Rospos

C’era una volta, tanti anni a fa, una bellissima principessa. Alla donzella piaceva assai fumare dell’ottima erba che il paparino coltivava nell’orto del regno. Un giorno decise di tritare i funghetti messicani che il re le aveva severamente vietato di toccare e li aggiunse al poderoso cannon di marjuana che stava preparando. “Per questa prelibatezza è meglio che mi nasconda d’in su per codesta selva oscura” pensò. E così facendo si inerpicò per un tortuoso viottolo. Arrivò fino ad una coltre di arbusti che ben celavano le sue faccende private. Accese l’imponente paglia modificata e l’aspirò con il regale garbo che la contraddistingueva. “Minchia che botta!” disse a gran voce e subito ripeté il gesto. “Orsù perdindirindina che tranvata” di nuovo ebbe a proferire.

In men che non si dica lo spinello era terminato, ma la principessa non era ancora appagata. Mise le mani in tasca cercando le provvidenziali sostanze al fine di girare un altro cannoncello, ma con orrore si accorse di non riuscire a trovare il sacchetto contenente tutto il necessario. “Oibò corbezzoli. Donde sono finiti i miei approvvigionamenti? Ed altresì, meditando sulle attuali circostanze, donde sono finita me medesima?” disse strafatta la principessa.

Di lì a poco una vocina gracidante disse “Perdindirindina! Che ci fa una donzella di cotal beltà in questo infimo posto? Per caso ti sei persa?”. La principessa si volse e vedendo un enorme e pustoloso rospo sussurrò: “Debbo essere assai strafatta poiché vedo dinanzi a me un gigante e ributtante rospo che ciarla”.

“No principessa cara. Stai benissimo. Io son fatto così ma questo non vuol dire che non possa tornarti utile. Ripeto: cosa ti sei persa?”.

Titubante oltre che traballante la principessa replicò: “Oibò, nel mio marsupio avevo un sacchetto contenente tutte le mie sostanze.”

“Ah! Chi l’avrebbe mai detto? Ma osservando più attentamente la tua iride direi che ti è sfuggita un tantinello la mano. Se ti aiuto che mi dai in cambio?”

La principessa capendo subito l’antifona ma volendo a tutti i costi ritornare in possesso dei suoi averi rispose: “Quello che desideri, mio provvidenziale rospaccio”.

“Ebbene mi accoglierai al castello, mi presenterai a tuo padre e mi darai un assaggio dei migliori ‘aromi’ di cui il re è in possesso”.

“Così sia repellente batrace”.

Il rospo si gettò nell’attiguo stagno e ne ritornò fuori con il sacchetto che porse alla principessa. La donzella ringraziò e fece per andarsene. Ma nonostante l’imponente batosta procuratale dal grande spinello appena fumato e fresca degli studi svolti, le tornò alla mente che una particolare specie di rospi, conosciuta come “bufo”, in caso di aggressione è in grado di secernere una tossina estremamente allucinogena. Con una lucidità strabiliante viste le condizioni in cui versava pensò: “Se le dimensioni realmente contano, un rospo sì ragguardevole dovrebbe trasudare una cotal sostanza da permettermi un bel viaggio d’in su per le stelle”. Poiché per scatenante l’emissione dell’agognata sostanza era necessario che il rospo si sentisse attaccato, la principessa prese il primo sasso appuntito che le capitò sotto mano e lo brandì contro l’incredulo anfibio. “Ferma principessa” disse il rospo. “Cosa ti prende? Qualsiasi cosa tu stia bramando ti prego di attendere con pazienza il mio incontro con tuo padre come da promessa fatta.”. Detto questo si tuffò nello stagno e sparì.

La principessa tornò al castello. Strafatta e colma di emozioni crollò a dormire. Il giorno dopo completamente ripresa, dopo un leggero spinello, andò al banchetto regale gettandosi su tutte le pietanze che le si paravano davanti dominata dall’inevitabile fame tossica. In quel mentre bussò alla porta il rospo. La principessa non anelando più la sua sostanza allucinogena ordinò di non aprire.

Il re a questo punto intervenne e chiese chi fosse quell’enorme rospo che insisteva tanto ad entrare. La principessa raccontò tutto al padre che si infuriò. “Noi del cartello il ‘Regno della Maria’ abbiamo un codice: quando qualcuno ci aiuta nei nostri affari gli siamo debitori. E i debiti vanno saldati.”. Detto questo fece aprire le porte del castello. Il rospo andò a presentarsi al re che lo accolse con tutti gli onori. “Carissimo rospo meriti tutto il mio rispetto. Se vuoi puoi servirti. Qui abbiamo coca purissima tagliata da esperti raffinatori, erba coltivata indoor e hascisc di primissima qualità.”.

Il rospo andò a sedersi accanto alla principessa che lo guardò con aria disgustata. Bramosa di riconquistare le grazie del padre le ritornò alla mente la sostanza che avrebbe esalato il rospo se minacciato. “Mio padre apprezzerà sicuramente il succoso nettare che riuscirò a procurarmi affrontando codesta mostruosità”. Così facendo aggredì il rospo e con stupefacente virilità lo scagliò contro la parete.

Come d’incanto la pelle bitorzoluta cadde a terra e dal suo interno fuoriuscì un leggiadro ragazzo in divisa dal portamento principesco. Sulla schiena e sopra il taschino della giacca era ricamato, con filo argentato, a grandi lettere la scritta ‘DEA’, acronimo di Drug Enforcement Administration.

Rialzandosi da terra il giovane afferrò una pistola e annunciò fermamente: “Squadra antidroga siete tutti in arresto” e prendendo una radio dal taschino gridò: “Agente Azzurro io sono dentro, fate irruzione”.

Le porte del castello si spalancarono e le finestre cedettero al peso di uomini in divisa che si lasciavano calare dall’alto. “Nessuno si muova. Questa è un’operazione antidroga”. Il re, la principessa e i cortigiani vennero ammanettati a possenti anelli di ferro e portati via dalla reggia.

Così fu che il re e la principessa vissero infelici e scontenti nelle prigioni del ‘Regno della Maria’.

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