La tutela dei diritti umani, nella forma che ha assunto a partire dal secondo dopoguerra, ha presentato e soprattutto oggi presenta delle difficoltà nella sua applicazione che non sono sempre chiare ad un osservatore. Gli Stati dell’Europa occidentale, dagli anni 50 ad oggi, hanno cercato di spingere verso interpretazioni sempre più ampie il tema della tutela dei diritti, a partire dalle Costituzioni create dopo la guerra, con riferimenti chiari a temi come la dignità umana (art. 1 della Costituzione tedesca) e l’uguaglianza (art. 3 Costituzione italiana). La CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo) e l’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) sono due esempi dei tentativi europei di generalizzare la propria concezione di tutela dei diritti umani.
Quando si parla di tutela, ci si trova in uno scontro tra desiderio morale e necessità politica, tra un desiderio generalizzato di proteggere la vita umana in ogni sua forma e vincoli formali, strutturali (o in alcuni casi vera e propria mancanza di volontà) di cui gli Stati soffrono. Questo scontro è perfettamente chiaro nell’ultimo di tanti capitoli di sofferenza e violazione dei diritti umani che giornalmente avvengono a Gaza. L’opinione pubblica e soprattutto i giovani, a partire dal 7 ottobre 2023, hanno richiesto a gran voce che lo Stato prendesse apertamente posizione per condannare le atrocità commesse nella Striscia, trovandosi di fronte un silenzio assordante, che lascia solo una domanda: perché? Perché gli Stati europei, presunti protettori e esportatori del modello democratico, non hanno fatto niente perché questa tragedia non finisse quanto prima?
Il problema è tutto qui, gli strumenti a disposizione sono pochi e anche quando ci sono, spesso, gli Stati non li usano perché la tutela dei diritti cala in secondo piano rispetto agli interessi strategici ed economici dello Stato. Il diritto internazionale parla chiaro, uno Stato sovrano non può intervenire militarmente sul territorio di un altro Stato sovrano, se non nel caso limite delle operazioni militari sanzionate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Resta fondamentalmente in capo all’ONU la decisione se intervenire o meno, autorizzando l’invio di forze di peace-keeping in luoghi in cui la tutela dei diritti umani è a rischio o è a conti fatti annullata.
Questo ci fa intendere uno dei motivi principali della difficoltà nel passaggio tra dichiarazione e azione, quando si parla di tutela dei diritti: l’inefficacia delle organizzazioni internazionali e, soprattutto, dell’ONU. Le Nazioni Unite sono nate proprio con l’idea di porre gli Stati e le persone sotto un’autorità centrale, e, in tal modo, tutelarli; tuttavia, la struttura dell’ONU fa sì che questa tutela sia quasi del tutto formale e mai effettiva, in quanto richiede l’input decisionale del Consiglio di sicurezza. La Carta delle Nazioni Unite, agli artt. 40-42 prevede alcuni tipi di misure (misure provvisorie, misure non implicanti l’uso della forza e misure implicanti l’uso della forza) che il Consiglio può prendere in casi in cui i diritti umani siano a rischio in casi come guerre di aggressione, o guerre civili. Queste tre circostanze sono le uniche previste dal diritto internazionale in cui sia considerato legittimo per Stati non aggrediti (nel cui caso è prevista la legittima difesa) intervenire sul territorio di altri Stati.
Questo sistema, nei casi della Guerra in Ucraina e dell’invasione di Gaza, ha dimostrato in modo lampante tutta la sua fragilità e inefficienza, poiché, per autorizzare interventi previsti dagli artt. 40-42, è necessaria una maggioranza dei 9 membri del Consiglio, tra cui tutti e 5 i membri permanenti (USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito), rendendo di fatto inutile ogni iniziativa dell’ONU se questa riguarda uno dei membri permanenti (la Russia che invade l’Ucraina) o un alleato di un membro permanente (Stati Uniti e Israele). Dal 24 febbraio 2022 ad oggi, l’Assemblea generale dell’ONU ha portato avanti molteplici mozioni di condanna delle azioni russe sul suolo ucraino, passate con grandi maggioranze che però non hanno avuto alcun effetto per l’inaccettabile impotenza dell’ONU rispetto al proprio organo principale. Per quanto riguarda la questione palestinese l’impotenza dell’Assemblea generale risulta ancora più evidente: dal 1948 ad oggi sono decine e decine le mozioni mosse contro lo Stato d’Israele da parte dell’Assemblea, senza mai ottenere un risultato tangibile.
Il Consiglio d’Europa e la CEDU rappresentano l’interpretazione europea delle iniziative poste in essere a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (10 dicembre 1948): il Consiglio, sorto nel maggio del 1949 rappresenta il primo tentativo degli Stati europei di risolvere le controversie con strumenti diversi da quello bellico, causa della distruzione subita dall’intero continente nel corso delle due Guerre mondiali. La Corte europea dei Diritti dell’uomo ha il compito di assicurare e garantire la tutela dei diritti umani tra gli Stati contraenti, con una funzione di arbitraggio tra questi. Nell’analisi delle azioni (o inazioni) di Stati e organizzazioni internazionali per quanto riguarda la Guerra in Ucraina e quella in Palestina, è evidente come la CEDU non estenda il proprio raggio d’azione verso nessuno dei paesi coinvolti, con un’eccezione: la Russia. Membro dal febbraio 1996, l’ingresso della Russia nel Consiglio d’Europa, sull’onda dell’entusiasmo post guerra fredda era stato visto come un cambiamento epocale, simbolo di tempi più tranquilli rispetto a quelli antecedenti alla caduta del muro di Berlino; così non fu, purtroppo. Il 16 marzo 2022, dopo l’invasione dello Stato ucraino e la sospensione della Russia dai diritti di rappresentanza in seno al Consiglio d’Europa, il Comitato dei Ministri ne ha decretato l’espulsione.
Se le organizzazioni internazionali sono inefficaci, allora forse la soluzione per una tutela più tangibile si può ritrovare nelle Ong. Ma, anche in questo caso, neanche le Ong sono capaci di interventi sostanziali come molti vorrebbero, vista la loro natura non governativa. Qual è allora la natura dei loro interventi? Se si parla di tutela di diritti umani, i nomi delle Ong più coinvolte sono noti: Amnesty International, Human Rights Watch, International Federation for Human Rights, Human Rights First e Interights. Queste organizzazioni operano in diversi modi, a seconda della durata prevista dell’intervento, dell’area interessata e a seconda degli obiettivi. Il primo tipo di intervento è di tipo diretto, comune soprattutto per le ong che lavorano in campi economico-sociali: questo avviene attraverso forme di assistenza umanitaria, protezione, assistenza legale. Tuttavia, nelle zone più in difficoltà dal punto di vista di violazioni dei diritti umani, non sempre le ong sono in grado di agire direttamente in modo efficace, preferendo invece adottare strategie di lungo periodo. Queste sono prevalentemente di due tipi: campagne (manifestazioni e lobbying) e raccolta accurata di dati. Le prime cercano di sollecitare cambiamenti da parte della classe politica e dei decisori, le seconde a dare un quadro chiaro della situazione, creando così consapevolezza dentro l’opinione pubblica. L’azione delle Ong è importante, serve a combattere l’apatia generalizzata che spesso nasce di fronte a situazioni drammatiche come quella di Gaza, causata dall’impotenza sentita da molti.
In conclusione, l’Italia e l’Europa cosa possono fare? Ci troviamo in una congiuntura molto complessa, stanno cambiando i paradigmi che hanno segnato le relazioni internazionali in Occidente dagli anni 50 ad oggi, ed è fondamentale che l’Europa (e l’Italia dentro di essa) trovi la sua voce, una voce che sia in grado di opporsi chiaramente alla prepotenza di potenze che si pongono in contrapposizione con noi, ma anche a quella di chi, anche se in teoria nostro alleato, vorrebbe imporci la sua volontà. Se è vero che l’Europa ha finanziato e sta tuttora finanziando massicciamente lo sforzo militare ucraino, la risposta non è solo nell’invio di armi; per quanto riguarda le operazioni di Israele a Gaza, l’Europa non ha mai condannato unilateralmente i crimini commessi nella Striscia, per paura di “offendere” il principale alleato dello Stato d’Israele: gli Stati Uniti.
Le organizzazioni internazionali, le Convenzioni e le Ong sono strumenti per coordinare la volontà di pace degli Stati: se questa volontà non c’è, a che cosa servono? Se l’Europa vuole davvero difendere i propri ideali democratici e quindi la tutela dei diritti umani, deve trovare la sua strada e farlo senza paura di offendere nessuno, sennò tutte le nostre belle intenzioni rimarranno sempre e solo parole al vento.










