Nuovo round in tribunale per Pietro Orlandi, che questa volta non vestirà i panni della vittima, ma quelli dell’imputato. Il fratello della quindicenne vaticana svanita nel nulla nel 1983 è stato infatti spedito dritto a giudizio davanti al Tribunale di Frosinone con l’accusa di diffamazione aggravata a mezzo stampa. A far scattare la trappola giudiziaria è stata la querela di un blogger iperattivo sui social, colpevole – secondo le cronache – di essere finito nel mirino dell’infallibile radar mediatico di Orlandi. Resta da vedere se, davanti ai giudici ciociari, le sue tesi graffianti reggeranno il colpo o se si trasformeranno nel più classico dei boomerang legali.
Dimenticate però i misteri d’oltretevere e i segreti di Stato: la nuova frontiera della giustizia si combatte a colpi di click. Al centro del processo non c’è l’intricata matassa della scomparsa della sorella, ma una ruspante “guerra social”. Sotto la lente dei giudici sono finiti i toni tutt’altro che francescani e le pesantissime bordate pubbliche lanciate da Orlandi contro il malcapitato blogger, reo di non allinearsi al pensiero unico del web. Lo scontro affonda le radici nel meraviglioso mondo delle community online: un Far West di gruppi Facebook e blog specializzati dove migliaia di “detective da tastiera” si scannano analizzando ogni singolo dettaglio del caso.
Il nobile confine tra il diritto di critica e il reato di diffamazione è saltato non appena il blogger ha osato il più imperdonabile dei peccati: proporre ricostruzioni alternative sul caso. Apriti cielo. Davanti a quelle tesi, bollate come offensive dai familiari di Emanuela, Pietro Orlandi ha svestito i panni del paladino della giustizia per indossare quelli del vendicatore telematico. Per mantenere i riflettori accesi sulla vicenda, Orlandi ha preferito illuminare il blogger a giorno, bersagliando sul web con una pioggia di insulti pubblici tutt’altro che oxfordiani. Una reazione talmente dura da far sorgere il dubbio che, nella foga di difendere la memoria della sorella, si sia dimenticato che anche il codice penale, purtroppo per lui, non va mai in vacanza.
Per i magistrati della Procura non ci sono dubbi: Orlandi ha pigiato troppo sull’acceleratore della tastiera, sbandando oltre i confini della legalità. Le sue risposte infuocate si sono trasformate in una diffamazione aggravata, servita su un piatto d’argento grazie al megafono globale del web. Le aule di Frosinone si preparano così a ospitare un match ad alta tensione, specchio di un odio viscerale che non accenna a placarsi. Dall’angolo opposto del ring, la parte lesa picchia duro: accusa Orlandi di aver disintegrato la sua reputazione personale e professionale, usandolo come bersaglio mobile e scatenandogli contro una famelica muta di follower inferociti, armati di insulti pubblici ad alzo zero. Un classico cortocircuito dell’era digitale, dove il confine tra la ricerca della verità e il linciaggio virtuale si è liquefatto in un clic.
Dal canto suo, Orlandi non fa mezzo passo indietro e si barrica dietro la linea della “legittima difesa della memoria”. Per lui, sputare fuoco via social non è un capriccio, ma un sacrosanto diritto e dovere per arginare sciacalli e depistatori seriali che osano toccare il dogma del caso. Il colpo di scena teatrale arriva però dai palazzi di giustizia: la Procura, con insolita clemenza, aveva persino tentato di buttare tutto nel cestino chiedendo l’archiviazione, ma il Gip ha deciso di fare il guastafeste, tirando dritto e spedendo Orlandi sulla terra. Sarà quindi l’udienza preliminare a tracciare la linea di demarcazione più sottile del web: quella che separa lo sfogo di un parente ferito dal reato da codice penale compiuto da un leone da tastiera. Il sipario si alza, lo spettacolo giudiziario è servito. Forse sarebbe il caso di ricordare che, a differenza delle teorie del complotto, le notifiche giudiziarie sono rigorosamente reali. Nel dubbio, un “no comment” non ha mai mandato nessuno a processo.



