Steward ai tempi del coronavirus: “Se inizieranno a licenziare, potrebbero cominciare dagli ultimi assunti”

Il Coronavirus sta avendo impatti devastanti nel mondo del lavoro, tanto in terra, quanto in cielo. Lo dimostrano le numerose misure adottate a sostegno di tutti i settori dai governi nazionali e dalle istituzioni dell’Unione Europea. Il rischio più grande è quello che si arrivi a un tasso di disoccupazione senza precedenti. I più giovani, spesso impiegati da poco o in occupazioni precarie, saranno tra quelli che pagheranno lo scotto più alto. Tanti di essi, in fuga all’estero, risentiranno delle restrizioni imposte dal Covid-19 alla libera circolazione e alla globalizzazione. Così come il comparto delle compagnie aeree, che dall’abolizione dei confini trae fonti di guadagno.

Uno scenario drammatico a livello mondiale

L’Organizzazione Mondiale del Lavoro (OIL) ha tracciato uno scenario drammatico sugli effetti che l’epidemia di coronavirus avrà sul lavoro a livello mondiale. La stima prevede una riduzione del numero di ore lavorate nel mondo del 6,7 % nel secondo trimestre del 2020. Le enormi perdite supereranno addirittura gli impatti della crisi finanziaria del 2008-2009. Ovviamente a pesare saranno gli sviluppi delle riprese e delle misure adottate.

C’è però il pericolo che i dati di fine anno rilevino una disoccupazione a livello globale nettamente superiore rispetto alla proiezione iniziale dell’OIL, cioè 25 milioni di disoccupati in più nel mondo. Ryder, Direttore Generale dell’OIL ha detto “quello attuale è il più grande test per la cooperazione multilaterale in oltre 75 anni. Se un Paese fallisce, allora falliamo tutti”. Proprio in tema di collegamenti internazionali, uno tra i settori più in crisi è quello dell’aviazione mondiale. Secondo Iata (l’associazione mondiale del trasporto aereo) le compagnie di tutto il mondo quest’anno avranno 252 miliardi di dollari di ricavi in meno rispetto a quanto già previsto. Se da una parte Lufthansa a Ryanair e Klm prospettano piani di ripresa a partire da giugno e luglio, dall’altra si tratta di riprese parziali seguite spesso ad annunci di esuberi.

Abbiamo chiesto a Marco, steward di 28 anni italiano di base in Regno Unito. Da poco assunto in una compagnia aerea, spera di non essere coinvolto negli annunciati licenziamenti di massa.

Il coronavirus, come ha cambiato il tuo lavoro?

Da persona che lavorava e viveva all’estero, mi sono ritrovato a casa, senza sapere se tornare a lavorare, e in quarantena. Questa situazione di incertezza economica pesa molto, soprattutto finché non avrò notizie sulle modalità di ripresa del settore.

Prima di essere un lavoratore in stand-by, sei un italiano che vive in Regno Unito. Ti sei sentito tutelato dal nostro Paese soprattutto in termini di assistenza nella fase del rientro?

Nonostante fosse tutto bloccato, l’Italia ha continuato a garantire voli da Londra per chi voleva rientrare. Inizialmente ce n’era uno al giorno, poi ne hanno aggiunto qualcuno in più. Il costo dei biglietti era un po’ alto, bisognava prenotare con qualche giorno di anticipo. Un rientro in patria però non ha prezzo!

Hai lavorato fino a marzo, quando l’epidemia si era già diffusa e in Italia era iniziato il lock-down. Come hai vissuto la notizia? Sul posto di lavoro ti sei sentito tutelato? Quando ti è stato comunicato il blocco dei voli e in che termini?

In Inghilterra la vita è continuata a scorrere abbastanza normalmente, nonostante quanto succedesse in Italia. Era un po’ difficile rendersi conto di quanto succedeva. A poco a poco gli Stati hanno cominciato a chiudere i confini, così a fine marzo la compagnia ha deciso di azzerare tutte le tratte. Mi hanno comunicato che i voli erano tutti a terra, almeno momentaneamente, senza specificare per quanto. Ovviamente allora era tutto molto incerto.

Credi che il rischio di licenziamenti di massa dato il blocco aereo sia reale e che ti riguarderà in prima persona?

Spero di no, però l’eventualità c’è. Non è molto che lavoro nella compagnia, sono uno degli ultimi entrati. Se inizieranno a licenziare, e non so ancora bene quali siano i criteri, potrebbero anche cominciare proprio dagli ultimi assunti. Tutto dipende da come procederà e ripartirà il settore.

Quale sarà secondo te il futuro del trasporto aereo e della tua categoria nell’era del post-covid?

Sicuramente prima o poi tornerà tutto alla normalità, ma per adesso verranno prese delle misure. In più la gente avrà paura di viaggiare, perciò la ripresa sarà lenta. A livello economico, le compagnie più piccole risentiranno molto più di quelle grandi che hanno un budget di riserva ampio. Non sono sicuro che il numero di passeggeri consentito verrà effettivamente ridotto.

Nonostante i piani di rilancio annunciati dalla stragrande maggioranza delle compagnie, i lavoratori del settore aereo saranno i più colpiti. La pandemia ha innalzato barriere. La circolazione faticherà a tornare priva di restrizioni materiali e psicologiche. Le compagnie low cost, soprattutto, dovranno rivedere le loro strategie, invertendo la logica del “prezzi bassi, aerei pieni”. Gli assistenti e il personale di volo finiranno allora per rimanere a terra. Chissà se a decollare sarà una crisi, o un Boeing.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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