C’è un filo invisibile e inquietante che unisce il destino di Mario Roggero, il gioielliere oggi rinchiuso in una cella del carcere di Bollate, ai fantasmi di un passato rimasto a lungo sepolto sotto la polvere degli archivi giudiziari. Prima che il sangue di due rapinatori scorresse sull’asfalto nel 2021, prima delle lacrime in cella e della condanna definitiva, la rabbia del gioielliere aveva già armato la sua mano.
Era la notte del 17 dicembre 2005. Una notte in cui una violenza cieca si confusero fino a sfiorare la tragedia. Tutto ha inizio con una telefonata che spezza il silenzio della sera. Dall’altro capo del telefono c’è una ragazza spaventata, abbandonata in mezzo alla strada nel buio, con il volto ancora bruciante per gli schiaffi ricevuti dal fidanzato dopo l’ennesimo, violento litigio. È la figlia di Roggero. Per il gioielliere, quel pianto è la scintilla che fa esplodere un nucleo di rabbia incontrollabile.
Roggero non chiama le forze dell’ordine. Non aspetta. Si mette alla guida come una furia accecata dal rancore, trasformandosi da padre ferito a punitore spietato. Nelle sue tasche, c’è già una pistola. Quando Roggero arriva sotto casa del giovane fidanzato, l’aria è elettrica. Suona il citofono, pretende che il ragazzo scenda. Non c’è spazio per le parole, non c’è spazio per i chiarimenti. Appena il giovane si presenta, viene investito da un insulto – “Bastardo!” – e da una scarica di pugni al volto.
Ma l’orrore di quella notte deve ancora raggiungere il suo apice. Richiamati dalle urla, i genitori del ragazzo si precipitano nel cortile, terrorizzati, nel disperato tentativo di fare da scudo al figlio e sbarrare la porta d’ingresso per fermare quell’uomo fuori di sé. È in quel momento che il tempo si ferma. Roggero infila la mano in tasca, estrae la pistola e punta dritto al petto delle tre persone davanti a lui. Un istante eterno, sospeso sul filo di un grilletto che avrebbe potuto distruggere quattro vite in un battito di ciglia. Ne nasce una colluttazione caotica, volano altri colpi, finché la follia si spegne, lasciando spazio ai lividi e alle denunce reciproche.
Quella notte del 2005 si risolse nelle aule del tribunale di Alba, dove Roggero scelse la via del patteggiamento per minacce aggravate dall’uso di un’arma. Due mesi di reclusione, svaniti nel nulla e convertiti in una multa di 2.280 euro. Un prezzo irrisorio, che ha cancellato il reato sulla carta ma non ha spento quel fuoco che ardeva dentro di lui. Oggi, vent’anni dopo, la storia sembra aver presentato il conto finale. Rileggere quella notte di terrore non è più solo cronaca di un vecchio alterco familiare: è il ritratto impressionante di un uomo che, molto prima di uccidere, aveva già deciso che la giustizia si faceva da soli, con il ferro di una pistola tra le mani.




