Che la diseguaglianza sociale sia il flagello che da sempre lacera le nostre società umane è cosa risaputa. La drammaticità di ciò risiede soprattutto nel fatto che sia un fenomeno che assume storicamente forme diverse ma che purtroppo continua ad essere in costante crescita. Indagarne le cause si rivela un compito assai difficile, data la sua complessità. Ciò che emerge però con evidenza è che la realtà ci offre ogni giorno dimostrazione di quanto questo fenomeno sia ancora presente; si palesa sotto forme diverse, ma tende sempre a emergere, a manifestarsi, sia che guardiamo, dissezioniamo, analizziamo dall’alto le società umane, sia solo attraverso uno sguardo attento e critico alla vita quotidiana di ognuno di noi. “Roma’’ di Cuarón e uno sguardo familiare sulle disuguaglianze sociali Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Il film ‘’Roma’’ di Alfonso Cuarón, del 2018, getta uno sguardo intimo alle vicende di ispirazione autobiografica di una famiglia borghese del Messico dei primi anni ’70, e in particolare della protagonista, Cleo, una giovanissima domestica di origini indigene, e lo fa mettendo in primo piano il dramma sociale che attraversa ogni società, ad ogni latitudine, quello appunto della diseguaglianza sociale, delle sue conseguenze e delle forme che può assumere. Il film si inserisce nel solco di una certa tradizione filmografica sudamericana in cui il dramma familiare e le vicende di una precisa categoria di lavoratrici, le badanti e le domestiche, sono espedienti narrativi per trattare il delicato tema della disuguaglianza, fenomeno che in Sudamerica, e non solo, emerge nella sua evidente drammaticità nella vita quotidiana di molte famiglie.  Nella tradizione stilistica del regista si ripresenta così quella dialettica di intimità e distanza, caratterizzata allo stesso tempo da familiarità e vicinanza che coesistono con diffidenza, emarginazione e disumanizzazione: la vita e le dinamiche familiari di una giovane badante indigena si prestano quali filtri o lenti attraverso cui guardare gli aspetti più paradossali e illogici della disuguaglianza sociale. Come in altre opere del regista l’evoluzione interiore dei personaggi e le vicende storiche di riferimento sembrano procedere su due binari separati, ma solo in apparenza.

La realtà politico-sociale del Messico degli anni ’70 è esattamente il contesto da tenere a mente continuamente e allo stesso tempo lo strumento interpretativo più prezioso per analizzare le vicende interiori della protagonista Cleo: una realtà in cui la diseguaglianza non solo plasma la società, ma appare continuamente in tutta la sua evidenza visiva (e il film non manca di darcene un assaggio attraverso precise scelte stilistiche e espedienti tecnici). Una società, quella messicana, tra le più diseguali al mondo; un paese in cui le determinanti di questa ineguaglianza risiedono in gran parte nell’appartenenza etnica, ma non solo. Basta osservare la società messicana per notare che le minoranze indigene sono in assoluto le meno scolarizzate, quelle socialmente e economicamente più emarginate e sistematicamente sottoposte a sfruttamento. L’etnia è indicata da molti come il principale fattore di divisione socioeconomica nel paese.  Le lavoratrici domestiche sono le più sfruttate e soprattutto tra le poche categorie di lavoratrici prive di una reale tutela dei diritti. Cleo è esattamente entrambe le cose, una donna indigena, che lavora come domestica. Il Film enfatizza questa natura frammentata della società, stimolando una riflessione sul razzismo e sui diritti dei lavoratori, e lo fa senza scadere mai in toni moralizzanti o nel voler fornire solo un’immagine ridotta all’opposizione tra buoni e cattivi, tra sfruttati e sfruttatori. Qui risiede il grande merito del regista, ma allo stesso tempo la drammaticità della questione: la diseguaglianza non viene solo perpetrata attraverso la denigrazione, la discriminazione e la violenza diretta ma trova espressione in tutti i comportamenti sociali, specie negli atteggiamenti inconsapevoli, poichè tende anche ad essere interiorizzata e ad influenzare attraverso la cultura anche il nostro agire quotidiano e i nostri comportamenti istintivi. Ed è esattamente ciò che accade nella famiglia presso cui lavora la protagonista. Una famiglia ricca, che non manca di dare dimostrazioni di affetto alla badante di casa (che è a tutti gli effetti un membro della famiglia), in cui però richieste e capricci assumono il carattere di ordini e pretese, in cui tuttavia è richiesto che le domestiche vivano separate dal resto della famiglia, mangino separate e in cui non è tollerata alcuna loro ingerenza nelle vicende intime e private dei familiari. Come prima si diceva, separazione e intimità coesistono continuamente in un evidente paradosso. Ad un abbraccio affettuoso della famiglia verso Cleo, spinto da sincero desiderio di conforto e di amore familiare nei suoi confronti, segue una richiesta che assume i toni perentori della pretesa o dell’ordine.

Il messaggio è egregiamente trasmesso prima che con i dialoghi con il simbolismo delle inquadrature e delle immagini che da sole veicolano con potenza la denuncia sociale del regista. Un esempio di tale simbolismo – a dire il vero se ne potrebbero citare altre cento di scene fortemente simboliche – è rappresentato dalla primissima scena: la protagonista, nell’atto di ripulire l’androne di casa per l’ennesima volta, getta una secchiata di acqua a terra, ed all’interno della pozza si intravede nel cielo riflesso un aereo che vola, come a voler accostare in contrapposizione lo status di chi deve per poter vivere dignitosamente continuamente ‘’lavare gli androni’’ e le case dei ricchi e chi contestualmente può permettersi, in virtù del migliore status socioeconomico di volare in cielo, cavalcando il simbolo del progresso umano e scientifico. Progresso che è in ultimo luogo responsabile anche dello sfruttamento e della condizione misera cui sono costretti milioni di lavoratori in Sudamerica e non solo. Esiste un muro sociale che separa le diverse classi, ossia propriamente ciò che si intende per disuguaglianza sociale, e che trova espressione non solo nella violenza, nel desiderio di sopraffazione e sfruttamento, ma anche in una dimensione inconscia, veicolata da comportamenti e istinti sociali. Una realtà che è pervasiva in quanto dà persino forma alla spazialità sociale umana, assurge al rango di criterio di divisione degli spazi urbani, per cui quartieri agiati e baraccopoli sono ben distinti e separati e facilmente distinguibili. Tutto ciò emerge dall’osservazione della realtà ed è ciò che in scala ridotta mette in risalto questo film, nell’evidenza visiva del suo simbolismo, nel repentino passaggio da scene ambientate nei quartieri agiati a scene ambientate in vere e proprie baraccopoli.

La potenza del messaggio è veicolata anche dall’estrema attualità del tema in questione: la frammentazione della nostra società è tutt’oggi specchio della disuguaglianza, certe dinamiche relazionali permangono in forme immutate nella vita di tutti i giorni. Il film non mette in scena un’esplicita lotta per la conquista dei diritti, tutt’altro: la denuncia verso l’ingiustizia sociale avviene attraverso la semplice narrazione della realtà. Attraverso i toni disincantati dell’accettazione e dell’obbedienza incondizionata, Cuarón ci dimostra che una società senza mobilità sociale, senza possibilità di emancipazione economica è lungi dall’essere superata, proprio perché è percepita e accettata fatalisticamente come immutabile. In una società in cui la politica è incapace di dare voce e tutela agli ultimi, l’uguaglianza socioeconomica e la giustizia sociale diventano molto più di un’utopia, e come utopia vengono percepite da ognuno. La diseguaglianza, affrontata in questo caso attraverso una vicenda storicamente lontana nel tempo, si presenta oggi come un problema ancor più grave di quanto non lo fosse ieri, essendo globalmente il fenomeno in questione in continua crescita. Tutto ciò rende tale pellicola quantomai attuale. E il messaggio che ne emerge non è rassicurante: quanto più ci sforziamo di combattere l’ingiustizia e la disparità sociale, tanto più essa viene da un lato promossa e continuamente alimentata dai modelli economici di riferimento e da un altro persino interiorizzata in una dimensione inconscia, sia individuale che collettiva, attraverso la cultura.

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