Occorre immaginare. Direttore Claudio Palazzi

Non esistono altri imperativi più impellenti, né è possibile attivarsi per l’edificazione di una società migliore se, partendo dall’avvilente dato di fatto che la contemporaneità propone, non si prova a prolungare il proprio presente verso altre ipotetiche direzioni.

La città è lo spazio agitato e multiforme che meglio esemplifica il caos del genere umano: nella selva artificiale di smog e recinzioni, il grigiore delle umide serate di fine autunno si mescola ai fari abbaglianti delle automobili, resi tremuli dalle gocce di pioggia che non risparmiano superficie alcuna.

Ed è proprio da quei fasci luminosi così incerti e claudicanti che si innesca il cortocircuito che annebbia ancor più la già livida atmosfera urbana; la luce smorzata dei lampioni non è ancora stata sovrastata dall’ipertrofico luccichio delle luminarie natalizie: nonostante il primo weekend d’Avvento sia già trascorso, esse faticano a dominare la scena, soffocata dall’invadenza consumistica del Black Friday.

I lumi artificiali, nell’accrescere la confusione e il senso di spaesamento tipico delle ore notturne sempre più fredde e bagnate, sfilacciano i contorni del visibile e, finalmente, la psiche è pronta a raggiungere un’altra dimensione, con uno sforzo anche minimo.

Occorre immaginare, si diceva.

Perché è soltanto fantasticando davvero che la mente ha l’opportunità di andare altrove e di dare vita ai propri sogni.

Non è facile fuggire dalle reali contingenze e, al contempo, adoperarsi per esse al fine di migliorarle, ma ci sono alcune forze silenziose ed inesauribili in grado di destare la parte più propositiva e limpida dello spirito, e l’arte è proprio una di quelle.

Rendere omaggio all’arte è l’equivalente dell’onorare la fantasia, il desiderio di raccontare qualcosa che non deve essere necessariamente chiaro per gli occhi o oggetto di constatazioni inconfutabili; l’arte è movimento, viaggio ininterrotto verso luoghi ed epoche molto distanti tra loro, fino a rappresentare universi inesistenti che, all’improvviso, trasformano in materia tangibile la loro più profonda ed evanescente essenza.

In occasione dell’evento “Tra pennelli e forchette”, avverrà proprio questo informale ma prezioso rito encomiastico: esaltare il fare artistico, che esplode e racconta con tecniche differenti, dando vita ad opere poliedriche, ognuna testimone di una narrazione e di un processo semantico specifici.

Locandina dell’evento “Tra pennelli e forchette”
Credits: Alessia Citti

“Tra pennelli e forchette” è una collettiva d’arte che mira all’incontro di menti e palati, in quanto essa avrà luogo, venerdì 3 dicembre, presso il ristorante Mimesi in Piazza di S. Pantaleo 4, a pochi passi da Piazza Navona; quest’ultima, con il suo abbraccio ellittico, già racchiude in sé il sogno, tramutato in realtà, di una monumentalità barocca mozzafiato ma mai eccessiva, costantemente ammantata di levità, grazie alla sua sempiterna bellezza.

A partire dalle ore 19, la mostra sarà inaugurata con un caloroso vernissage, per poi protrarsi per tutto il mese, permettendo la visione delle opere esposte, dislocate su tre livelli, durante gli orari di apertura del locale, anche per un estemporaneo aperitivo.

Gli artisti partecipanti sono i seguenti: Giovanni Boccia, Marta Dzialowska, Paolo Pozzetti, Augusto Sciarra, Lucia Lula Serra, Loredana Sala, Federica Virgili e Luigi Rosa.

Quest’ultimo si configura anche quale brillante curatore e promotore artistico dell’evento, realizzato in collaborazione con la scrittrice ed organizzatrice Alessia Citti, vicina al pregiato mondo della cultura e della divulgazione umanistica.

Inoltre, la serata sarà arricchita dall’intervento del critico d’arte Roberto Litta, che fornirà una frizzante e piacevole panoramica sul contesto evocato dai lavori presentati, favorendo lo spontaneo instaurarsi di rimandi storici e connessioni immaginifiche.

La sua disquisizione sarà soltanto un punto di partenza per un percorso gnoseologico individuale, che chiunque deciderà di prendere parte al vernissage, e non solo, potrà cominciare, alla ricerca di quel locus amoenus extrasensoriale che l’immaginazione consente di vivere pienamente.

E quel rifugio personalissimo, che sembra solitario e tanto avulso dal reale, in verità genera una correlazione con l’ambiente esterno.

Magicamente, quest’ultimo abbandona il suo palese e scontato profilo bidimensionale, acquisendo nuove sfaccettature: l’ausilio psicologico, derivante dal contatto stesso con l’arte figurativa, astratta e con qualsivoglia forma di sublime estrinsecazione spirituale, propone con sincerità più di una prospettiva d’evasione ai giorni asfittici di cui talvolta è disseminata l’esistenza, espandendone i confini.

Ma non si tratta di una via di fuga, per quanto l’esigenza di scappare sia sempre vivida nelle anime più inquiete e refrattarie alle crudeli incomprensioni contemporanee: la priorità è pervenire ad un dialogo, capace di restaurare la società con il potere della speranza e delle scelte autentiche che ognuno, forte delle proprie consapevolezze, può e deve mettere in pratica.

La collettiva “Tra pennelli e forchette”, seguendo il tema dell’interiorità e delle sue più intime aspirazioni, si presenta come una sorta di rievocazione del celebre locale Le chat noir e di un preciso contesto spaziotemporale che, in parte, lo ingloba: l’Europa vive il suo momento di quiete prima della tempesta con la belle epoque, Parigi è una fucina instancabile di nuove idee e correnti artistiche.

Risulta tutt’altro che complicato figurarsi le menti più febbrili del tempo, mentre si riuniscono in questi luoghi a discutere, produrre, confrontarsi: Guillaume Apollinaire, con la stilografica in mano, assorto nei suoi versi, strizza l’occhio al Futurismo; Monet, Renoir e tutti gli altri colleghi impressionisti  meditano su come fronteggiare i timidi ma inarrestabili primi passi della nascente fotografia.

Come in questo particolare periodo compreso tra fine Ottocento ed inizio Novecento, la serata evento del prossimo 3 dicembre si pone l’obiettivo di trasmettere, mediante l’arte, ottimismo e desiderio di agire, in nome della beltà e del bene universali.

Le luci prodotte dall’uomo e dal suo progresso tecnologico non sono più né abbacinanti né pallide; esse si assottigliano, retrocedono, per lasciare il posto ai richiami visivi della natura e del cuore.

Nel romanzo, ai confini della dignità umana, Istanbul Istanbul di Burhan Sönmez, il Dottore afferma: “Un uomo è fatto del respiro che fa in un sospiro. […] Pensi che la città, che si espande con le mura all’orizzonte, le torri e le cupole, sia un nuovo cielo”.

Divenuto sospiro, il respiro ha assunto una connotazione di senso, gli è stato attribuito un ricordo, un’aspettativa, un’emozione.

L’individuo ha l’opportunità di fermarsi anche solo per un istante, nel quale cogliere nuovi stimoli ed entusiasmi, e la città mostra un volto diverso, pacato e non più ostile, consolatorio e pronto ad infondere energia creatrice.

Abbandonare la brevissima deviazione turca e ritornare a Roma è un attimo: la notte si fa accogliente, alla flebile ombra della Chiesa di Sant’Agnese; alzando gli occhi al cielo, con l’umanità finalmente in silenzio, le stelle tornano a rilucere di un florido e vibrante splendore… ispirando arte, parole, azioni.

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