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Il 26 aprile hanno riaperto al pubblico i teatri d’Italia. Dopo oltre un anno, che per i lavoratori dello spettacolo è parso durare secoli, interrotto solo da un breve periodo autunnale di riaperture, si è ripreso a fare spettacoli dal vivo. Eppure hanno riaperto solo in pochi, perlopiù i teatri stabili, che in qualche modo avevano lavorato anche durante le chiusure, con le prove. A maggio la stagione teatrale è agli sgoccioli ed è troppo complicato riaprire magari solo per un paio di spettacoli, per dover chiudere, di nuovo, ma come di consueto, a giugno. Per questo molti si preparano già solo per settembre, augurandosi che il virus non riservi ulteriori brutte sorprese. SI ALZINO I SIPARI! I TEATRI RIAPRONO AL PUBBLICO Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Ma cosa è successo in questi lunghi mesi di stop totale?

In un Paese in cui l’arte non è considerata un mestiere è stato difficile per i lavoratori dello spettacolo far valere i propri diritti ed essere ascoltati dalle istituzioni. Laddove per il cinema è stato un momento indubbiamente difficile, ma non di fermo totale, il teatro ha affrontato ostacoli ben più grandi, e anche la ripresa sembra essere una strada in salita.

Il pienone post quarantena è un teatro pieno a metà, con tutto ciò che questo comporta per i lavoratori a livello economico: guadagni che a stento coprono i costi anche con i teatri davvero pieni e che, per le piccole compagnie, magari quelle composte dai giovani da poco usciti dalle accademie di arte drammatica, rappresentano un’ulteriore difficoltà, nonché un grande disincentivo.

La voglia di tornare sul palco, così come in platea, è accompagnata 

quindi da un clima di generale disillusione e di paura che, da un giorno all’altro, si chiuda di nuovo tutto e ancora una volta il governo si dimentichi l’importanza che le arti performative hanno per il nostro Paese e per il suo rapporto con l’estero.

Le accademie di arti drammatiche

Ma se i lavoratori dello spettacolo dal vivo navigano in acque cattive, certo non stanno meglio le accademie di recitazione, di cui nessuno dei decreti usciti ha fatto esplicita menzione.

Le rare accademie con il riconoscimento di università pubbliche si sono ovviamente omologate alle direttive rivolte agli atenei, seppur con enorme difficoltà, viste le non poche differenze in merito ai metodi di apprendimento.

Le numerosissime e spesso altrettanto pregiate scuole ed accademie private, quelle che magari da tempo agognano inutilmente a ricevere il meritato riconoscimento istituzionale, che pure non sono una realtà tanto piccola da poter essere ignorata, si sono trovate totalmente abbandonate. Il lavoro è continuato online, in presenza quando era concesso, a volte nei parchi, sempre divisi in gruppi di 4 o 5 allievi, ben minori rispetto alle classi intere, ma procedendo sempre a rilento e con la pesantezza di chi si sente totalmente abbandonato da chi, dai piani alti, dovrebbe se non altro dare precise direttive sul da farsi.

L’appello di Pierfrancesco Favino

E mentre i teatri e cinema riaprivano, in Italia ci si apprestava già a festeggiare i vincitori del David di Donatello, alla cui cerimonia di premiazione un commosso Pierfrancesco Favino, sottolineando l’importanza che l’arte ha e deve avere nella vita di ognuno, rivolgeva alle istituzioni l’appello “ a portare lo studio e l’insegnamento di cinema e teatro nelle scuola, non di pomeriggio, ma nelle ore di lezione”.

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