Negli ultimi anni, in particolare a partire da Expo 2015, Milano ha conosciuto uno sviluppo urbano notevole, attirando sempre più turisti e costruendo nuove aree residenziali. Allo stesso tempo, però, sono emerse le contraddizioni di una città che si muove a due velocità diverse. 

IL “MODELLO MILANO” TRA SIMBOLI E CONTRADDIZIONI

Tre sono i luoghi simbolo del nuovo sviluppo della “nuova Milano”: CityLife, il Bosco Verticale e piazza Gae Aulenti. I grattacieli a vetrate e la contemporaneità delle architetture hanno fatto diventare la città sempre più simile a una capitale europea.

Il notevole sviluppo sia turistico che economico ha fatto molto parlare di sé e, infatti, in questi ultimi anni si affermato il cosiddetto “modello Milano”. Modello in cui convergono interessi privati con gli sforzi collettivi del settore pubblico. 

Ma quanto è effettivamente inclusivo questo modello? Negli ultimi anni, in particolare a causa della pandemia, sono emerse tutte le contraddizioni e le storture di un tipo di pianificazione urbana che ha puntato più sul rendere la città una “vetrina” che un luogo vivibile per tutti. 

UNO SVILUPPO SOSTENIBILE ED INCLUSIVO?

La recente apertura del Mercato Centrale Milano è il simbolo di questo sviluppo a due velocità. Il Mercato è, infatti, più simile ad un polo Eataly che ad un mercato tradizionale. La riqualificazione del luogo, uno spazio della stazione Centrale, unito al tipo di botteghe esclusive e dai prezzi alti e alla presenza di murales e graffiti costituiscono a tutti gli effetti un modello di gentrificazione. La riqualificazione del polo, infatti, non è a beneficio della collettività, ma solo di pochi, perlopiù turisti. Simbolo di questa contraddizione è il sottopasso Mortirolo, a due passi dal Mercato, in cui i senzatetto dormono per ripararsi dalle fredde temperature invernali. 

L’opera di gentrificazione della città non si limita solo a singole aree o edifici, ma negli anni ha toccato interi quartieri. Due esempi su tutti sono il quartiere Isola e CityLife. La riqualificazione, infatti, porta ad aumenti nei prezzi delle case e degli affitti. I quartieri, di conseguenza, vengono abbandonati da chi non si può permettere il canone d’affitto. Ciò porta ad un cambiamento del tessuto sociale dei quartieri, in cui vengono costruiti locali alla moda, botteghe che all’apparenza sembrano artigianali ma non lo sono e ristoranti e bar esclusivi. 

Ed è proprio il canone degli affitti uno dei principali problemi della città. Uno studio di Nomisma del 2021 ha evidenziato come circa 146.500 nuclei familiari non riescono a sostenere i costi perché risultano essere troppo alti per il loro reddito. 

Il caro affitti è un problema ben noto e che continua da molti anni. Nemmeno la pandemia, infatti, è riuscita a porre un freno al fenomeno, anzi, in molti casi i prezzi sono continuati a salire. E spesso le famiglie che non riescono a sostenere queste spese non riescono nemmeno ad esprimere il loro dissenso. In un articolo di The Submarine si evidenzia il fatto che molti nuclei familiari non dispongono della cittadinanza italiana. Le famiglie che non possono permettersi gli affitti non possono nemmeno votare e far sentire la loro voce. 

L’AMMINISTRAZIONE TRA CITTÀ-VETRINA E CRISI ABITATIVA

L’amministrazione Sala, al secondo mandato, sembra ignorare o non fare abbastanza per risolvere questo problema. 

Il sindaco, infatti, appare sempre più come una celebrity, un influencer e non un amministratore.  E, se come dice Vittorini, le città sono lo specchio di chi le abita (e le amministra, aggiungo), emblematico è un suo post su Instagram del 17 dicembre in cui ringrazia la pagina @lebimbedibeppesala per una bottiglia di gin personalizzata con il suo volto. Viene elogiata la sua amministrazione cool e al passo coi tempi, che però a volte risulta essere solo di facciata. Negli stessi giorni della pubblicazione del post, infatti, il sindaco ha ordinato lo sgombero del sottopasso Mortirolo e sono stati buttati materassi e coperte dei senzatetto. 

Anche in questo caso emergono quindi le contraddizioni. Una città sempre in vetrina, che sente il bisogno di autonarrarsi ed auto elogiarsi. Ma allo stesso tempo una città fatta anche da chi non riesce a stare al passo con i ritmi irrefrenabili di uno sviluppo che giova a ben pochi. 

MILANO: UNA CITTÀ A DUE VELOCITÀ 

Le forti contraddizioni e disuguaglianze della città, però, non sono una cosa nuova. Alla Milano borghese si è sempre contrapposta una Milano dell’attivismo, della partecipazione e delle lotte. La sua duplicità emerge anche nelle parole di alcuni degli scrittori più celebri del Novecento. 

CARLO EMILIO GADDA E MILANO

Già Gadda negli anni ‘30 in Mediolanesis dice di voler essere “il Robespierre della borghesia milanese”, scagliando il suo disprezzo nei confronti dell’indifferenza borghese. E ancora, in una lettera a Silvio Guarnieri, dice: “Questa borghesia milanese che io bersaglio è ancora qualche cosa di solido […]. Essa non si autodecreta degli archi di trionfo, ma opera e lavora e organizza, nei limiti del possibile, una vita civile per sé e anche per gli altri.” Sottolinea quindi il carattere di una città che sembra non volersi fermare mai, ma che spesso si dimentica degli ultimi. Gli ultimi che, secondo l’ingegnere milanese, sono gli unici in grado di guarire Milano dalla sua stessa febbre. 

LUCIANO BIANCIARDI E MILANO

Le contraddizioni del secondo dopoguerra e del boom economico emergono anche nel romanzo La vita Agra di Luciano Bianciardi. Il romanzo è un’autobiografia che narra il trasferimento dello scrittore con la moglie e i figli con lo scopo di dare voce alle lotte dei minatori.

In merito alla società di massa e dei consumi, infatti, scrive:

“Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.”

Evidente quindi è il ritratto di una città che non si ferma mai, i cui abitanti sono disposti a tutto pur di raggiungere il tanto agognato benessere che garantisce loro lo status quo.

La scrittrice Gaia Manzini, nel volume della collana “Passaggi di dogana” dedicato a Milano e Bianciardi (Giulio Perrone Editore, 2021), riflette sull’opera dell’autore:

“Ha saputo mostrare l’anelito di futuro di questa città, qualcosa che Milano ha nel DNA; ne ha svelato l’incessante tensione verso l’alto e il limite di questa tensione che per procedere si dimentica del passato e si innalza nella notte come le Torri di Kiefer. Con qualcosa di bellissimo e decadente al tempo stesso”. 

ALDO NOVE E MILANO

Anche Aldo Nove, scrittore originario di Viggiù, in provincia di Varese, racconta delle contraddizioni di una città sempre più globalizzata. Il racconto della Milano di Nove si sviluppa tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio degli anni 2000.

Nove, infatti, in un articolo sul Corriere della Sera del 2004, rimpiange la Milano dei circoli, della partecipazione politica e dell’incontro tra cittadini. Questi elementi si sono persi a favore di una “città-vetrina” in cui l’apparenza è tutto ciò che conta. L’autore esplicita ulteriormente la sua visione della città in un articolo sull’Espresso, facendo particolare riferimento alla costruzione del Bosco Verticale di Stefano Boeri e alle vetrine dei negozi del centro che diventano rifugio per coloro che non hanno una casa:

“Palazzi che soppiantano boschi per poi recuperarli sulle loro pareti come giardini verticali. Milano è un frullatore di vicende e di stili. E la vetrina dello store della grande marca si presta a diventare, la notte, il rifugio di uno dei tantissimi indigenti che la popolano. Quelli che lo sono per vocazione, quelli che la vita ha preso da sempre a calci e quelli che si sono ritrovati poveri di punto in bianco perché hanno perso il posto fisso che fisso non era. Una fiaba per adulti, Milano, dai multipli finali.”

COSA ASPETTARSI DAL FUTURO DELLA CITTÀ

Lo sviluppo urbano della città, per il momento, sembra non arrestarsi. L’architetto Stefano Boeri è stato incaricato per la costruzione di una struttura “gemella” al Bosco Verticale: Bosconavigli. Lo scopo del complesso residenziale è quello di essere un modello per la lotta al cambiamento climatico, permettendo la riforestazione della città. Bisogna chiedersi, però, se un edificio costruito in una zona centrale sia effettivamente sufficiente in una città in cui il particolato supera costantemente la soglia raccomandata e ogni anno tocca nuovi record. E soprattutto, qual è il target di questo complesso residenziale? Il prezzo a metro quadro è di 8000 euro: cifra inaccessibile alla maggior parte dei cittadini. 

Molti gli interrogativi sullo sviluppo della città e delle infrastrutture anche in occasione delle Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026. Il rischio è quello di replicare il modello Expo 2015, la cui area è stata a lungo oggetto di controversie sul suo utilizzo dopo il grande evento. 

L’assessore all’urbanistica Pierfrancesco Maran, intervistato in merito al piano di sviluppo urbano che coinvolgerà la città fino al 2030, ha dichiarato che verrà fatta particolare attenzione allo sviluppo sostenibile delle periferie. Lo sviluppo, tuttavia,  sarà comunque affidato ai privati che, sostiene, si “responsabilizzeranno”.

C’è quindi da chiedersi se il “modello Milano” riuscirà a tutti gli effetti ad appianare le differenze tra centro e periferia o se porterà ad aumentare ancor più le disuguaglianze in una città in cui il diritto all’abitare sembra essere sempre più inaccessibile.

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