Oltre metà mandato Gualtieri: il divario centro-periferia si allarga Sono passati sette mesi dall’ultimo grido d’allarme lanciato da INpressMAGAZINE. Sono passati oltre tre anni dall’inizio del mandato del sindaco Roberto Gualtieri. Eppure, per chi vive lontano dalle luci del centro storico, la situazione non solo non è migliorata, ma in molti casi appare cristallizzata in uno stato di abbandono che sa di rassegnazione istituzionale.

Mentre Roma si prepara a mostrare il suo volto migliore al mondo per il Giubileo, con cantieri che trasformano il centro e interventi di riqualificazione nei quartieri più visibili e benestanti, le periferie restano intrappolate in un eterno limbo fatto di promesse elettorali mai mantenute, opere incompiute e servizi pubblici al collasso. Particolarmente significativo è il caso del quartiere Montesacro.

Metro B1: l’odissea quotidiana dei pendolari

Se c’è un simbolo della distanza tra retorica politica e realtà quotidiana, questo è rappresentato dalla Metro B1. Siamo a tre anni dall’insediamento dell’amministrazione Gualtieri, eppure i problemi denunciati da anni non solo persistono, ma sembrano essere diventati la normalità accettata.

I treni continuano a passare con intervalli che superano troppo spesso i quindici minuti, senza che sui display compaia alcuna indicazione attendibile sui tempi di attesa. Centinaia di cittadini si trovano così ogni giorno sulle banchine della metropolitana in una condizione di totale incertezza: aspettare un treno che potrebbe arrivare tra cinque minuti o tra venti? Tentare di uscire e prendere un autobus di superficie, con il rischio di perdere comunque il convoglio?

A rendere la situazione ancora più kafkiana è la persistente assenza di copertura telefonica nelle stazioni. Nel 2025, in una capitale europea, i passeggeri non possono consultare le app di trasporto pubblico per verificare orari alternativi, non possono chiamare un taxi, non possono nemmeno avvisare di un ritardo. Sono semplicemente prigionieri di un sistema che li ha dimenticati.

Atac sanzionata, ma nulla cambia

La gravità della situazione è certificata da un fatto incontrovertibile: l’Atac è stata sanzionata dall’Antitrust per la cronicità dei disservizi nei trasporti. Un procedimento avviato nel febbraio 2024 ha portato a un accordo che prevede rimborsi per gli utenti, riconoscendo ufficialmente l’inadeguatezza del servizio offerto nel triennio 2021-2023 e nel 2024.

Eppure, nonostante questa ammissione formale di responsabilità, nonostante le sanzioni e i rimborsi previsti, la situazione sul campo è anni luce dalla mobilità delle capitali europee. I treni della Metro B1 continuano a passare con gli stessi identici ritardi, le informazioni agli utenti rimangono inesistenti, la copertura telefonica è ancora assente. La sanzione dell’Antitrust sembra aver avuto l’unico effetto di certificare ufficialmente un fallimento che i cittadini vivono sulla propria pelle ogni giorno, senza produrre alcun miglioramento concreto.

Vale la pena ricordare che 9.500 cittadini hanno firmato una petizione per chiedere il miglioramento del servizio della Metro B1. Una petizione completamente ignorata dall’assessore alla Mobilità Eugenio Patanè, dal sindaco Gualtieri e dal presidente del Municipio III Paolo Emilio Marchionne. Il messaggio alle periferie è chiaro: le vostre voci non contano.

Mobilità sostenibile: slogan elettorali, realtà inesistente

L’amministrazione Gualtieri ha fatto della mobilità sostenibile uno dei suoi cavalli di battaglia elettorali. Piste ciclabili, percorsi pedonali, connessioni tra quartieri: tutto bellissimo sulla carta e nelle zone centrali, tutto drammaticamente insufficiente nella realtà delle periferie.

I timidi tentativi di realizzare piccole ciclabili nei quartieri periferici si sono rivelati per quello che sono: interventi spot, spesso realizzati male, che non fanno parte di alcuna visione organica di mobilità urbana. Spostarsi in bicicletta o a piedi dalla periferia verso il centro resta un’impresa che scoraggia anche i più determinati.

Il ponte ciclopedonale Conca d’Oro-Nomentana: un’altra promessa nel vento

Particolarmente emblematico è il caso del ponte ciclopedonale che doveva collegare Conca d’Oro con la stazione Nomentana. Promesso, annunciato, inserito nei programmi elettorali, eppure ancora totalmente inesistente. A questo punto, visto l’andamento dei “non” lavori, pare più probabile vedere realizzato il ponte sullo Stretto di Messina che questo collegamento fondamentale per la mobilità del quadrante nord della città.

L’ironia amara è che non si tratta di un’opera faraonica. Si tratta di un ponte pedonale che migliorerebbe radicalmente la qualità della vita di migliaia di cittadini, facilitando gli spostamenti quotidiani e incentivando realmente l’uso di mezzi di trasporto sostenibili. Ma evidentemente, per chi governa Roma, le priorità sono altre.

Il Ponte delle Valli: una vergogna che continua

Se possibile, ancora peggiore è la situazione del Ponte delle Valli, arteria fondamentale che collega Conca d’Oro con viale Libia e, di conseguenza, con il centro della città. Questo ponte rappresenta per molti residenti l’unica via praticabile per raggiungere i servizi, i negozi, gli uffici del centro.

Eppure, il ponte versa in condizioni pietose e pericolose. Attraversarlo a piedi è un’avventura, farlo in bicicletta è una scommessa sulla propria incolumità. Il marciapiede è dissestato, l’illuminazione inadeguata, non esiste alcun percorso ciclabile degno di questo nome.

Ristrutturare il Ponte delle Valli, dotarlo di percorsi ciclopedonali decorosi e di un’illuminazione adeguata non sarebbe un’opera straordinaria. Sarebbe semplicemente manutenzione ordinaria, il minimo che un’amministrazione comunale dovrebbe garantire ai propri cittadini. Eppure, nonostante le continue segnalazioni, nulla si muove. Il ponte continua a rappresentare non un collegamento, ma una barriera, un simbolo concreto della divisione tra Roma centro e Roma periferia.

Piazza Conca d’Oro: il centro commerciale fantasma e la stazione degradata

Se il Ponte delle Valli rappresenta la divisione fisica tra centro e periferia, Piazza Conca d’Oro è il simbolo dell’abbandono istituzionale. La piazza, che doveva essere un punto di riferimento per l’intero quadrante nord della città, è invece un monumento all’incuria.

Il centro commerciale promesso da oltre quindici anni rimane un miraggio. La struttura è predisposta, i lavori potrebbero partire in tempi relativamente brevi, eppure nulla si muove. Negli ultimi anni: promesse, annunci ma la realtà è che l’area continua a versare in uno stato di degrado che rappresenta un pugno nello stomaco per tutti i residenti che ogni giorno attraversano la piazza.

Ancora più grave è la situazione della stazione metropolitana. Un’uscita è chiusa da più di due anni e mezzo, senza alcuna spiegazione plausibile e senza alcuna indicazione su quando potrebbe essere riaperta. Non si tratta solo di un disagio per gli utenti, ma di un serio problema di sicurezza: in caso di emergenza, avere un’uscita bloccata potrebbe rappresentare un pericolo concreto per centinaia di persone.

Inferriate montate intorno a colonne in ferro e lasciate lì come un cantiere fantasma. Vetri infranti mai riparati. Muri danneggiati ignorati. L’hub del trasporto pubblico che dovrebbe essere il biglietto da visita del quartiere è diventato invece il simbolo di un’amministrazione assente e incapace di garantire persino la manutenzione ordinaria.

La questione delle responsabilità politiche

Di fronte a questo quadro desolante, sorge spontanea una domanda: dove sono le conseguenze politiche per chi ha fallito?

L’assessore alla Mobilità Eugenio Patanè ha dimostrato in questi anni una totale incapacità di affrontare i problemi strutturali del trasporto pubblico romano, limitandosi a dichiarazioni di intenti e annunci mai seguiti da fatti concreti. La sua gestione della Metro B1 è stata un disastro certificato da 9.500 firme che lui ha scelto di ignorare.

Anche il presidente del Municipio III, Paolo Emilio Marchionne, ha mostrato un’evidente inadeguatezza nel dare risposte concrete ai problemi del territorio che amministra. Le promesse fatte ai cittadini di Conca d’Oro, Montesacro e degli altri quartieri del municipio sono rimaste lettera morta.

Eppure, nonostante i fallimenti certificati, nessuna conseguenza. Nessun cambio di rotta. Nessun segnale che il sindaco Gualtieri sia disposto a chiedere un passo indietro a chi ha palesemente fallito. Questa inerzia politica è forse il segnale più preoccupante: la consapevolezza che le periferie possono essere tranquillamente dimenticate senza che questo comporti alcun costo politico.

Una città a due velocità

Il contrasto tra il trattamento riservato al centro storico e quello delle periferie è sempre più netto. I fondi del PNRR e quelli destinati al Giubileo hanno trasformato le aree centrali della città, mentre i quartieri periferici continuano a arrancare con servizi insufficienti e infrastrutture degradate.

Non si tratta di pretendere opere faraoniche o trattamenti di favore. I cittadini delle periferie chiedono semplicemente ciò che è loro diritto: un trasporto pubblico efficiente, opere promesse che vengano completate, manutenzione ordinaria delle infrastrutture esistenti.

Chiedono, in una parola, rispetto. Rispetto per chi paga le tasse come tutti gli altri, rispetto per chi ha scelto di vivere in questi quartieri, rispetto per una città che non può essere solo vetrina per turisti e pellegrini.

Un errore politico che potrebbe costare caro

La giunta Gualtieri ha commesso un errore politicamente significativo, forse fatale per le sue ambizioni future. Trattare le periferie come zone di serie Z, degne solo di interventi residuali e promesse mai mantenute, non è solo una questione di giustizia sociale: è una clamorosa miopia elettorale.

Le periferie romane non sono una minoranza marginale. Sono il più grande bacino di voto della capitale. È lì che risiede la gran parte dei cittadini romani con diritto di voto. È lì che vivono le famiglie, i lavoratori, i pensionati che ogni giorno affrontano i disservizi del trasporto pubblico, che attraversano ponti pericolosi, che aspettano invano opere promesse.

E ora che Gualtieri ha manifestato pubblicamente la volontà di candidarsi nuovamente per il prossimo mandato, deve fare i conti con questo enorme errore strategico. Come può chiedere di nuovo la fiducia a centinaia di migliaia di cittadini che ha sistematicamente ignorato? Come può presentarsi alle periferie dopo aver dimostrato con i fatti che per lui contano solo il centro storico e i quartieri benestanti?

La politica, prima ancora che una questione etica, è una questione di numeri. E i numeri delle periferie potrebbero rivelarsi spietati con chi le ha trascurate per un intero mandato.

Tre anni e mezzo: è tempo di risposte

Siamo oltre la metà del mandato. Il tempo delle promesse è finito, è arrivato il momento delle risposte concrete. L’amministrazione Gualtieri non può più nascondersi dietro le difficoltà contingenti. Tre anni e mezzo sono più che sufficienti per dimostrare se si ha davvero a cuore l’intera città o solo alcune sue parti.

Le periferie romane hanno pazientato, hanno segnalato, hanno protestato educatamente. Hanno anche raccolto 9.500 firme per chiedere semplicemente un servizio di trasporto pubblico decente. Sono state ignorate.

È tempo che il sindaco Gualtieri faccia una scelta: continuare con una gestione che evidentemente non funziona, mantenendo in posizioni di responsabilità le persone che hanno dimostrato di non essere all’altezza del compito, oppure avere il coraggio di cambiare rotta, di sostituire chi ha fallito, di mettere finalmente al centro dell’agenda politica anche quella Roma che non si vede dalle cartoline.

Una Roma veramente europea del XXI secolo non può permettersi cittadini di serie A e cittadini di serie B. Non può permettersi quartieri che funzionano e quartieri abbandonati a se stessi. O si governa per tutti, o non si governa davvero.

I cittadini delle periferie non chiedono miracoli. Chiedono solo che qualcuno, finalmente, li ascolti. E che alle parole seguano i fatti.

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