Cos’è che distingue la civiltà dalla barbarie? È sufficiente vivere in una società complessa e organizzata, tecnologicamente evoluta, per essere al riparo da violenze e sopraffazioni?
Se la risposta fosse affermativa, allora bisognerebbe chiedersi come sia potuta accadere l’invasione russa che dal 24 febbraio 2022 insanguina senza sosta le strade dell’Ucraina, portando ovunque morte e devastazione, oppure il massacro del 7 ottobre 2023, nel corso del quale gruppi armati di militanti dell’organizzazione terroristica “Hamas” hanno trucidato più di 1.200 cittadini israeliani, rapendone circa 250, e la conseguente, terribile, reazione israeliana.
Civiltà, quindi, non significa soltanto istituzioni sociali, cultura, progresso scientifico; perché ci sia civiltà dev’esserci anche umanità, ragione, civile convivenza, rispetto delle diversità.
E, soprattutto, ripudio della violenza; condizione, questa, intesa non soltanto in senso morale, ma sancita a livello giuridico; occorre, quindi, un sistema di norme che regoli in tal senso i rapporti tra gli individui, cui si affianchi un patrimonio culturale basato su saldi principi etici e morali.
Se questo vale per una singola Nazione, a maggior ragione le relazioni tra gli Stati necessitano di trovare regolamentazione giuridica in un insieme di norme fondate su principi riconosciuti dalla comunità internazionale.
Su queste basi nasce il diritto internazionale: come un sistema di regole giuridicamente vincolanti, vigenti presso la comunità internazionale; non vengono emanate da un potere centrale in grado di assicurarne l’attuazione coattiva, ma sono frutto di accordi tra Stati o tra Stati e Organizzazioni Internazionali (i c.d. trattati internazionali), la cui attuazione richiede la collaborazione degli Stati, che accettino di limitare la loro sovranità interna su determinate tematiche quali, ad esempio, il rispetto dei diritti umani fondamentali, le sanzioni per i crimini internazionali, la protezione dell’ambiente, ecc.
Oltre agli Stati sovrani, sono soggetti del diritto internazionale le cosiddette Organizzazioni Internazionali intergovernative, la più importante delle quali è senz’altro l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), sorta il 26 giugno 1945 a S. Francisco ed entrata in vigore il successivo 24 ottobre per volontà di 51 Stati che redissero la Carta delle Nazioni Unite, uno Statuto che ne fissa gli obiettivi: il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, lo sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni, la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi di carattere economico, sociale, culturale o umanitario e la promozione al rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; oggi fanno parte dell’ONU 193 Stati membri, che rappresentano gran parte degli Stati sovrani del mondo.
Anche l’Unione Europea, originariamente sorta come Comunità Economica Europea attraverso il Trattato di Roma del 24 marzo 1957, è un’Organizzazione internazionale, ma con caratteristiche peculiari che la distinguono da tutte le altre: il diritto comunitario, infatti, trova diretta applicazione all’interno degli Stati membri; il bilancio UE non è finanziato dai contributi dei singoli Stati membri, ma può contare su risorse fiscali proprie; i suoi obiettivi sono la promozione della pace, dei suoi valori e del benessere dei suoi popoli (art. 3 del Trattato sull’Unione Europea).
Seppure originariamente sia nata come un mercato comune, in cui fosse garantita la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali, nel corso degli anni l’UE, attraverso le sue norme di diritto internazionale, ha saputo affermare l’idea di un unico popolo europeo, contribuendo alla stabilizzazione del vecchio continente, che fu per secoli causa e teatro di infinite e sanguinose guerre, tra cui le due guerre mondiali, trasformandolo in un continente di pace, che dura ininterrotta da oltre ottant’anni; per questo motivo nel 2012 l’UE ha ricevuto il premio Nobel per la pace.
Tuttavia, le cronache quotidiane riferiscono di incessanti bombardamenti russi sul territorio ucraino e dell’escalation militare israeliana nella Striscia di Gaza: tutto in violazione dei più elementari principi del Diritto Internazionale.
Ma, allora., cosa impedisce all’ONU di far cessare l’invasione di uno Stato sovrano o di intervenire in difesa di civili inermi quotidianamente oggetto di estenuanti bombardamenti quotidiani e ridotti alla fame, usata ormai come arma di guerra?
Alla base del mancato intervento diretto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e della conseguente mancata applicazione di misure coercitive o, in extremis, dell’uso della forza a seguito delle gravi e ripetute violazioni del Diritto Internazionale fin qui descritte, c’è l’esercizio del diritto di veto, spettante ai suoi cinque membri permanenti (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e USA); il ripetuto utilizzo che ne hanno fatto Russia e USA, a vantaggio proprio e dei propri storici alleati in Medio Oriente ha, di fatto, paralizzato l’attività dello stesso Consiglio.
Di contro, i numerosi “pacchetti” di sanzioni di ordine politico, finanziario ed economico che l’UE ha comminato alla Russia, soprattutto in tema di embargo commerciale, realizzato soprattutto attraverso il divieto di acquistare petrolio e gas naturale russi e l’esclusione della Russia dai principali circuiti di pagamento, sono stati ripetutamente aggirati sia attraverso l’ampliamento delle relative esportazioni presso i maggiori mercati asiatici che tramite triangolazioni di riesportazione attraverso paesi terzi, riducendone significativamente l’impatto sull’economia di guerra russa.
A tutto questo va aggiunta la considerazione che oggi gli Stati Uniti d’America non svolgono più il ruolo di garante del rispetto del Diritto Internazionale nel mondo, com’era avvenuto fino a pochi anni fa; anzi, al contrario, oggi è l’amministrazione statunitense a violare le regole del Diritto Internazionale in tema di commercio mondiale, con l’apposizione di dazi che perfino la Corte d’Appello Federale statunitense giudica illegittimi.
Allora dovremmo dedurne che il ruolo del Diritto Internazionale sia ormai tramontato? Che dovremmo rassegnarci al fatto che le controversie internazionali, d’ora in avanti, dovranno essere risolte sulla base della forza, militare o economica a seconda dell’oggetto della controversia, dei contendenti?
Significherebbe accettare il ritorno dei tempi oscuri della “legge del più forte”, significherebbe preferire la barbarie alla civiltà: è un’opzione che non può e non deve, a nessun costo, essere presa in considerazione.
Al contrario: oggi, più che mai, il Diritto Internazionale deve essere difeso; esso rappresenta l’ultima speranza, l’ultimo appiglio per quei popoli aggrediti, bombardati, affamati, ricattati; bisogna dar forza a quest’ultimo baluardo di legalità, perché la sua scomparsa determinerebbe lo svanire di ogni loro speranza, lo sprofondare nella disperazione più cupa, da cui non possono che scaturire nuovi ed eterni conflitti.
Le Organizzazioni Internazionali hanno già dimostrato, nel corso dei decenni, di poter svolgere un ruolo fondamentale nell’assicurare il rispetto e l’attuazione del Diritto Internazionale; necessitano però di profonde riforme, che adeguino i loro Statuti alla situazione attuale; ad esempio, come proposto in passato dalla Francia, introducendo un impegno, a carico dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU, a non utilizzare il diritto di veto nelle questioni riguardanti genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Si tratta di riforme difficili da realizzare, poiché comporterebbe la rinuncia a privilegi e posizioni dominanti ormai consolidate.
Ma oggi, più che mai, le opinioni pubbliche sono scollegate dagli organi politici decisori: ce lo dimostrano le numerose manifestazioni di piazza che quotidianamente avvengono in Israele contro le decisioni del governo Netanyahu.
Ce lo dimostra la missione della “Global Sumud Flotilla”, attraverso la quale una popolazione di 800 attivisti, provenienti da 44 paesi, attraverso l’utilizzo di 70 imbarcazioni proveranno a forzare l’embargo navale israeliano e consegnare tonnellate di cibo e farmaci alla popolazione palestinese nella Striscia di Gaza.
Si tratta di un’operazione umanitaria che non ha precedenti: una popolazione eterogenea, composta in gran parte da persone comuni che, noncurante delle ritorsioni minacciate dal ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben – Gvir, ha deciso di difendere con i propri corpi, con le proprie vite, il rispetto del Diritto Internazionale.
L’auspicabile buon esito della missione non potrà certo risolvere la grave emergenza umanitaria che minaccia l’esistenza della popolazione civile della Striscia di Gaza, ma la missione stessa ha, di per sé, un’incommensurabile significato simbolico: è una carezza sui volti degli incolpevoli civili palestinesi, flagellati dalla fame e dai continui bombardamenti; è un messaggio di speranza rivolto alle popolazioni vessate dalle ingiustizie; è una voce che sussurra loro: “Non disperate, non vi lasceremo soli” e, nello stesso tempo, grida ai loro aguzzini: “Guai a voi!”.
È tempo di rompere il silenzio; di pretendere, con tutti i mezzi che la democrazia ci mette a disposizione, che i Governi rispettino il Diritto Internazionale; che tutti i condannati dalla Corte Penale Internazionale vengano arrestati, in qualunque Paese libero mettano piede; che non ci sia connivenza con chi commette crimini contro l’umanità.
Si tratta di una battaglia che vale la pena combattere: la posta in gioco è la nostra stessa umanità.










