Prima tappa: Lo Stretto di Messina.
Prima di cominciare, levati dalla testa di viaggiare in aereo: per visitare Messina devi necessariamente arrivare in macchina o con il treno. Certo, potresti prendere l’aereo per Catania, poi una volta atterrato aspettare il pullman e arrivare alla Stazione centrale di Messina in un’ora e mezza. Ma perderesti tutta la magia.
Vedi, lo Stretto di Messina, quel braccio di mare largo 3,14 km che divide la Sicilia e la Calabria, è un ponte fra due città. Una ovviamente è Messina, l’altra è Villa San Giovanni (provincia di Reggio Calabria). Questo che c’entra? Beh, la famosa magia di cui ti parlavo sta proprio qua, nell’attraversare lo Stretto di Messina passando per il mare.
Molti ti diranno di prendere l’aliscafo perché si trova proprio all’uscita della stazione e perché arriva direttamente nel porto di Messina, che ti consente di raggiungere il centro città in poco tempo. Ebbene, se è la prima volta che vieni a Messina (specialmente se sei in macchina) non ascoltare queste persone, e prendi piuttosto il traghetto, un caso rappresentativo di nomen omen: la compagnia privata che si occupa dei traghettamenti fra Messina e Villa si chiama appunto Caronte & Tourist, creata nel 2003 dall’unione di due aziende, la Caronte di Villa San Giovanni gestita dalla famiglia Matacena, e la Tourist Ferry Boat (non a caso in dialetto messinese il traghetto viene chiamato “ferribottu”) di Messina fondata nel 1966 dalla famiglia Franza. Il servizio è sempre ottimo e si paga poco, anche se nel 2021 il gruppo della Caronte è stato messo sotto amministrazione giudiziaria a causa di infiltrazioni della ‘Ndrangheta. A parte questo, è ora di salire a bordo.
Il traghetto è partito e adesso siamo proprio in mezzo allo Stretto. Riesci ad immaginare che proprio qui Ulisse passò con la sua nave affrontando Scilla e Cariddi? Certo, sappiamo bene che è una storia inventata da Omero per la sua “Odissea”, ma il mito di Scilla e Cariddi è radicato nella psicologia sociale dei messinesi. In breve, Scilla e Cariddi erano delle ninfe trasformate per motivi diversi in mostri: Scilla a causa di una pozione della Fata Morgana, Cariddi per aver disobbedito a Zeus. Esse non rappresentano altro che le correnti e i gorghi che si formano ogni giorno nel mare dello Stretto, e fra l’altro adesso sono il nome di due diverse località: Cariddi è una via di Torre Faro, il quartiere che si trova a Capo Peloro, Scilla invece è un comune della provincia di Reggio Calabria.

E a proposito, se guardi verso destra ecco proprio Capo Peloro (ci andremo più tardi) e un reperto di archeologia industriale degno di nota, il Pilone! Devi sapere che dal 1955 al 1985, furono costruiti due grandi tralicci da 224 metri fra Messina e Villa San Giovanni in grado di creare un elettrodotto unico fra le due città, dalla potenza di 220 kV. In seguito non utilizzati, i piloni rimangono lì, fermi, come sentinelle a guardia delle proprie città.
Il vento comincia ad alzarsi, segno dunque che stiamo quasi per sbarcare al porto del Viale della Libertà; non ti ho detto della magia. Beh, spiegarti la magia è molto difficile, ma pensa semplicemente a questo: attraversare lo Stretto è come raggiungere l’orizzonte. Sembra impossibile arrivarci, eppure ci arrivi.
Seconda tappa: il Centro Storico e affini.
E’ proprio vero che si è alzato il vento, e questo è proprio scirocco. Lo si riconosce perché è caldo e perché porta spesso residui di sabbia. Infatti esso proviene dalla Siria ed il suo nome è di origine araba (sharqiyya). Ma perché dovrei darti una lezione di meteorologia? Lo scirocco è il vento per eccellenza di Messina e della Sicilia, l’unico che passando dal Sahara e per il Mar Mediterraneo riesce a far piovere sabbia e a rendere il cielo di un giallo quasi fantascientifico. E anche lo scirocco è un elemento dell’antropologia messinese: c’è un famoso detto che dice “ci voli ‘u ventu ma non pi stutari i cannili”, letteralmente “c’è bisogno del vento ma non per spegnere le candele”. Un invito al cambiamento, quasi alla rivolta… ma con moderazione.
Siamo nel bel mezzo della mattinata e prima di spostarci verso le coste è meglio farsi un giro in centro, perché in realtà c’è tanto da vedere. Ma come ci arriviamo senza macchina? Per l’occasione prenderemo il tram e arriveremo fino alla famosa Passeggiata a Mare, dopodiché proseguiremo a piedi. Tranquillo, per muoversi fra le strade del centro non c’è modo migliore che a piedi, senza fatica o senza allenamenti del caso. Tutto è vicino e raggiungibile in poco tempo. Attento, sta arrivando il tram! Saltiamo su prima di perderlo che sennò ci tocca aspettare ore prima che ne arrivi un altro…
La storia del tram di Messina è lunga più di un secolo. Infatti già ai primi del Novecento, Messina aveva una linea tranviaria, dal 1917 fino al 1951, e arrivava persino nei paesi di provincia. A causa della mancanza di finanziamenti la rete venne dismessa, ma nel 1996 il progetto venne recuperato attraverso una collaborazione fra il Comune di Messina e la Provincia di Messina, elaborando un’unica linea tranviaria che potesse collegare gli estremi capo linea della zona Nord e della zona Sud della città. Il progetto venne appaltato nel 1998, i lavori iniziarono nel 1999 e nel 2003 l’opera fu completata.

E pensa che prima di arrivare a tutto questo sono cambiate ben 3 amministrazioni: l’idea iniziale infatti veniva dal Sindaco Francesco Providenti, vincitore della tornata elettorale del 1994 con una coalizione di centrosinistra guidata dal Partito Popolare Italiano, il Partito Repubblicano Italiano, il Partito Democratico della Sinistra, Rifondazione Comunista ed i Verdi. Piccola curiosità: Providenti fu il primo sindaco di Messina ad essere stato eletto direttamente dai cittadini. Prima, infatti, il sindaco veniva eletto dal Consiglio Comunale. Dopo Providenti, il progetto venne portato avanti da Salvatore Leonardi, già sindaco di Messina dal 1990 al 1994 con la Democrazia Cristiana, e vincitore delle elezioni del 1998 con la coalizione di centrodestra composta da Forza Italia, Alleanza Nazionale ed UDC. Tutt’ora Leonardi è considerato il “padre” del tram. E infine, colui che inaugurò l’opera fu Giuseppe Buzzanca, anche lui candidato di centrodestra nelle elezioni del 2003. Insomma, un’eredità che si è spostata di volta in volta ma con una costante: il servizio è gestito dall’Azienda Trasporti Messina (ATM), partecipata pubblica creata nel 1968 e che nel 2018 venne liquidata a favore di una privatizzazione del servizio con trasformazione dell’azienda in una S.p.A (Società per Azioni) a capitale pubblico. Questo faceva parte del progetto di esternalizzazione dei servizi di cui l’ex Sindaco Cateno De Luca, eletto alle elezioni del 2018 con una coalizione di liste civiche, era uno dei maggiori promotori. Con la creazione dell’ATM S.p.A il prezzo dei biglietti aumentò (1 corsa singola passò da 1 euro e 20 cents a 1 euro e 50 cents dalla durata di 100 minuti e se lo compri sul mezzo di trasporto costa 2 euro, 1 biglietto andata e ritorno è passato da 1 euro e 70 cents a 2 euro e 50 cents, ed infine un biglietto giornaliero è passato da 2 euro e 40 cents a 4 euro) e i problemi si fecero sempre di più sentire, specialmente con gli autobus. Fu il sindacato studentesco Unione degli Studenti il primo in città a denunciare la politica dei tagli e dei disservizi dell’amministrazione De Luca.


Vabbè dai, a furia di parlare di politica siamo arrivati alla Passeggiata a Mare, così ci distraiamo dai problemi… e guarda che bella la statua della Madonna della Lettera, patrona di Messina. Devi sapere infatti che nel 42 d.C. la città venne visitata da San Paolo, con la missione di convertire i cittadini al cristianesimo. Si creò un forte clima religioso fra i messinesi, tant’è che quando San Paolo dovette tornare in Palestina fu accompagnato da alcuni cittadini volenterosi di conoscere Maria, la madre di Gesù. Portandole una lettera in cui si chiedeva la protezione della città da parte sua, Maria rispose con un’altra lettera in cui benediceva la città di Messina.
Alla base della statua che sorge nella Zona Falcata della città (e fra poco ti spiegherò perché si chiama così) c’è una frase, presa direttamente dalla lettera, che recita: “Vos et ipsam civitatem benedicimus” (Benediciamo voi e la vostra città). E il 3 giugno di ogni anno viene celebrata la festa della Madonna, una delle feste più importanti della città dedicate al culto di Maria insieme alla Vara (anche di questo ne parleremo dopo).
Se ci affacciamo sul lungomare, come puoi ben vedere, la statua della Madonna si trova in una zona geograficamente unica in tutto il mondo molto probabilmente. Messina infatti ha un porto naturale a forma di falce (da qui il nome Zona Falcata), da cui deriva il nome antico della città, Zancle, abitata prima dai popoli Siculi e Sicani, e dopo nel 750 a.C. fondata dai coloni greci provenienti da Calcide, che si trova nella regione greca dell’Eubea. E anche per quanto riguarda il nome e la forma del porto esiste un mito: si dice infatti che la famosa “falce” della penisola di San Ranieri (così il nome territoriale del porto) sarebbe quella che il titano Crono usò per evirare il padre Urano.
Il porto è uno dei più grandi del Mediterraneo, ed è costituito da una zona militare dove risiede l’Arsenale marittimo e dai cantieri navali Rodriquez, i primi al mondo ad aver costruito un’aliscafo.
Avrai notato che mentre eravamo sul tram si vedevano delle macerie e dei cantieri. Beh, se adesso ti giri a sinistra, continuerai a vederli… e stavolta c’è una costruzione altissima, sembra quasi una porta per giganti. Ciò che stai vedendo è ciò che rimane della Fiera Internazionale di Messina, uno degli spazi culturali più importanti della città.
Forse non ci crederai mai, ma è una delle fiere più antiche del mondo. Fu creata nel 1296 da Federico d’Aragona, ed ebbe il suo apice nel XV secolo. Nel XIX secolo, dopo anni di crisi, ritorna al suo splendore con la nascita di nuove rotte per il Mediterraneo. Venne distrutta due volte: la prima dal terremoto del 1908 (di cui parleremo fra poco) e la seconda dai bombardamenti degli americani nel 1943. Dopo la guerra venne ricostruita dagli architetti Filippo Rovigo e Vincenzo Pantano, entrambi messinesi ma formatisi professionalmente a Roma.
Dal 1946 fino al 2013 la Fiera, con una dimensione di 50.000 mq, ospitò centinaia di migliaia di persone da tutto il mondo. Fino a quando la Regione Sicilia sciolse l’Ente autonomo che gestiva la fiera a causa di forti debiti.

Un’esperimento sociale di grandissimo valore venne fatto fra il 2012 ed il 2014 dal collettivo Teatro Pinelli, che occuparono l’ex teatro della fiera rendendolo un luogo accessibile ai cittadini e pieno di iniziative culturali.
Adesso il progetto sarebbe quello di trasformarla in un grande parco urbano. Ma tutt’ora ciò che rimane della fiera è uno spazio gigantesco che non è messo a disposizione dei cittadini, negando una parte di città affacciata proprio sul mare.
Adesso è il momento di andare avanti e spostarci sempre di più nel centro cittadino, ma prima devo farti vedere un gioiello artistico tutto messinese: eccoci alla Fontana del Nettuno. Costruita nel 1557 dallo scultore fiorentino Giovanni Angelo Montorsoli, il Nettuno è uno dei simboli più belli di Messina, affacciato proprio davanti la Passeggiata a Mare. Due curiosità sulla statua: quella non è la vera statua di Montorsoli, e prima del terremoto del 1908 la statua aveva una posizione molto diversa. Ma andiamo con calma.

Ti avevo promesso di parlare del terremoto e adesso lo faremo: la mattina del 28 dicembre del 1908 Messina fu devastata quasi completamente da un terremoto di scala 7,1 dalla durata di 37 secondi. Metà della popolazione venne uccisa. Messina aveva già avuto un terremoto nel 1783, devastandola completamente. Persino lo scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe documentò l’accaduto nel suo libro “Viaggio in Italia” del 1817. Ma il terremoto del 1908 fu un evento ancora peggiore. E in quel momento buio per i messinesi, rimangono ancora nella memoria due eventi molto importanti: il primo, l’arrivo dei marinai russi in soccorso alla città (i primi ad arrivare), ed il secondo la visita del Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena (quest’ultima avrebbe aperto un’infermeria per aiutare direttamente i messinesi in quei giorni terribili) qualche giorno subito dopo il terremoto.
E il Nettuno cosa c’entra? Fu l’unica fontana che si salvò dal terremoto, essendo custodita nella Chiesa di Santa Maria degli Alemanni. Dopodiché venne conservata (ed è ancora lì) nel Museo regionale di Messina. Nel 1934, il prefetto Michele Adinolfi ordinò che una copia del Nettuno fosse posizionata davanti la Prefettura di Messina, ruotata… verso il mare. Infatti originariamente la statua era rivolta verso i cittadini. Simbolo di un trauma, quello del terremoto, che ha segnato per sempre i messinesi.
E adesso proseguiamo immergendoci nella Via Garibaldi, una delle vie principali della città. Proseguendo la nostra camminata ecco che arriviamo nel teatro più importante della città, il Teatro Vittorio Emanuele II, che è anche il teatro più grande della Sicilia.
Voluto da Federico II di Borbone nel 1842, venne costruito nel 1852 in stile neoclassico dall’architetto napoletano Pietro Valente. Il teatro prima si chiamava “Sant’Elisabetta”, ma dopo lo sbarco dei mille di Giuseppe Garibaldi cambiò nome. Ma il suo tesoro è nascosto all’interno: il soffitto del teatro è stato dipinto dall’artista Renato Guttuso, che rappresenta il mito di Colapesce (di cui ne parleremo quando andremo verso Capo Peloro).

E proprio accanto al teatro, un centinaio di metri avanti, eccoci ad un altro luogo che contiene una moltitudine di storie: Palazzo Zanca, la sede del municipio di Messina.
Si trova in piazza Unione Europea, chiamata così in quanto Messina fu fra le protagoniste della creazione della Comunità Europea. Infatti dal 1 giugno al 3 giugno del 1955 si svolse proprio dentro Palazzo Zanca la Conferenza di Messina con i ministri degli esteri della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) provenienti da Francia, Belgio, Lussemburgo, Repubblica Federale Tedesca e Paesi Bassi. Tale conferenza portò ai Trattati di Roma del 1957 con cui si creò il MEC (Mercato Europeo Comune).
Per quanto riguarda il palazzo, fu costruito in stile neoclassico dal 1914 al 1924 dall’architetto palermitano Antonio Zanca, con una grandezza di 12.000 mq. C’è una piccola chicca storica che si trova nei cancelli di ingresso del palazzo. Capeggia infatti una scritta: “Gran Mirci” – che risale ai tempi dell’Impero Romano d’Oriente.
Nel 407 d.C. l’imperatore Arcadio venne fatto prigioniero dai bulgari e mandò un messaggio di soccorso ad alcune città italiane. Nessuna di loro rispose tranne Messina, che armò una flotta per liberare l’imperatore. Dopo la battaglia con i bulgari, Arcadio nominò Messina città principale dell’Impero e donò lo stemma della croce gialla con sfondo rosso (simbolo dell’impero d’oriente) alla città, che tutt’ora è il suo simbolo. Nella Chiesa di Santa Sofia a Bisanzio, l’imperatore fece scrivere: “Pollè charis tê Messenê” – che tradotto significa “Gran mercé (mirci) a Messina”. Un segno di gratitudine che rimane ancora oggi scolpito nel palazzo municipale in ricordo di un evento talmente lontano ma anche così tanto sentito.

Oh guarda, è quasi mezzogiorno! Non possiamo perderci lo spettacolo del duomo! Di cosa sto parlando? Andiamo, sbrigati e te lo mostrerò.
Attraversando Largo San Giacomo eccoci che arriviamo a piazza Duomo, il cuore del centro storico messinese. La Basilica di Santa Maria Assunta è in piedi dal 1196, abbattuta e ricostruita più volte in diversi stili architettonici (di cui i più influenti sono il gotico ed il romanico), il suo campanile ospita l’orologio astronomico con il meccanismo più grande e complesso del mondo. Fu costruito nel 1933 dagli orologiai tedeschi Frédéric Klinghammer e Théodore Ungerer, basandosi sullo stile dell’orologio astronomico di Strasburgo.
Ogni giorno, allo scoccare di mezzogiorno, le statue presenti nel campanile cominciano a muoversi: c’è persino un leone, altro simbolo di Messina, che ruggisce seguito dal canto di un gallo. E c’è anche un sottofondo musicale, ovvero l’ “Ave Maria” di Franz Schubert.

Fra le varie rappresentazioni che appaiono nel campanile, ci sono altre due figure importanti per la storia politica di Messina. Stiamo parlando di Dina e Clarenza, le leggendarie eroine del Vespro siciliano.
Quando nel medioevo, precisamente nel 1282, iniziò la rivolta del Vespro da Palermo, il Re Carlo I d’Angiò decise di invadere la Sicilia per reprimere la ribellione. Volendo invadere Messina, la notte dell’8 agosto cercò di attaccare Messina alle spalle della città, passando dai colli. Dina e Clarenza diedero l’allarme suonando le campane cittadine e permettendo ai messinesi di difendersi.
Ma questo caro mio non è l’unico episodio di ribellione dei messinesi: per quanto si dica che Messina sia una città “babba” (stupida) e che abbia uno spirito di indifferenza e di apatia, la storia ci dice diversamente. Infatti proprio qui a piazza Duomo si è fomentata la rivolta antispagnola che durò dal 1674 al 1678, in cui Messina cercò di staccarsi dal Regno di Sicilia governato dagli Asburgo, che avevano attuato una serie di politiche disastrose in città. Alleandosi con i francesi del Re Luigi XIV, Messina voleva diventare una Repubblica marinara indipendente, ma dopo un trattato di pace fra Spagna e Francia, la città cadette di nuovo sotto il controllo spagnolo, annullando qualsiasi tipo di privilegio (Messina aveva un senato, una zecca ed era considerata porto franco) e cadendo in disgrazia per tanto tempo.
Due secoli dopo lo spirito rivoluzionario di Messina non si seda. Infatti, di nuovo insieme a Palermo, parte da qui la Rivoluzione siciliana del 1848, il primo dei moti rivoluzionari che avrebbe portato in Europa la famosa “primavera dei popoli”.
Il desiderio è quello di indipendenza, stavolta dal Regno delle Due Sicilie (che comprende il Regno di Napoli) governato dai Borbone. Dopo la proclamazione del Regno di Sicilia, nel settembre del 1848 Messina fu invasa dall’esercito spagnolo e da qui iniziò la crisi dei moti rivoluzionari, in quanto la città venne sconfitta.


Di cosa sia rimasto di quello spirito rivoluzionario che aleggiava in piazza Duomo non lo so neanch’io. Adesso il duomo è il punto principale della movida messinese in cui gravidano attorno ristoranti e pizzerie di ogni genere. E in una città arida (purtroppo) di cultura e di intrattenimento per i giovani, in cui le alternative sono andare a bere o andare in discoteca, c’è qualcuno che si lamenta del “casino”. Varie associazioni composte da cittadini residenti nel centro ha più volte proposto misure al limite del proibizionismo: stop alla musica, stop alla vendita di alcolici, stop alle risse (che in realtà avvengono meno di quanto si pensi), in tutto il nome della quiete pubblica e di una movida “tranquilla”. Insomma, se prima piazza Duomo era la piazza del cambiamento, adesso per alcuni deve diventare la piazza del conservatorismo.
C’è un’ultima cosa che voglio farti vedere: un’altra fontana costruita da Montorsoli, autore del Nettuno. Questa è la Fontana di Orione, costruita nel 1553. Viene definita da molti critici d’arte la fontana più bella del Cinquecento. Ma cosa rappresenta?
In cima possiamo vedere un’altra figura della mitologia greca, il gigante Orione insieme al suo cane Sirio. Secondo il mito infatti è stato Orione a fondare la città di Messina, arrivando insieme ai coloni greci per combattere i pirati che minacciavano le coste messinesi.
E mentre continuiamo a passeggiare passando per Via I Settembre, ti sarai reso conto che da qui lo stile delle case inizia a cambiare. Devi sapere infatti che molti dei palazzi in centro a Messina, specialmente nel Corso Cavour, sono stati costruiti tutti in stile liberty dopo il terremoto del 1908. E uno degli artisti italiani più importanti dell’art nouveau, il fiorentino Gino Coppedè, realizzò molti edifici qua a Messina.
E adesso saliamo per la Via Cesare Battisti dove incontriamo nientepopodimeno che la statua di Don Giovanni d’Austria, figlio del Re Carlo V d’Asburgo, e comandante della flotta spagnola nella battaglia di Lepanto. Ma perché c’è una statua a Messina? Devi sapere che dal porto di Messina partì la spedizione per Lepanto nel 1571, che vide successivamente la vittoria dei cristiani contro l’Impero Ottomano. In ricordo di quell’evento, lo scultore di Carrara Andrea Calamech costruì la statua nel 1572.
E sai chi c’era anche in quella battaglia? Miguel De Cervantes, l’autore del “Don Chisciotte”. E infatti, come si legge nella targa posta vicino al tribunale di Messina, dopo la battaglia Cervantes, ferito, rimase in cura a Messina dove iniziò a scrivere la sua opera.
Prima di svoltare a sinistra verso la Via Tommaso Cannizzaro, ti faccio vedere al volo l’edificio del rettorato dell’Università degli Studi di Messina. Fu fondata nel 1578 dall’ordine dei Gesuiti guidato da Sant’Ignazio di Lloyola, fu dismessa nel 1678 dopo la rivolta antispagnola e fu rifondata nel 1838 dal Re Ferdinando II di Borbone.
L’università di Messina è famosa per due cose: la prima, come fucina di giuristi di importanza nazionale come Giorgio La Pira, Michele Ainis, Temistocle Martines, Gaetano Silvestri ed Ettore Lombardo Pellegrino (che guidò una grande manifestazione antifascista a Messina nel 1923), e la seconda, come luogo di potere trentennale della destra neofascista eversiva alleata della mafia, della massoneria e della governance d’ateneo. Infatti, dalla fine degli anni ’60 fino al 1998, anno quest’ultimo in cui si consumò l’omicidio del Professore di endoscopia Matteo Bottari (che ancora rimane irrisolto), l’università di Messina è stata un covo di poteri occulti dove criminalità organizzata e terrorismo nero, provenienti entrambi dalla provincia di Messina e da alcuni paesi della Calabria, governarono con la violenza e l’intimidazione gli affari dell’università messinese. Il tutto con la complicità di due rettori ovvero Diego Cuzzocrea, che possedeva una serie di società aziendali legata a nomi mafiosi (padre di Salvatore Cuzzocrea, ex Rettore dell’università dal 2018 al 2023, anno in cui si è dimesso a causa dello scandalo dei rimborsi milionari), e il principe Guglielmo Stagno D’Alcontres, appartenente ad una delle famiglie nobiliari di Messina.
Così per tutti gli anni ’70 e ’80, fra appalti truccati, esami venduti e attentati neofascisti da parte di esponenti del Fronte Universitario d’Azione Nazionale (FUAN), la giovanile studentesca del Movimento Sociale Italiano (MSI), e di Ordine Nuovo, gruppo terrorista di estrema destra, l’università di Messina ha rappresentato sul piano politico, legale e sociale una pagina nera della storia di Messina, dove il movimento studentesco era guidato da valori ben diversi rispetto alle altre città italiane dove si sviluppò. Ti lascio qui una ricerca condotta dal giornalista indipendente Antonio Mazzeo in cui troverai tutti i dettagli di questa bruttissima storia.
Sai, caro mio, come si dice qua a Messina? “U cchiù pulitu avi a rugna” – il più pulito è sporco. Un detto che potrebbe essere il detto fondamentale della città di Messina.
Spero di non averti intristito con questa storia (dimenticata dai cittadini) ma vedila così: dove c’è tanta bruttezza c’è sempre anche tanta bellezza. La nostra ultima tappa prima di andare verso Capo Peloro è Piazza Cairoli e il Viale San Martino. Ci arriviamo passeggiando lungo la Via Tommaso Cannizzaro, intitolata a uno dei più grandi poeti messinesi. Sua infatti è la traduzione del 1904 della “Divina Commedia” in siciliano.
Ed eccoci arrivati a Piazza Cairoli, il centro commerciale per eccellenza della città. Piena di negozi di ogni tipo che si ramifica anche verso la Via dei Mille, c’è un posto in particolare che vorrei farti vedere: ecco il Bar Irrera! Ma perché è così tanto importante? Devi sapere che fra gli anni ’20 e gli anni ’30 il bar Irrera era un caffè letterario in cui si riunivano scrittori e critici da ogni parte. In particolar modo, veniva frequentato dal poeta Salvatore Quasimodo, che visse a Messina per buona parte della sua adolescenza. Scriverà il poeta riguardo la città: “città d’isola sommersa nel mio cuore” – ma non sarà l’unico grande scrittore ad intrattenere una relazione d’amore con Messina.
Giovanni Pascoli vivrà in città dal 1898 al 1902, anni in cui insegnerà letteratura all’università. Anche lui spende parole di acclamazione per Messina: “Bella falce adunca, che taglia nell’azzurro il più bel porto del mondo”.
E qui visse anche il filosofo Friedrich Nietzsche nel 1882, in cui scrisse una raccolta di poesie chiamata “Gli Idilli di Messina”. Scriverà in una lettera: “Alla fine con audace decisione mi sono imbarcato come solo passeggero per Messina e comincio a credere di aver avuto in ciò più fortuna che intelligenza – giacchè questa Messina sembra fatta per me”.
Dopo questa digressione letteraria, un ultimo scorcio al Viale San Martino solo per dirti una curiosità: qui fu girata una scena del film del 1960 “L’Avventura” di Michelangelo Antonioni.
E adesso facciamo un pranzo al volo e stavolta prendiamo l’autobus per dirigerci al mare: destinazione Torre Faro!
Terza tappa: Spiagge e periferie.
Ecco che arriva lo shuttle, no, non quello della NASA, ma il bus numero 1 che collega le punte estreme della zona nord e della zona sud di Messina, ovvero Torre Faro (nord) e Giampilieri (sud). Quest’ultima zona in particolare fu vittima di un altro disastro naturale che colpì Messina, ovvero l’alluvione del 1 ottobre 2009 che portò all’inondazione dei paesi della zona sud con conseguenti frane collinari.
Già, purtroppo Messina negli anni è stata soggetta a gravi danni ambientali: per esempio, la scorsa estate l’intera città è stata esposta ad incendi (dolosi e non) che hanno messo a rischio la salute dei cittadini, con temperature fino ai 40 gradi e piogge di cenere per giorni consecutivi. E un’altra crisi che sta vivendo in questo momento la città, e che si ripete ogni anno, è quella idrica. Messina infatti riceve l’acqua dall’acquedotto di Fiumefreddo, un paese di provincia al confine con Catania, spesso soggetto a problematiche di manutenzione. Quest’anno la situazione peggiora ancora di più a causa della siccità che ha colpito la Sicilia; l’acqua in città rimane razionata provocando disagi alla popolazione, specialmente nella zona sud.
La zona sud di Messina è la periferia per eccellenza, formata da quartieri di montagna come Altolia, Pezzolo, Gesso, Galati Superiore o Larderia, altri quartieri più “collegati” al centro come Provinciale, Contesse o il Quartiere americano, e poi zone dalle sigle più disparate come il Villaggio CEP (Coordinamento Edilizia Pubblica), il Villaggio UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration, costruito con il piano Marshall) o le Case GESCAL (GEStione CAse per i Lavoratori). Non ti ho portato qui non per dispetto ma perché la zona sud di Messina è quella più scarna di arte e cultura a causa dell’assenza di istituzioni che investano all’interno del tessuto cittadino dei villaggi, e anche per la presenza storica di clan mafiosi che hanno reso alcune zone “isolate” dalla città.
E adesso ci addentriamo nella zona nord, precisamente nel quartiere Paradiso, da cui inizia anche qui una toponomastica interessante accompagnata dalla splendida vista del litorale messinese. Da qui si dilunga la spiaggia di Messina con annessa pista ciclabile.
Il quartiere Paradiso insieme a quello di Contemplazione, Pace e Sant’Agata era un gigantesco villaggio abitato dai pescatori. Sulla via principale, la Via Consolare Pompea, vennero costruite (e ancora esistono) le “case basse”, case un tempo adiacenti alle spiagge in cui vivevano i pescatori. Paradiso in particolar modo ha delle origini aristocratiche: si dice che nel Seicento fu costruita in questa zona una villa, chiamata Villa Paradiso, dalla famiglia Marquett proveniente dalla Catalogna.
Ma Paradiso è stata anche la casa di una grande poetessa messinese: stiamo parlando di Maria Costa, una poetessa che scriveva interamente in dialetto che nel 2006 divenne un bene immateriale del Patrimonio UNESCO della Regione Sicilia.
Per quanto il paesaggio sia meraviglioso, la zona della litoranea e della Panoramica (strada statale che si erge sopra il quartiere) sono state vittime della speculazione edilizia che colpì Messina dagli anni ’80 fino agli anni ’90. Colate di cemento ovunque e palazzi grandissimi furono costruiti a scapito della natura.
E dopo aver superato Sant’Agata, ecco che ci addentriamo nel quartiere di Ganzirri, l’inizio di Capo Peloro, una riserva naturale protetta istituita il 21 giugno 2001 e che copre una posizione di 68,12 ettari di terra.
Il nome di Ganzirri ha origini arabe: nel medioevo, durante la dominazione araba, il luogo in cui sorgono adesso i due laghi della città veniva chiamato “Ghadir-al-Khanziri”, letteralmente “il pantano dei cinghiali” (probabilmente per la presenza degli animali nel territorio).
Come detto prima, Ganzirri è il quartiere dei due laghi, che confluiscono uno nel Mar Tirreno e uno nel Mar Ionio. Anche in questo quartiere troviamo un’altra leggenda: dove sorge il lago più grande sarebbe sepolta l’antica città di Risa, che sprofondò negli abissi dopo un grande terremoto.
E dopo questo tour marino, eccoci arrivato a Torre Faro! Località di villeggiatura per eccellenza, dove le spiagge in riva al pilone vengono prese d’assalto da generazioni di messinesi appena arriva il caldo torrido dell’estate.
Ti ho portato qui perché credo sia il posto più bello di Messina… se non del mondo. Vedi, c’è una pace nella natura di questo luogo che è indescrivibile e sembra che tutto il brutto che ci sia in città possa essere distrutto dalla ricerca continua di bellezza. Perché Messina ne ha di bellezze, ma sono tutte coperte da un’amnesia collettiva che rende incapaci i cittadini di poter usare questo “bello” come un’arma contro le ingiustizie che dilagano.
E forse tu dovrai ritenerti fortunato visto che a quanto pare vogliono davvero costruire il Ponte sullo Stretto. In una città in cui manca l’acqua, non ci sono investimenti sulle infrastrutture e sulla messa in sicurezza sul territorio, il Governo Meloni ha pensato bene di aiutare la Sicilia con una grande opera inutile. Fortunatamente la cittadinanza ha risposto: nel corso del 2023 vari comitati No Ponte si sono uniti per fronteggiare il mostro di cemento che distruggerebbe Capo Peloro. Gli effetti sarebbero devastanti dall’estinzione di specie marine all’esproprio di migliaia di persone dalle loro case, abbattute per fare spazio ai lavori di costruzione del Ponte. A dicembre una manifestazione nazionale di ben 15.000 persone ha marciato per le vie di Messina per dire no a questo disastro ambientale.
Quarta tappa: Andarsene da Messina.
Il nostro viaggio, lungo e complesso, finisce qua. E’ ora di tornare a casa, ovunque essa sia. Arriva un momento per tutti i messinesi in cui, per cause più o meno di forza maggiore, si abbandona la città. Certo, magari un giorno si ritornerà, ma quando la lasci l’effetto è devastante.
Dal 2015 al 2020 Messina ha subito un calo demografico di giovani impressionante, tant’è che è diventata la prima città europea per “fuga di cervelli”. Poche opportunità di lavoro, poche opportunità di studio, poche opportunità culturali. Messina che già di per sé è confinata dalla definizione di città di passaggio, lo diventa anche non solo a livello turistico ma anche a livello sociale: chi rimane a Messina vede molti amici di vita andarsene.
Chi vive a Messina sa cosa vuol dire vivere nella contraddizione. Menti brillanti che potrebbero cambiare la città decidono di andarsene, perché quell’amore che hanno dato non è mai più tornato. Eppure, nonostante anch’io ti ho dovuta abbandonare, il tuo amore è ciò che mi porto dentro ogni giorno.










