maniera tanto irruenta da spingere Alex, dopo l’ennesima lite culminata nella reazione violenta di Sean, a prendere l’indispensabile per sopravvivere e a scappare via nella notte insieme alla figlia Maddy.

Da questa prima fuga e con i soldi contati, completamente sola, Alex sperimenterà la difficile via della riconquista della libertà perduta a causa dell’isolamento e della dipendenza economica. Comincerà a pulire case per ottenere una busta paga utile a garantirle aiuti economici statali e un asilo nido per la figlia, conoscerà il mondo – ricco di sfaccettature e di inaspettata, e probabilmente dimenticata, solidarietà e delicatezza – dei rifugi per donne vittime di violenza. Nonostante la chiamata a processo per la custodia della figlia richiesta dall’avvocato di Sean, la protagonista combatterà per ottenere una casa popolare e per sentirsi finalmente indipendente e, in una certa misura, al sicuro. Nel corso travolgente delle puntate Alex conoscerà la tortuosità del percorso di fuoriuscita da quello che può sembrare spesso un vicolo cieco, fatto di paure, ritorni al punto di partenza, perdoni e fiducia immeritata verso il suo ex compagno. Ma in questo percorso fatto di sfide Alex imparerà anche a dare un nome alle cose, a capirne l’origine e l’evoluzione.

“Maid” è una serie che ha il merito di dipanare, egregiamente, la nebbia che spesso impedisce di capire con chiarezza il fenomeno della violenza entro le mura domestiche. Violenza non solo fisica, ben più visibile e rintracciabile, ma soprattutto psicologica: una violenza che logora dentro fino a rendere non più responsabili delle proprie azioni, facendo sprofondare in un pozzo senza fondo di senso di colpa e di vergogna, di paura e di annichilimento, su cui gli stimoli esterni rimbalzano senza arrivare mai allo sguardo di chi vede ma non guarda, perché la subisce in prima persona.

La regista della serie Molly Smith Metzler riesce a descrivere le sfumature della violenza e le sembianze che questa può prende all’interno sia delle relazioni di coppia che di dinamiche familiari non sane. Dà un nome concreto alle sue declinazioni e riesce a renderla dunque non solo riconoscibile, ma affrontabile. Dalla violenza finanziaria, mai resa tanto chiara come in queste immagini, a quella strisciante dell’isolamento relazionale. Dalla violenza sotto forma di urla e minacce a quella materiale del lancio di oggetti e di pugni sbattuti, che a volte colpiscono.

La miniserie esplora le dinamiche e la linearità con cui la violenza si instaura, la sua escalation difficilmente percepibile a chi ci sta dentro e la accusa ma che segue gradini precisi, insidiosi, brutali ma sempre identici. E’ una serie che affronta il tema del ritorno sui propri passi, del perdono e del rischio dell’instaurarsi, di nuovo, di quel circolo vizioso che imprigiona una volta ancora, facendo credere l’uscita un ricordo opaco e vago che si perde nei contorni dei ricordi. Maid ne indaga l’origine e le prime avvisaglie. Non vuole intenzionalmente spingersi alla descrizione del tema della violenza fisica o di quello, ancor più drammatico, del femminicidio. Tutt’altro. Lo scopo vuole essere quello di evitare gerarchizzazioni, dando a tutte le forme di violenza subita la stessa dignità e dunque la stessa necessità di attenzione sia da parte della giustizia che dei media e dell’opinione pubblica, molto spesso distorta da narrazioni poco professionali e sensazionalistiche.

In Italia, la violenza domestica è un fenomeno diffuso. Spesso non denunciato o non riconosciuto dalle autorità competenti. La percentuale di donne vittime di abusi da parte di partner conviventi è aumentata vertiginosamente durante la pandemia. Il dato incoraggiante è che, secondo l’Istat, nel 2020 ben 15 mila donne hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza presso i Centri antiviolenza presenti sul territorio nazionale. Ma il problema era presente già prima del 2020: su 10.400 donne, il 74,2% viveva situazioni di violenza iniziate prima della pandemia. Il 40,6% di loro ha vissuto situazioni di abusi domestici per periodi più lunghi di 5 anni, il 33,6% per periodi da 1 a 5 anni.

In un mondo in cui la realtà degli abusi domestici è ancora tanto, troppo diffusa, Maid, e Alex con la sua incontenibile forza di volontà, respingono la normalizzazione della violenza e lo fanno muovendosi a tappe e permettendo allo spettatore di comprendere la dimensione poliedrica e tragica di un problema che potrebbe riguardare anche noi o persone a noi vicine. Maid è una chiamata di responsabilità a raccogliere e a raccoglierci. E’ un faro nel buio che illumina tante altre piccole luci di associazioni e di impegno quotidiano che andrebbe sostenuto molto di più pubblicamente e finanziariamente e che può fare la differenza. E’ un percorso di analisi e di autoanalisi fatto ad alta voce che lascia intendere che il problema è reale e va affrontato dentro e fuori di noi, perché ognuno si senta libero di uscire, un giorno, dalle profondità di quel pozzo buio che impedisce di ricordare di che colore è fatta la luce.

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