Sequestro navi ucraine si riaccende il conflitto in Crimea E l’Italia tenta la mediazione

La questione della Crimea resta più aperta che mai, nonostante i numerosi tentativi di creare un dialogo tra Kiev e Mosca auspicati da Stati Uniti e Unione Europea. Il braccio di ferro tra Ucraina e Russia continua tra alti e bassi senza avere fine e in questi ultimi giorni si è persino intensificato. Nuovo motivo di attrito è stato il sequestro di navi ucraine da parte dei russi e ciò non ha contribuito a migliorare un conflitto che va avanti ormai da quattro anni, dalla crisi in Crimea del 2014.

Il casus belli che riaccende la tensione

Il 25 novembre vengono sequestrate tre navi ucraine nello Stretto di Kerch, che separa la Crimea dalla Russia e rappresenta l’unica via di comunicazione tra il Mar Nero e il Mare di Azov. Mosca ha spiegato il motivo del sequestro considerando l’ingresso di navi ucraine nello stretto come una provocazione e una violazione del territorio russo. Al contrario, Kiev afferma che la Russia abbia imposto un blocco navale in quella zona deliberatamente, cominciando già da primavera con frequenti perquisizioni di navi ucraine ed arrivando negli ultimi giorni a impedirne il passaggio nello Stretto, con gravi danni per l’economia. Un esempio su tutti, il porto ucraino di Mariupol: prima molto vivace, ora è praticamente fermo a causa del blocco navale russo.
Nei giorni scorsi, si è tentato di trovare una soluzione alla crisi sfruttando due incontri internazionali: il G20 tenuto a Buenos Aires, in Argentina, e la riunione Nato in programma a Bruxelles, in Belgio. In nessuna delle due occasioni, però, si è riusciti ad arrivare a un compromesso. Attualmente la palla è passata in mano all’Italia che si ritrova a fare da mediatore tra i due Paesi, essendo il suo turno di presidenza all’Osce (organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa). Il 6 e 7 dicembre si è tenuto a Milano il venticinquesimo Consiglio ministeriale dell’Organizzazione. Il Consiglio è il principale organo decisionale e di governo dell’Osce. L’incontro, che si svolge una volta all’anno, vede riuniti allo stesso tavolo i ministri degli Esteri dei 57 Stati che fanno parte dell’Organizzazione. È curioso, tra l’altro, che proprio l’Italia faccia da mediatore tra Kiev e Mosca. Infatti, in quanto membro dell’Unione europea, essa ha votato per il prolungamento delle sanzioni europee comminate da Bruxelles alla Russia a partire dal marzo 2014, dopo l’annessione da parte di Mosca della Crimea. In seguito, però, in base alle dichiarazioni del vicepremier Salvini, la stessa Italia ha più volte manifestato un atteggiamento aperto al dialogo nei confronti dei russi.
Si è presentata così un’altra occasione per rivedere e valutare la situazione della sicurezza nell’area euro-atlantica ed eurasiatica e il rapporto teso tra Ucraina e Russia ha costituito, chiaramente, il tema principale. Malgrado gli sforzi compiuti a livello diplomatico però, i risultati sono stati piuttosto modesti. Alla luce dei recenti sviluppi nel Mare di Azov, l’Italia si è adoperata per contribuire all’allentamento delle tensioni ed evitare ulteriori rischi di destabilizzazione, ma la situazione resta complicata e incandescente. Indicativo l’atteggiamento del ministro degli Esteri russo Lavrov che ha persino definito la Ue aggressiva e russofoba, accentuando la distanza che ancor di più sta separando Ucraina e Russia.

La crisi del 2014 per la contesa della Crimea

Per avere un quadro più chiaro della situazione è necessario tornare indietro di ben quattro anni, allo scoppio della prima crisi in Crimea. Dalla fine del 2013 fino agli inizi del 2014 in Ucraina le proteste popolari crescenti, a partire dalla rivolta di piazza Maidan, hanno portato alle dimissioni del presidente filorusso Viktor Janukovyč e del governo in carica. In seguito alle dimissioni di Janukovyc, il governo locale della Crimea e la Russia stessa non hanno riconosciuto le nuove autorità di Kiev sostenendo che il cambiamento sarebbe avvenuto in violazione della Costituzione ucraina vigente, mentre la legittimità del nuovo governo viene tutt’ora riconosciuta da gran parte degli stati, dall’Unione europea e dagli Usa. A fronte della nuova situazione politica delineatasi, il governo locale ha dichiarato la propria volontà di separarsi dall’Ucraina chiamando a referendum la popolazione della Crimea: l’esito della consultazione ha visto un’altissima maggioranza dell’opzione indipendentista (con oltre il 97% di consenso sul totale dei votanti), ma la legittimità di tale referendum, tuttavia, è stata respinta dai Paesi dell’Unione europea, dagli Stati Uniti d’America e da altri 71 Paesi membri dell’ONU che l’hanno considerata una violazione del diritto internazionale e della Costituzione dell’Ucraina.
Da questo momento l’alta tensione tra Ucraina e Russia è aumentata sempre più, trascinandosi fino ad oggi. Favorita l’annessione della Crimea, Mosca tende ad appoggiare in modo via via più massiccio anche ribelli separatisti presenti in alcune regioni orientali dell’Ucraina, come il Donbass. Sostenuto da Ue e Usa con pesanti sanzioni alla Russia, il governo di Kiev ha inviato, in risposta a questi atti, contingenti militari nelle aree più turbolente del Paese fino a provocare un conflitto armato vero e proprio. Dopo anni, si ripropone lo spettro della guerra fredda e di una contrapposizione dei blocchi, a meno che non si giunga a una mediazione che permetta una de escalation graduale.

Perché Putin cerca di riattizzare il fuoco in Ucraina

Dal 2014 Putin ha trasformato l’Ucraina nel luogo in cui fermare l’avanzata dell’Occidente nell’ex mondo sovietico, sapendo bene che nonostante le proteste di Unione europea, Onu e Stati Uniti nessuno se la sentirebbe di risolvere il conflitto con le armi. Di fatto persino Trump inizialmente non si è voluto sbilanciare, limitandosi a definire quella russa una “provocazione”, tramite la sua ambasciatrice all’Onu. Il presidente russo è consapevole del fatto che un intervento Nato favorirebbe un’espansione del potere occidentale, considerato poi che alcuni Paesi aderenti alla Nato stessa, come Romania e Bulgaria, affacciano direttamente sul Mar Nero e potrebbero fornire un valido appoggio per operazioni militari. Insomma, sarebbe un rischio enorme lasciar perdere la questione poiché ciò implicherebbe una rinuncia ad una zona indispensabile per gli interessi economici e commerciali della Russia.
Ulteriore motivo di scontro si registra, inoltre, leggendo le dichiarazioni di Putin e del nuovo presidente ucraino Poroshenko. Secondo Putin, il governo di Poroshenko sarebbe il vero responsabile dell’escalation di azioni che hanno portato al sequestro delle navi. Le nuove autorità ucraine rappresentano agli occhi della Russia un “partito della guerra”, interessato a focalizzare l’attenzione sulla politica estera per distoglierla dai gravi problemi interni, politici ed economici, che affliggono l’Ucraina. La replica del presidente Poroshenko non si è fatta attendere, confermando che le azioni russe non siano altro che una provocazione per causare una nuova crisi, nella convinzione che nessuno intralcerebbe i piani d’espansione di Mosca.

Le probabili conseguenze di una mancata de escalation

L’episodio del sequestro di navi accaduto pochi giorni fa rischia di rimettere tutto in discussione, con prospettive poco allegre nell’imminente futuro. Il braccio di ferro tra Kiev e Mosca si è riacutizzato e il pericolo di un nuovo conflitto, più drammatico del precedente, si fa sempre più concreto. I motivi sono molteplici, a partire da quelli economici e geopolitici per il controllo di un punto strategico e riguardanti una logica delle superpotenze mai superata, ma che potrebbe provocare dei danni dalle conseguenze incalcolabili. Un eventuale ingresso dell’America e dell’Ue nel conflitto al fianco dell’Ucraina potrebbe anche causare l’inizio di una guerra dal carattere mondiale. L’intenzione di inviare una nave militare statunitense verso il Mar Nero è un chiaro segnale, in risposta alle azioni di Mosca e un motivo in più per tentare la strada della diplomazia prima che la situazione precipiti irrimediabilmente. Chissà che proprio l’Italia non mostri un segno di autorevolezza e serietà ora che presiede l’Osce, contribuendo a prospettare una soluzione di lungo periodo per la crisi in atto e guadagnando addirittura un aumento considerevole di fiducia e prestigio nello scacchiere europeo e internazionale.

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