Un fenomeno ha attraversato Roma. Nella lunga settimana tra 25 aprile e primo maggio, l’onda lunga di Extinction Rebellion (XR) ha dato vita a una mobilitazione con pochi precedenti in Italia. Si è trattato della cosiddetta Primavera Rumorosa, durante la quale l’organizzazione, che è parte del movimento per la giustizia climatica, ha dato vita a cortei, azioni, momenti rigenerativi e sociali, momenti di elaborazione politica. Una traiettoria che si è mossa sulla linea ideale tra memoria (e pratica) della resistenza e celebrazione dei lavoratori.
Quello che segue è un racconto dell’esperienza dell’autore, parte del suo lavoro di ricerca sul campo per la tesi magistrale. Un racconto che mira a offrire un’ottica privilegiata sul funzionamento dell’organizzazione, ma anche – e forse soprattutto – della sua cultura e delle persone che la animano. A volte, per riprendere Terzani, la Storia ti passa accanto. Non è ancora chiaro quale sarà la storia di Extinction Rebellion, né come essa si intreccerà con la Storia con la S maiuscola. Tuttavia, con lo stesso spirito (e meno grandezza), proveremo a raccontare parte di questa storia, scrivendo dal basso, dall’erba e dal cemento. Starà al poi determinarne la collocazione tra le cose umane. Per ora limitiamoci a seguirle, per gettarci nel fluire delle cose. Per vedere dove ci porta il fiume.
25 Aprile: Fragore
Quando ci si confronta con una nuova esperienza, saggezza vorrebbe che lo si facesse per gradi, abituandosi pian piano. Ma gli dèi dell’attivismo climatico sono crudeli, quindi si inizia “a bomba”: a Porta San Paolo. Quello di Porta San Paolo è un presidio, o meglio, di un contropresidio: la piazza, storicamente luogo delle celebrazioni per la liberazione, è ogni anno luogo di tensioni tra il movimento propal[1] e i supporter di Israele. Anche nel 2024 vi erano state tensioni, quindi c’è da aspettarsi di tutto. Mi preparo per scontri, violenza, lacrimogeni e molotov, bombe carta e giornalisti della CNN che commentano, in giubbotto antiproiettile e casco, la discesa nel caos della capitale, l’inizio della guerra civile. E invece niente. Al mio arrivo sul posto, preannunciato da una quindicina di camionette e da un camion dotato di idrante, il presidio si rivela tranquillo. Le due fazioni si lanciano cori (o meglio, i cori arrivano solo da parte dei propal). Girano voci incontrollate e pazzesche che dall’altra parte della fila di camionette vi sia la leggendaria Brigata Ebraica, ma è impossibile anche solo confermarlo. Solo qualcuno sostiene di averli visti, ma c’è da dubitarne. Come per gli Ufo o per Bigfoot, lo scetticismo è la prima regola.
Quale che sia la temperatura nella piazza, comunque, si avverte la presenza di una spaccatura molto marcata e sentita, all’interno della quale Extinction Rebellion, pur con un contingente decisamente modesto, sembra volersi schierare nettamente. Da una parte c’è la piazza che vede nella Resistenza un’esperienza politica che si estende oggi in una lotta all’antisemitismo da estendere all’antisionismo[2]; dall’altra, una che vede tale estensione direzionarsi verso la lotta dei popoli subalterni, particolarmente in ottica postcoloniale, tra i quali, primo fra tutti, quello palestinese. L’iconografia del luogo ne è testimonianza visiva: ci sono più bandiere palestinesi che di qualsiasi altro tipo. Una scelta che pare obbligata, oggi, a fronte del raggiungimento della fase più brutale del genocidio in atto.
Dopo un po’, la fazione sionista se ne va, un po’ alla chetichella, e la catena di camionette si apre, lasciando passare il presidio. È una sensazione surreale camminare tra i manifestanti in un cerchio di camionette. È in questa fase che iniziano gli interventi delle realtà coinvolte nel presidio. Una volta concluso l’intervento di Extinction Rebellion, però, decido di seguirne il contingente. Un signore piuttosto strano comincia a chiederci dove andiamo. Lo reindirizzo verso un membro di XR: è piuttosto palesemente un agente della Digos, o almeno così mi sembra. Comunque, mi dirigo all’automobile, da solo. XR si sposta altrove, un mutamento che ha anche valore simbolico, pur forse non deliberato: dalle splendide architetture e dai viali di Porta San Paolo, alle borgate romane. L’appuntamento è a Piazza delle Camelie, lungo la Casilina, a Centocelle. Trovo parcheggio in un centro commerciale vicino (sempre siano benedetti i parcheggi dei centri commerciali), per poi avviarmi lungo la strada. Di lì a poco, inizio a notare qualche attivista. Sto iniziando a riconoscere a colpo d’occhio, per l’abbigliamento un po’ hippie.
L’arrivo al corteo ha un effetto pazzesco. Nella tradizione della politica romana, i cortei hanno spesso luogo nel centro storico, negli immensi viali che dominano la zona dei fori e del Colosseo. Aree meravigliose, ma anche zone morte, lontanissime dai cittadini e abitate principalmente da turisti e centurioni. Il corteo è invece un corteo immenso, colorato, vibrante, che si interseca tra i palazzoni di Centocelle e Quarticciolo, contaminandosi non solo con il popolo di Roma, ma più specificamente con quella sua parte che idealmente le politiche della sinistra (radicale o meno) e del movimento per la giustizia climatica dovrebbero abbracciare più stretta, sentendola come propria. È un corteo nazionale, ma al tempo stesso, in un felice paradosso, una festa di quartiere, di quelle che ti trovi sotto le finestre, nei bar di zona.
È qui che Extinction Rebellion irrompe nel cuore di Roma. Se quello di Porta San Paolo era un piccolo contingente, questo è la prima, lucidissima, magnetica impressione che Extinction Rebellion Italia esista davvero, come qualcosa che si può vedere e toccare. Una dichiarazione identitaria fortissima, che arriva sulle onde sonore dei tamburi, che gridano una musica da sbandieratori. È Extinction Rebellion, con il suo fragore, a dare ulteriore volume al corteo, con centinaia di attivisti che camminano per le strade o ballano, mentre il suono si diffonde nello spazio del corteo come elettricità. Un attivismo dal piede leggero, ma allo stesso tempo rumoroso – come nelle premesse della mobilitazione. Al vento, le colorate bandiere dell’organizzazione o dei suoi diversi gruppi locali. Ogni tanto, un abbraccio, un bacio, a trasmettere l’emozione del momento, a inviare una testimonianza di una non sobrietà che è figlia, nello stesso momento, dell’amore e della rabbia che sono diventati slogan di XR.
È così che si arriva, dopo aver svaligiato il povero Bar Oasi e una vicina frutteria, al Parco Don Modesto di Veglia, dove ha luogo la festa di chiusura del corteo. Mi fermo a scambiare due parole con una signora del luogo, amica di un’attivista, Min, e finiamo a discutere di come si vive a Quarticciolo, oltre che dell’ormai famigerata volontà del governo di applicare il “modello Caivano” nel quartiere. Guardo alla festa, e vorrei restare, ma le speranze di ritrovare qualcuno del gruppo di Roma, oggetto della mia tesi, sembrano più sottili, per via del sole che picchia, della folla e del corpo che mi ricorda che il pomeriggio precedente ero in turno a lavoro. Mio malgrado mi accodo a Min che, accompagnata dalla sua amica, va a prendere l’autobus. Si chiude così il primo giorno della Primavera Rumorosa, con una mezza scottatura[3], tanti interrogativi, ma anche una quantità notevole di speranze. Nell’aria, Voices of the voiceless di Lowkey e Immortal Technique.
26 Aprile: “You are not alone!”
Con la morte di Papa Francesco a pochi giorni dalla Primavera Rumorosa, per Extinction Rebellion si è posto un problema straordinariamente delicato. Non solo legato al cordoglio che ne è conseguito, e dunque l’incertezza circa l’effetto, politico e mediatico, di eventuali azioni portate avanti da XR; il problema concerne anche le misure di sicurezza impiegate in questa delicata fase, che potrebbero avere un impatto sulla riuscita di dette azioni. Si pone, infine, anche un problema etico e identitario: quanti degli attivisti condividono quel cordoglio? Quanti vi sono indifferenti? Quanti, invece, sono animati da un acceso anticlericalismo?
Di fronte a questi interrogativi, Extinction Rebellion elabora una risposta sofisticata.
Innanzitutto, farà proprie le parole del pontefice, rivendicando la vicinanza delle sue posizioni al messaggio degli attivisti climatici e, per converso, la sua lontananza al tributo offerto dai Capi di Stato e di Governo intervenuti a Roma per le esequie. Poi, rivendicherà la morte di Dio nei tanti luoghi dove ricadono gli effetti devastanti della diseguaglianza e dei cambiamenti climatici.
Ma ci arriveremo. Nel frattempo, la morte del Papa ha imposto un cambio di programma su alcune attività e azioni. All’interno della sua comunità, dunque, XR sceglie ancora una volta la strada della cultura rigenerativa, un tratto distintivo dell’organizzazione, che costruisce le sue operazioni attorno al concetto di cura verso gli attivisti, ma anche verso la società e il pianeta. Si impone, quindi, l’apertura di uno spazio dedicato proprio alla rigenerazione. Lo annuncia il gruppo Culture Rigenerative a tutte le sue amate “ribellule”: alla Città dell’Altra Economia (CAE) possono trovare come riequilibrarsi, prima con un po’ di yoga, poi con l’apertura di due momenti, uno di elaborazione politica, uno, per chi ne ha bisogno, di apertura emotiva sulle cause del cambiamento di programma.
Arrivo lì un po’ in ritardo per lo yoga, ma sempre in tempo per la consueta sensazione cui mi hanno abituato i luoghi frequentati da Extinction Rebellion. La sensazione di non essere mai sicuro se stia entrando in un luogo in cui mi rapineranno, vendendo poi gli organi al miglior offerente, oppure se sia effettivamente nel posto giusto. Anche la Città dell’Altra Economia, per tutto il bene che poi le vorrò, dà un po’ quest’impressione. All’interno, però, trovo un ampio piazzale, qualche bar e, al centro, un palco. Uno sparuto gruppo di attivisti abita questo spazio, in attesa che si proceda a dividersi tra chi vuole prendere parte al momento di elaborazione o a quello emotivo.
È qui che mi accorgo di come gli spazi in cui opera Extinction Rebellion in questa settimana siano una rappresentazione territoriale di due momenti che, pur intrecciandosi, può essere utile distinguere: il fronte e la retrovia. Se lo spazio dell’azione è un luogo del rischio, del conflitto e dell’interazione con l’autorità pubblica, la retrovia è un luogo del conforto, della cooperazione, oltre che un nonluogo agli occhi dell’autorità, specie perché spesso contestualizzato in spazi occupati. Come mi verrà fatto notare da un’altra attivista, Andrea, la definizione non può essere propriamente netta, perché anche chi non si espone all’arresto partecipa attivamente e ha stessa dignità di chi lo fa; allo stesso modo, non si può non evidenziare come il conforto reciproco e il consolidamento dei legami passi anche, e forse soprattutto, dal momento dell’azione e da quelli appena successivi. Ciononostante, possiamo provare ad abbozzare questa distinzione per meglio spiegare il ruolo della CAE. È qui che si colloca uno spazio la cui vita è altrettanto importante, per XR, di quello d’azione.
Quale che sia la distinzione, è in questo spazio che la frenesia del primo giorno si trova a rallentare per la prima volta (almeno nella mia esperienza) e si apre una prima fase di riflessione. Decido di dirigermi verso lo spazio emotivo, che più mi sembra espressione della cultura rigenerativa (il campo d’indagine della mia tesi), per trovarmi in un luogo di particolare bellezza. Non me n’ero accorto, ma la CAE si trova proprio accanto al Tevere. Così, lo spazio rigenerativo è su di un piccolo prato, sotto l’arcata del Ponte San Paolo. Mi sembra il luogo perfetto, uno degli infiniti, piccoli angoli di pace della metropoli. Noto però che non sono presenti membri di XR Roma, il gruppo oggetto del mio studio. Un po’ a malincuore mi allontano, per dirigermi nel vicino spazio dedicato all’elaborazione politica. Mi siedo sotto un albero, nel cerchio in cui trovo anche qualche membro di XR Roma. Mi spiegheranno dopo che si tratta di uno dei diversi tavoli tematici presenti. È qui che ho conferma di una delle intuizioni che erano emerse dallo studio di XR Roma: l’attivista medio è intelligente e spesso (ma non necessariamente) dotato di un’istruzione avanzata. Oltre che tendenzialmente giovane, ma non sempre. La capacità di elaborazione politica è profonda, ma, piuttosto evidentemente, anche rispettosa e aperta. Noto, in particolare, come nella discussione non si lasci che il disagio contamini il silenzio. Quest’ultimo è anzi funzionale alla riflessione. Non c’è impazienza, ma la sensazione di potersi esporre e di poter ascoltare in uno spazio sicuro. Un fatto deliberato, come dimostra un avvenimento: quando una troupe chiede se può riprendere quel momento, la scelta viene data a tutti, per alzata di mano, ma con gli occhi chiusi, così da lasciare realmente libero chiunque di dare la risposta che sente propria. Una cosa è dare libertà, una cosa è impegnarsi profondamente per garantirla.
Alla fine del dibattito arriva la notizia di un’azione compiuta al Colosseo. Alcuni attivisti hanno steso uno striscione da una delle arcate del monumento – un’azione di cosiddetto “banner drop” – dove trovano spazio le parole del Papa: “Disarmare la terra”. O meglio, “disArMARE LA TERRA”. In evidenza, infatti, vi sono alcune lettere: “Amare la terra”. È una folgorazione, per poesia, un messaggio potente e toccante. Gli attivisti sono, però, stati portati al Commissariato Celio. Dunque, si sta preparando un presidio di solidarietà, per aspettare il loro rilascio. È così che ci imbarchiamo, assieme, per un peculiare tour della capitale, un gruppo Vacanze Piemonte che si orienta facendo ripetere a chi sta più in fondo, a voce alta, il messaggio che parte dalla testa del contingente, in modo che tutti sentano; un gruppo che si divide in due, “piedi” (cioè chi vuole arrivare in questo modo alla questura) e “metro” (chi invece preferisce approfittare della metropolitana). Turisti un po’ hippie, un po’ scout, che sulla linea B cantano i loro slogan per farsi sentire, per sentirsi meno soli e perché fa bene farlo, spezzando il grigiore dei convogli con un vortice di colori. Facendo contemporaneamente divertire e storcere il naso ai poveri pendolari.
È così che si arriva di fronte al Commissariato Celio. Mi aspettavo un enorme, freddo palazzo del potere e della burocrazia, e mi trovo davanti una palazzina a schiera in un vicolo. Tant’è che, viene da pensare, forse bisognerebbe lasciare loro un’offerta, come si fa nei luoghi occupati che devono tirare a campare. Lo scenario è comunque surreale e bellissimo, e non può non far abbandonare ogni dignitosa equidistanza. Fa pensare alle parole di Simone Weil: “Il male immaginario è romantico, variato; il male reale tetro, monotono, desertico, noioso. Il bene immaginario è noioso; il bene reale è sempre nuovo, meraviglioso, inebriante”[4]. Ragazzi e ragazze che cantano perché lassù, dietro qualche finestra, giunga una voce: “you are not alone! You are not alone!”; che spiegano educatamente a chi si affaccia dalla casa antistante le ragioni della loro protesta, scusandosi per il disagio; che si fanno forza – “fight for climate justice, fight for climate justice” – in un ritmo lento che poi diventa veloce, che parla di dolore ma anche di speranza. E mette i brividi. L’immagine degli attivisti che, ruotando in cerchio, per mano, cantano questa canzone è un’immagine che resta radicata nelle pupille. Attivisti che, infine, abbracciano in gruppo i rilasciati, sfiniti dall’esperienza decisamente spiacevole di essere portati in commissariato[5]. È così che, poi, si rimettono sulla via del ritorno, assieme, nella testa chissà quali pensieri, tensioni che rischiano di esplodere, calmate – solo loro sanno quanto in profondità – dalla cura della comunità ritrovata.
Quale che sia il bilancio finale, mettere i piedi in questo lago è una pura esperienza mistica, spirituale ma al contempo estremamente fisica. È il dispiegarsi di fronte ai miei occhi delle pratiche a lungo lette sui paper altrui, ma alle quali non è possibile riconoscere il grado di realtà materiale se non le abbiamo davanti a noi, e dobbiamo pure in qualche modo farci i conti, fare i conti con la nostra coscienza. Il gioco del canto, degli slogan, del ballo è, in questo contesto, un gioco serio, che non può lasciare indifferenti. A sintetizzarlo meglio di tutti è Selene, chiedendo a tutti di fermarsi e riflettere su di una cosa che ritiene importante:
Siamo così invasi di tossicità da dimenticarci quali siano le cose realmente importanti. Quindi ricordiamo anche il fatto che nel mondo siamo invasi da guerre, genocidi, che sembra che siano cose narrative: una storia, un racconto. Tutto questo per dire: non dimentichiamoci che siamo qui con allegria, con tutte noi stesse, ma c’è un motivo, ed è un motivo molto serio.
Anastasio, in un recente, meraviglioso album, Le macchine non possono pregare, ha parlato del 1848 come l’ultima vera rivolta spirituale. Io ho le prove del contrario.
27 Aprile: I comitati locali e i silenzi di Zion
Con il nuovo giorno, gli eventi si spostano in altra direzione, verso altre zone di Roma. È il caso del presidio che si forma in Piazzale dei Quattro Venti, a metà tra Monteverde e Gianicolense. È qui che si sta consumando, nel rumore locale ma nel silenzio della città, uno scontro tra alcuni cittadini e l’amministrazione locale. Si vorrebbero abbattere diversi alberi, parte di un piccolo polmone verde di zona. Secondo gli attivisti, i lavori starebbero portando alla capitozzatura degli alberi e ad abbattimenti non necessari.
Si rivela qui una delle croci dell’attivismo climatico, il rapporto con questioni e/o comitati locali. A differenza di tante altre forme di lotta politica – come, ad esempio, quelle sindacali – è più difficile connettere la questione globale dei cambiamenti climatici ai suoi effetti sulle realtà territoriali, se non in caso di calamità. E anche in questo caso, ricondurre un evento estremo al riscaldamento globale può essere più complicato di quanto si pensi, per via delle molte concause esistenti.
Uno dei modi in cui è possibile farlo, come sembra avvenga in questo caso, è che la questione del cambiamento climatico si leghi al lavoro di comitati e cittadini attraverso la mediazione dell’ambientalismo, inteso come mondo a metà tra il conservazionismo (l’idea che per difendere l’ambiente basti preservare le specie esistenti) e l’ecologismo politico (che lega più direttamente la difesa dell’ambiente a una critica del sistema economico). Anche qui, il rischio è di coinvolgersi in questioni dominate da faide di quartiere dove è effettivamente complicato capire fin dove esporsi, perché tali faide intrecciano, spesso, questioni politiche a questioni personali. Ciononostante, si tratta di un passaggio essenziale per radicare un movimento nel territorio, pur con le dovute cautele, perché permette di riconnettersi a questioni locali d’importanza non necessariamente minore, perché impattano la vita quotidiana dei cittadini[6].
Finito di osservare quanto avviene al Piazzale dei Quattro Venti, vista anche una presenza di XR ridotta all’osso, decido di spostarmi alla Casa del Jazz, dove procedono le prove per la parata che avrà luogo più tardi. Alla parata parteciperanno le Red Rebels (RR), figure enigmatiche dell’estetica di Extinction Rebellion. È lì, in uno splendido prato all’ombra dei pini marittimi, che trovo gli attivisti, intenti a prendere istruzioni da una donna più grande, che pare essere responsabile dell’esecuzione della performance. Mi siedo alla base di un albero, in religioso silenzio, mentre vedo gli attivisti muoversi in cerchio, con un’andatura lenta, cadenzata, in silenzio. Ci sono, noto, anche degli insospettabili, persone che non avrei pensato, superficialmente, potessero essere lì. Scopro un po’ dell’organizzazione maniacale che c’è dietro questa pratica, come poi in tutta Extinction Rebellion. Alla performance partecipa un gruppo di Red Rebels, ma anche uno sparuto gruppo di “angeli custodi”, responsabili di evitare interazioni più o meno disturbanti con le persone attorno. Le Red Rebels hanno a disposizione un segno convenzionale, in caso avessero bisogno di assistenza. Inoltre, è disponibile anche un addetto al police contact, cioè una persona, appositamente formata, il cui ruolo è negoziare con le forze dell’ordine, qualora ve ne sia bisogno. Alla fine, forza invisibile ma essenziale per questa settimana, arrivano i responsabili del cibo che, come cucinieri scout, sono addetti a rifocillare la truppa, o a “portare le pappe”, come sento dire spesso. Arrivano anche lì, con i loro pentoloni e qualche tonnellata di schiscette per mangiare. Come per tutta la settimana, il cibo è rigorosamente vegano.
Una volta mangiato, ci mettiamo in cammino, in gruppetti, verso i fori imperiali, dai quali inizierà la parata. Con il piccolo particolare: il tempio di Vesta, luogo dell’incontro, è all’interno dell’area a pagamento. Più tardi ci si ritroverà invece al Tempio di Ercole Vincitore. Forse un disguido. Fatto sta che camminiamo, quasi corriamo, per metà dei fori, prima di trovare il posto giusto. Il tutto mentre un paio di attiviste ci superano sulla destra su di un povero monopattino elettrico, chiaramente non entusiasta di portare due persone in salita. L’organizzazione è capillare, ma non sempre arriva ovunque dovrebbe. Maledetti movimenti sociali.
Finalmente, con un po’ di affanno, arriviamo al luogo d’incontro, dove diverse Red Rebels si stanno già preparando. È un processo che richiede tempo, perché comporta la vestizione di una tunica rossa, a volte molto semplice, a volte molto elaborata, oltre che l’applicazione di un cerone bianco da mimo. In un prato dietro il tempio, le RR si preparano, mentre persone curiose si avvicinano e chiedono informazioni. Una di loro, un uomo americano piuttosto estroverso, fa tante domande e qualche foto, rimanendo con noi. Probabilmente, penso, credono si tratti di una delle tante performance degli artisti di strada che popolano il centro di Roma, dai mimi, ai gladiatori, ai disegnatori.
Mentre sto parlando con uno dei tanti attivisti arrivati dall’Emilia, le Red Rebels danno segno di essere pronte. Prima, però, un momento di centratura, una sorta di esercizio di mindfulness, al quale vengo invitato a partecipare. È un’esperienza toccante, che porta con sé la sensazione che il cerchio sia unito. È qui, dunque, che le Red Rebels entrano in campo, scombinando tutto. Se i tamburi erano il fragore, l’onda sonora che consuma l’aria, le RR sono il loro inverso, un silenzio che pressa assordante sulle orecchie. In posa fissa, con i palmi delle mani rivolti verso l’alto, le Red Rebels marciano, con deliberata lentezza, sui marciapiedi di Roma. Sono l’eerie, lo strano in maniera spaventosa, ma misteriosa che, nella sua bolla di silenzio, squarcia il caos rumoroso della metropoli. Un quadro in movimento che si apre la strada tra le persone, come una nave silenziosa tra le acque. Ne si potrebbe trarre un’immagine di morte, una processione di mortificazione del corpo, ma è invece un potentissimo rito, un momento di redenzione e salvezza intramondane. Redenzione perché ci si riunisce per riconoscere un dolore comune, quello causato dalla perdita di biodiversità, dalle vite che i cambiamenti climatici stanno già spezzando e dal pericolo cui siamo tutti sottoposti. Nel sottofondo, l’impotenza che unisce gli attivisti e noi tutti; salvezza perché, notoriamente, nessuno si salva da solo.
L’intensità dell’esperienza coinvolge tutti. Coinvolge le ribelli, nel loro mutismo e nella loro espressività, ma anche le persone attorno, che si scambiano sorrisi altrettanto muti e altrettanto significativi, per quello che stanno aiutando a venire alla luce (o che stanno raccontando). Più importante ancora, coinvolge i passanti. Chi è a piedi si ferma, smette di parlare e osserva in silenzio la processione che passa. Poi, invariabilmente, turista o romano, anziano o giovane, si mette a riflettere ed estrae il telefono, un pensiero comune: “questo lo devo riprendere”. Le guide parlano a gruppi di turisti che non le ascoltano, girati a fissare questa nuova scena di arte contemporanea, nel tempio dell’arte antica. Chi è in macchina rallenta per vedere. I turisti in golf cart si fermano, interrogandosi, assieme ai loro autisti su quanto stia succedendo. Ancora più impressionanti, nella loro straordinaria mondanità, sono gli attraversamenti stradali. Roma è la città del clacson che suona prima ancora che il semaforo diventi verde, eppure NESSUNO-EMETTE-UN-FIATO. Nelle auto e nei motorini fermi, che concedono alle Rebels il loro lento incedere, chiunque prende un telefonino per registrare. Si sta assistendo non solo a una novità, ma a un assoluto in terra. Col nostro amico americano, da quando siamo partiti, sempre alle calcagna.
Se ciò non bastasse al nostro povero cuore, è il momento del crescendo. Le Red Rebels, giunte alla fine del loro incedere, si ritrovano sul luogo di un die-in, una forma di protesta in cui si simula di essere morti, per denunciare la drammaticità della crisi in corso. Dagli speaker, dei bassi ritmati battono direttamente nella cassa toracica dei presenti. Tum-tum. Tum-tum. È un cuore collettivo, il nostro?
È forse una coincidenza fortunata, ma è in quel momento che Roma decide di piovere. È una pioggia fisicamente pesante e carica di significato. Nessuno-osa-muovere-un-muscolo. Attivisti e giornalisti, turisti e cittadini, osservatori di ogni tipo. Sono tutti lì a inzupparsi, adesi magneticamente a quell’oggetto del mistero che nel cuore di ognuno, credo, risuona con una voce diversa. Tum-tum. Tum-tum. È l’evidenza più pura che le parole a volte, semplicemente, non bastano. Non bastano mai, ma in alcuni momenti devono necessariamente lasciare spazio al silenzio. Mentre penso questo, sommesso, un coro s’innalza dai morti. “Gli oceani si innalzano! Così facciamo noi! Gli oceani si innalzano! Così facciamo noi!”. Da sommesso, il coro si fa sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte. È un segno di rinascita, la “radical hope”, la speranza radicale di cui parla Diana Stuart, guardando proprio a Extinction Rebellion. Una speranza che nasce e rinasce, come una fenice, anche nelle macerie. Un piccolo monumento allo spirito umano.
È qui che tutto cambia di nuovo. Il silenzio, interrotto dal coro, è ora definitivamente spezzato dalla musica, dal ballare contro la fine del mondo. Ricorda Morpheus, che in Matrix Revolution invita Zion a danzare, per affermare “che siamo ancora qui”. Anche qui, il gioco è serio, deliberato, politico. Un gioco che intermezza la musica con momenti di – credo – tai chi, momenti di teatro di strada, in cui si tenta di riconnettersi con il mondo naturale. Un testo meraviglioso del Teatro Selvatico che, mi dicono, è interamente improvvisato, tenta questa riconnessione, la cerca con grazia:
Con il coraggio, adesso, di radicare i piedi a terra, e di diventare quelle radici di cui il mondo ha tanto bisogno. Dai piedi escono queste radici che vogliono entrare e scavare. E spingono. Siamo più forti del cemento. E questo cemento sotto i piedi lo spezzo. Voglio che le mie radici sentano l’odore, il calore della terra. Ci entro completamente dentro, e ogni radice si moltiplica, perché nutrita dal mondo intero.
La connessione, però, non è solo con la natura, ma con l’umanità tutta:
Questo è il momento di connetterci a tutti gli esseri umani del mondo, che sono qui e che non sono qui, che c’erano, che ci sono stati e che ci saranno. Noi abbiamo molta più potenza di quella che ci hanno detto di avere. Possiamo essere magici. E con questa potenza, con questi piedi che nella terra spingono, che il volto si rivolga verso il cielo. In questa giornata nuvolosa, di pioggia, io voglio prendere quei raggi silenziosi e nascosti e ci voglio bagnare completamente il mio volto. Lo faccio perché voglio continuare a godere della bellezza, anche se continuano a metterla nascosta, imprigionata.
È un colpo di teatro, una narrazione del fittizio, ma anche un tentativo di scavare, nel reale, una pietra di bellezza, non per tenerla per sé, ma per ridonarla subito dopo, rilasciandola nella terra. Una narrazione in cui si mescolano, con tutte le proprie problematicità, artivismo e new age, con il rischio di dissociare gli attivisti dalla realtà o di creare impulsi settarici, ma anche una deliberata poesia politica, dove si riconosce che non tutto si esaurisce negli ingranaggi del quotidiano, nell’alienazione del realismo, ma che si può andare ancora più avanti, inoltrandosi in terre politiche inesplorate, donando significato anche alla più insignificante delle cose. In questo caleidoscopio emergono, come sprazzi impressionistici o come oli su tela, tutte le sfaccettature di quest’organizzazione e del movimento per la giustizia climatica in generale, ma sempre su quella linea ondulatoria che a volte fa emergere la rabbia, a volte l’amore, a volte, o più probabilmente sempre, entrambi.
In questo, un ruolo particolare lo gioca – è il caso di dirlo – la clown army. All’interno di XR, questo gruppo di clown svolge un’importante funzione di descalation. È un mondo a sé, che può essere osservato da mille angolazioni diverse. Innanzitutto, quella più evidente: al clown tutto è concesso. Anche camminare a passo militare a fianco dei poliziotti che cordonano la coda del corteo. Qualunque altro essere umano sarebbe stato allontanato in malo modo. Nel caso dei clown, si tratta invece di capire quanto tempo possano rimanere lì e, al contempo, rimanere vivi. Qualche agente non gradisce affatto e mi interrogo, ancora oggi, come abbiano evitato l’arresto. Però sono lì, dove nessuno può arrivare.
La seconda nota è nella doppia natura del clown, che ha qui un enorme potenziale di descalation, nel far ridere anche l’agente, nell’abbassare la tensione, ma ha anche un portato di critica satirica al sistema. In questa seconda accezione, il clown può far ridere l’attivista, ma non l’agente, a meno che quella critica, come spesso fa XR, sia ricondotta a una critica all’istituzione, e non all’individuo. Il clown però non può spiegare le proprie ragioni. Sembra, in questo senso, un simbolo del rapporto ambivalente di Extinction Rebellion con le forze dell’ordine. Da una parte, c’è il riconoscimento – un po’ strategico, un po’ effettivamente sentito – di come le istituzioni intrappolino tutti, anche gli antagonisti di XR, polizia inclusa. C’è quindi volontà di porgere una mano verso di loro. Dall’altra, c’è anche un’avversione che è in parte ideologica, in parte costruita nel tempo, attraverso una serie di interazioni che vanno dallo sgradevole al traumatico. Esperienze che non sono solo personali, ma che colpiscono anche affetti legati agli attivisti da rapporti amicali o romantici, dunque ancor meno facili da perdonare. Come si elabora una cosa del genere? Come per tutto ciò che Extinction Rebellion fa, è un’opera di fine tuning, di equilibri delicatissimi, precari, contraddittori. In questo caso, la nonviolenza non può trasformarsi in un’ascetica mortificazione di sé, ma neanche cedere strada al cinismo. Un continuo lavorio dello spirito che trova il suo momento più drammatico nell’azione, ma che affonda le radici altrove.
Su queste note, giunti di fronte alla Città dell’Altra Economia, dove si interrompe la festa, si chiude un corteo complesso, strutturato in fasi dominate da emozioni a volte contrastanti, ma che insieme acquisiscono un senso, grazie anche al lavoro di Logos, poeta e attivista, che dona continuità ed energia, tra un momento e l’altro. Che istrionicamente si presta a presentare tutti come se stesse presentando gli Iron Maiden. Che non sembra essere dentro XR, ma è più “preso bene” di tutti gli attivisti giunti sul posto. E quindi tutti a ballare, sotto la pioggia, come selvaggi della metropoli.
il terzo giorno della Primavera è finito, si può davvero andare in pace, “presi bene” anche noi poveri osservatori.
Primavera Rumorosa – Parte 1
[1] Si tratta del movimento di sostegno alla causa palestinese.
[2] Per antisionismo si intende generalmente l’opposizione rispetto al sionismo, movimento che ha portato alla creazione dello Stato di Israele.
[3] Meglio evitare le creme solari a base di olio, mi dicevano. Interagiscono male con i lacrimogeni, mi dicevano. E invece, finita la settimana, tornerò al lavoro e tutti mi chiederanno stupefatti se sono andato al mare. Sette anni dello stesso lavoro ed è servita XR perché mi vedessero abbronzato.
[4] S. Weil, “Il male”, in S. Weil, L’ombra e la grazia, Edizioni di Comunità.
[5] Gli attivisti racconteranno di un’atmosfera pesante, intimidatoria e aggressiva, di essere stati chiusi a chiave in una stanza e poi sottoposti alla pratica (scandalosamente, non nuova) di chiedere loro di spogliarsi. Secondo gli attivisti, solo uno di loro sarà alla fine obbligato ad alzare la maglietta e abbassare i pantaloni.
[6] Tra gli studiosi, tra le altre cose, figure come Diani e Della Porta hanno dedicato una particolare attenzione al ruolo dei comitati nell’ambientalismo italiano (ad esempio in Movimenti senza protesta, Il Mulino, 2004).










