Ci risiamo. Quando il palinsesto estivo va in debito d’ossigeno, la cronaca nera romana cala il suo asso pigliatutto, il redivivo per eccellenza: Marco Fassoni Accetti. Il fotografo-regista più seriale d’Italia torna a prendersi i riflettori, gentilmente omaggiato dalla Procura di Roma con un rinfrescante interrogatorio-fiume da ben sei ore. L’ipotesi di reato sul tavolo? Una bazzecola: sequestro di persona a scopo di estorsione. Resta solo da capire se questa volta gli inquirenti abbiano davvero in mano la svolta del secolo o se, molto più verosimilmente, si stia preparando il solito “giallo sotto l’ombrellone” per intrattenere i lettori tra una fetta d’anguria e l’altra.
La Procura pende dalle labbra di un uomo che, negli anni, ha messo in piedi un catalogo di reperti degno di un mercatino delle pulci del complottismo. Al centro dello show spicca l’immancabile flauto, estratto dal cilindro dal buon Accetti e liquidato dai familiari di Emanuela Orlandi con un diplomatico e rassegnato “assomiglia all’originale”. A blindare il copione ci pensano tre perizie foniche: secondo gli esperti, la sua corda vocale sarebbe quella dei telefonisti dell’epoca. Un uomo, tre voci, mille verità e una certezza: lo spettacolo deve continuare.
Per cercare di dare una parvenza di logica al personaggio, i magistrati sono dovuti retrocedere fino al 20 dicembre 1983. Teatro della tragedia: la pineta di Castel Fusano, dove il dodicenne José Garramon fu investito e ucciso da un furgone Transit guidato proprio da Accetti, poi condannato per omicidio colposo. Come ci fosse finito quel bambino a venti chilometri da casa resta il vero buco nero della vicenda, l’unico elemento che spinge oggi la Procura a ipotizzare una squallida pista di pedofilia.
Ma la pedofilia è un reato troppo banale e pedestre per un esteta del complotto d’alto bordo. Accetti respinge l’accusa con sdegno e rilancia con la specialità della casa: la fantapolitica internazionale. Nelle sue fantasmagoriche memorie, i rapimenti di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori si trasformano in raffinatissime operazioni di intelligence, finti sequestri orchestrati per ricattare nientemeno che Papa Giovanni Paolo II sullo scacchiere geopolitico globale. D’altronde, perché mai rapire per soldi o per vizio quando puoi farlo per destabilizzare addirittura il blocco sovietico?
Se il regista punta all’Oscar, il cast di supporto non delude le aspettative. Gli inquirenti stanno ora scavando nel “cerchio magico” dell’indagato, una galassia di comparse più o meno consapevoli arruolate per la recita dei depistaggi. Tra l’ex fidanzata Patrizia De Benedetti e la sorella Laura Accetti, la vetta della comicità involontaria (o della tragedia greca, fate voi) si tocca con l’amica Gabriella Boggiani. Indicata dall’estro di Accetti come la celebre “straniera” che telefonò a casa Orlandi per rivendicare il sequestro, la donna ha finalmente vuotato il sacco davanti ai magistrati. Riconoscendosi nei nastri dell’epoca, è scoppiata in lacrime sfoderando una linea difensiva da antologia: “Pensavo fosse uno scherzo”. Ecco a voi il case cold per eccellenza trasformata in una puntata venuta male di Scherzi a Parte.






