Il modello perfetto di Roma

«Roma è la capitale del mondo! In questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma. Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza.»

Così scrive Johann Wolfgang von Goethe  nel suo Viaggio in Italia, un diario di viaggio dove lo scrittore e poeta tedesco ci restituisce, non solo uno sterile elenco di posti visitati, ma anche  emozioni e  sensazioni personali del suo primo incontro con Roma, avvenuto nel lontano 1 Novembre 1786. 

In effetti, Roma incarna l’intera storia del mondo, il cardine e il crocevia di ogni attività politica, economica e culturale.   

“Va’ e annuncia ai Romani che la volontà degli dèi celesti è che la mia Roma diventi la capitale del mondo“. Questa un’espressione dello storico romano Tito Livio in Ab Urbe condita , codici attraverso i quali lo storico narra la storia di Roma a partire dalla sua fondazione.  
L’espressione preannunciava, in qualche modo, la massima estensione raggiunta dall’Impero e della Roma caput mundi, il centro e capitale del mondo, così com’era conosciuto.
L’idea di Roma, come centro del mondo noto, riflette un’immagine fatta di straordinarietà, singolarità eccezionale ed unica. La manifestazione di una Capitale d’arte, di bellezza e di cultura. Un riflesso che, tuttavia, molto spesso tralascia, forse volutamente, il lato oscuro della città Eterna. Una linea sottolissima che si articola nelle linee di confine di alcune borgate sorte poco dopo il consolidamento del Regime fascista.
Verso l’esterno della città, al confine tra lo spazio urbano consolidato e lo spazio periferico, nei dintorni della stazione metropolitana Santa Maria del Soccorso, incotriamo il quartiere Tiburtino III.   

La storia della borgata

Il quartiere nasce come borgata nel 1935, anno in cui iniziarono i lavori di costruzione dei primi lotti abitativi. Le assegnazioni delle case iniziarono l’anno successivo e furono destinate principalmente alle famiglie che fino a quel momento avevano vissuto in baracche situate nei pressi di Porta Metronia. Altri lotti vennero assegnati a nuclei famigliari provenienti da strutture d’accoglienza provvisorie e dormitori.

Veduta aerea di Tiburtino III

Solo agli inizi degli anni Settanta, i vecchi lotti abitativi realizzati con materiale scadente vennero abbattuti e sostituiti con palazzi in cemento armato.
L’edilizia residenziale era costituita da case a ballatoio. I lotti, tutti uguali e raggruppati e con altezza massima di due piani, come manifestazione della Roma fascista.
“Potrebbe un bambino di IV elementare disegnare la pianta di ciascuna di queste borgate: ogni fabbricato un rettangolo diviso in due o tre quadrati: ogni quadrato è un vano e spesso ogni vano è un’abitazione.” (G. Caproni, 1946.)

Questo spazio periferico presentava alcuni elementi caratteristici che svelano le principali differenze con le partizioni delle zone urbanistiche.
L’assenza di uno spazio comune, come una piazza di quartiere, l’assenza di stazioni metropolitane ad eccezione di quella di Santa Maria del Soccorso, la presenza di una sola scuola elementare, oltre che a manifestare la trascuratezza per questo tipo di borgate, rispondevano a precise logiche di controllo e vigilanza del Regime, come testimonia anche la vicinanza al Forte. Ciò prefigurava la costituzione di borgate rurali sotto la vigilanza di milizie volontarie.

Edificio a ballatoio del lotto VI, visto da via del Badile

Il Colonialismo interno e uno sviluppo diseguale

Questo quartiere periferico, un “non luogo” quasi invisibile e impercettibile rispetto al centro della Capitale, dove non mancò lo sviluppo urbano e sociale, rimanda ad una sorta di colonialismo interno, ad uno sviluppo “diseguale”. A Tiburtino III, il legame quasi simbiotico tra soggetti sociali e territorio, è una testimonianza storica, una traccia della memoria.
Una traccia, forse la più significativa, del controllo coloniale all’interno della borgata, la si ritrova lungo via del Badile. Qui venne uccisa Caterina Martinelli  ad opera dei fascisti, il 2 maggio del 1944, madre di sei figli affamati che, consapevole dei rischi, manifestò insieme agli altri contro lo stato di indigenza e povertà in cui versava il quartiere.
I gruppi sociali di Tiburtino Terzo, tutti provenienti dalla stessa condizione di assoluta povertà, hanno dato vita ad una profonda e perfetta sintonia tra elemento sociale e ambiente circostante.
Tiburtino III era abitato da “sfollati”; esiliati dalla bellezza della città eterna, per essere poi confinati in quel brandello periferico dove lo sviluppo urbano si era fermato.
Al visitatore, come Goethe nel XVIII secolo, Roma appariva come un teatro perfetto, modello di forza e disciplina.

Il progetto della Roma postunitaria

La Roma postunitaria, sottoposta ad un’intensa pressione demografica, aveva da sempre nascosto nelle pieghe del suo territorio, al fondo delle sue curve di livello, un sistema di residenze precarie, di baracche. Le baracche di Porta Metronia costituivano l’esempio più noto. (Vittorio Vidotto, Roma Contemporanea.
Gli sventramenti nel centro storico posero fine a queste problematiche e favorirono la nascita delle borgate. La costituzione delle borgate fasciste, come quella di Tiburtino III, rappresentava, quindi, una sorta di “pulizia sociale”  che allontanava dal centro le problematiche economiche e sociali. La “deportazione” favorì, per Roma, uno spettacolo quasi perfetto, un riflesso anacronistico – com’era nelle intenzioni di Mussolini – della città ideale, in continuità con la Roma imperiale, che rispondeva alla logica fascista fatta di propaganda simbolica.

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