ULTRÀ, le sottoculture giovanili negli stadi

LE ORIGINI: NASCITA DEL FENOMENO IN INGHILTERRA

Media4tech di Claudio Palazzi
COME TUTTO È INIZIATO: IL FOOTBALL

Il calcio, come sport organizzato su una propria associazione, nasce nella seconda metà del 1800 in Inghilterra, con l’unione nel 1863 di 11 club di Londra che nel corso di pochissimi anni daranno il via all’istituzione di una associazione nazionale denominata “Football League”(1888). A fondarla saranno Accrington Stanley FC, Aston Villa, Blackburn, Bolton, Burnely, Derby County, Everton, Notts County, Preston North End, Stoke City, West Bromwich Albion, Wolverhampton.

Il grandissimo e repentino interesse che inizia a circolare intorno a quello che diventa ben presto spettacolo più che semplice competizione è dimostrato da volumi di partecipazione popolare sempre più alti (basti pensare che il record europeo di spettatori ad un singolo incontro spetta a Scozia – Inghilterra del 1937 con 149415 persone), nelle quali vanno ricercate le origini del fenomeno che ci apprestiamo ad analizzare, ossia la sottocultura “ultrà”.

Per sottocultura intendiamo un insieme di atteggiamenti e comportamenti legati alla gestione del tempo libero che, attraverso l’assunzione di canoni comuni, sviluppano o accentuano il senso di appartenenza di un gruppo, identificabili nella combinazione di abbigliamento, musica, gergo, mezzi di trasporto, taglio di capelli, etc. Si tratta quindi di un fenomeno ben più profondo e radicato nella società di una banale tendenza o moda, che possono tutt’ al più essere caratteristiche “accessorie” di una sottocultura.

I PRIMORDI: LA VIOLENZA COME ELEMENTO DISTINTIVO FIN DALLA NASCITA

Sarebbe un errore circoscrivere il fenomeno della violenza negli stadi ad un periodo di tempo eccessivamente stretto e a noi prossimo, come invece si sente spesso risuonare nei mass media al grido di “ridateci il calcio di una volta”. Fin dagli anni ’80 del 1800, le cronache inglesi sono piene di episodi di violenza legati al mondo del calcio: agguati agli arbitri, risse tra tifoserie rivali, invasioni di campo. Elementi che accompagnano un sempre più forte legame tra lo spettacolo calcistico e la “working class” dell’epoca, investita profondamente dai mutamenti socio-tecnologici dell’epoca, tra cui ovviamente la seconda rivoluzione industriale.

In questo contesto, il calcio si afferma in pochissimi anni come il passatempo preferito dalla quasi generalità della classe operaia che vi si approccia in maniera “totalizzante”: è grazie alla passione della “working class” che nascono molte squadre (alcune ancora oggi esistenti come lo Sheffield United, nato dall’ unione degli operai del settore dell’acciaio) e si crea quel legame strettissimo tra comunità, territorio e squadra.

Con i primi anni del 1900 si entra nel vivo delle prime ondate di “moral panic” causate dagli eventi che circondano il campo da gioco, alimentate da una stampa ancora particolarmente vicina all’establishment britannico e avversa all’emergente classe operaia, ormai sempre più in grado di prendere coscienza di se stessa. Le masse proletarie sono indicate come rozze, incivili, non in grado di istruire i propri figli che inevitabilmente sono destinati ad un futuro da teppisti.

Se da un lato si inizia a parlare di “pazzia da football”, è altrettanto vero che in un contesto così embrionale dell’evoluzione degli interessi delle classi meno agiate i rappresentanti dell’establishment fanno ancora fatica ad identificare un unico “nemico” contro cui poter sfogare le proprie paure cercando di pilotare l’opinione pubblica. Oltre al tifoso di calcio, sempre a cavallo tra fine ‘800 e inizio ‘900, i quotidiani iniziano a creare un forte senso di allarme e timor-panico attorno ad un’altra figura sportiva: il ciclista. Ad esempio il “Times” del 15 Ottobre 1898 si scaglia contro il linguaggio scurrile degli appassionati delle due ruote.  Ciò nella convinzione che anche questo mondo, essendo legato alla classe operaia, dovesse essere stigmatizzato per evitare problematiche sociali, che partendo dalla violenza, sarebbero potute sbocciare in una maggiore presa di coscienza delle classi subalterne.

LE PRIME FORME DI STRUTTURAZIONE DEL FENOMENO

ULTRÀ, le sottoculture giovanili negli stadiIl fenomeno però si evolve, e nessuna velleità allarmistica può impedirlo. Da eventi isolati nascono i primi legami; i primi gruppetti spontanei mutano, si organizzano e assumono le vere e proprie caratteristiche di una sottocultura: pantaloni aderenti, cinturoni con pesanti fibbie in ferro, scarponi da lavoro con punte rinforzate in metallo, piacere nel seguire la propria squadra del cuore negli unici giorni di riposo da un lavoro sfinente, piacere di sfogare le proprie angosce generazionali attraverso la violenza: nasce il Victorian Boy, la prima “lost generation” legata al mondo del calcio.

Nel periodo dal 1914 al 1950 circa, e cioè a cavallo delle due guerre mondiali, l’attenzione mediatica nei confronti di queste problematiche si sgonfia. Non tanto per la reale diminuzione di casi di violenza, quanto piuttosto per il relativo grado di interesse che l’opinione pubblica manifesta rispetto invece agli accadimenti bellici e post-bellici. Stesso disinteresse si riscontra sul versante politico: né il partito laburista né le “Trade Unions” sembrano veramente intenzionate ad analizzare ed attirare a sé una fetta di popolazione che in realtà dovrebbe essere la base sociale di tali associazioni, ma che viene invece avvertita come troppo problematica e ingovernabile.

GLI STILI DELLA GIOVENTÙ BRITANNICA

Con l’avvento degli anni ’50 l’euforia della vittoria nella seconda guerra mondiale inizia a svanire e il problema riemerge prepotentemente, ma sotto una veste mutata. Se la base comportamentale violenta rimane tale (e sarà una costante in tutta la nostra analisi) a farne la sua bandiera sono nuove e variegate sottoculture: “Teddy Boys”, giovani appartenenti alla “rough working class” dai gusti americaneggianti e tendenti all’eccentricità; “Mods”, il cui stile nel vestirsi è invece molto più sobrio e convenzionale, ma non per questo utile a frenare la vena violenta. Questa viene anzi alimentata dall’arroganza giovanile propria di chi, consapevole di dover duramente lavorare per spendere ciò che guadagna in capi che possano dimostrare invece l’estraneità al mondo della sofferenza, si sente, avendo le mani sporche e la faccia pulita, padrone del mondo.

In entrambi i casi la prima mossa della stampa “mainstream” sarà quella di individuare in ceppi di origine “non britannica” le motivazioni di questa ondata di violenza negli stadi, talvolta nelle minoranze irlandesi, talvolta in quelle indo-pakistane. Proprio quest’ultima comunità sarà invece la più presa di mira dall’evoluzione della sottocultura “mod”, ossia quella degli “hard mods” che evolverà nella più nota sottocultura “skinhead”. Atteggiamenti di disprezzo verso ogni forma di borghesia, profondo legame con la comunità operaia e il territorio, esaltazione per lo scontro fisico e irrazionale passione per il calcio. Lo skinhead si organizza in bande di strada, generalmente di coetanei, che presto si trasferiscono nelle curve degli stadi portando con sé i propri valori.

Il gioco “holding the street” diventa “holding the end”, ossia conquista la curva (avversaria): il territorio da difendere non è più il quartiere ma la gradinata, la curva, che rappresentano la città tutta e, nelle manifestazioni internazionali, finanche il paese intero.
Con lo skinhead nasce il movimento “hooligan”( da “Hooley’s Gang”, una banda di ragazzi londinesi di origine irlandese di fine 1800 con cui i tabloid erano soliti fare il paragone)  come lo conosciamo: alleanze tra gruppi che rivendicano le curve come proprio territorio, cacciando con ogni mezzo sia tifosi avversari che anziani della stessa squadra, pronti ad utilizzare le proprie armi (come, ancora una volta, lo scarpone rinforzato “doc marten’s”) contro chiunque minacciasse quel territorio, polizia compresa, facendo proprio lo “stile maschile violento” tipico della cultura di vita dello strato operaio da cui provengono.

GLI SKINHEAD E LA POLITICA NELLE CURVE

Con l’avvento degli anni’80 la sottocultura skinhead incontra la politica, scindendosi in tre parti: quella neutrale, quella di estrema sinistra e quella di estrema destra. Sarà quest’ultima a ricevere l’interesse degli organi di partito del proprio schieramento, i quali vedranno nelle masse di tifosi violenti e appassionati (sempre più numerose) ciò che fino a quel momento nessuno si era azzardato a vedere: un bacino di voti consistente e, nelle situazioni più radicali, anche braccia (e menti) pronte a sporcarsi per motivazioni ideologiche, fino alla rivoluzione. L’infatuazione dura però poco: se innegabilmente atteggiamenti razzisti e xenofobi propri della destra radicale rimangono (ancora oggi) come segni distintivi in molti ambienti di curva, è altrettanto vero che rimane indomabile quell’aspetto delle sottoculture legate al mondo degli stadi: l’ultras rimane lontano da ogni logica gerarchica che non sia quella del proprio gruppo, da ogni catena di comando, da ogni inquadramento politico che richieda un minimo di disciplina e inclinazione al servilismo.

Presto anche lo stile skinhead lascia spazio ad una nuova sottocultura, quella casual: lo richiede una nuova stretta delle misure adottate dalle autorità per reprimere gli episodi di violenza negli stadi. Ora i gruppi sono meno numerosi, sono privi di ogni riferimento alla squadra del cuore, vestiti in maniera del tutto normale, si muovono a piedi o con i mezzi pubblici per evitare i controlli. Se però il modello thatcheriano della “condanna esemplare” (mai accompagnata da una reale analisi sociale per capire le cause di tali fenomeni che continuano ad essere semplicemente repressi e non combattuti) sembra funzionare in patria, è allora all’estero, nelle competizioni internazionali, che i tifosi inglesi possono sfogare le loro energie in contesti del tutto impreparati.

Negli anni ’90 possiamo poi assistere ad uno dei mutamenti più interessanti dell’intero mondo sotto culturale ultrà: se il modello comportamentale, che fin dalla fine del 1800 era stato definito proprio ed esclusivo della classe operaia più becera ed incontrollabile, rimane invariato, ciò che spicca è lo spostamento “verso l’alto” della base sociale: sempre più ragazzi delle classi agiate sono attratti dal mondo ultrà, andando così a rompere la dicotomia secolare “classe operaia-violenza”.

IL CASO ITALIANO: DIFFERENTI FIN DAL PRINCIPIO

Il calcio in Italia, come in Inghilterra, muove i suoi primi passi grazie al marcato interesse delle classi superiori, economicamente agiate e pertanto con una quantità di tempo libero da dedicare all’attività fisica (o ad assistere alla stessa) molto vasto. A differenza dell’isola britannica però, le condizioni socioeconomiche delle classi subalterne (analfabetismo diffuso, forte ritardo industriale, mancanza del riconoscimento di diritti fondamentali come il riposo settimanale) faranno sì che la principale attività di svago rimanga, per queste, l’osteria. Se alla fine dell’800 ormai il “football” è diventato espressione della working class inglese, in Italia dominano ancora i ceti abbienti, sia come praticanti che come pubblico.

Con i primi anni del ‘900 però anche le masse proletarie si avvicinano al calcio (nel 1907 il riposo festivo diventa obbligatorio per tutti i lavoratori) e conseguentemente assistiamo ai primi fenomeni di violenza legata prevalentemente a ciò che succede in campo (agguati ad arbitro e giocatori avversari) ma anche per semplice rivalità: nel 1914 le tifoserie di Livorno e Pisa si prendono a sassate.

Gli anni ‘20 contribuiscono a far crescere la passione degli italiani per il calcio. Subentra una nuova figura, quella del “mecenate”, ricco proprietario locale intenzionato a guidare (se non addirittura fondare) una squadra di calcio legandola indissolubilmente al suo nome. Anche questo è uno dei fattori che contribuisce a saldare il legame tra squadre e territorio e, di conseguenza, tifosi: l’evento calcistico diventa sempre più uno strumento di auto identificazione e appartenenza. Solo dagli anni 30 (con la Juventus campione per 5 anni di fila) si assisterà alla nascita del fenomeno delle “tifoserie nazionali”, slegate cioè dalla rappresentanza di uno specifico ente locale.

L’ESPLOSIONE DELLA PASSIONE CALCISTICA NELLA PENISOLA

Con l’avvento del regime fascista, da un lato assistiamo ad una sempre maggiore attenzione verso l’evento calcistico (Mussolini stesso prenderà parte a molte partite della nazionale durante i mondiali del 1934); dall’altro ad una netta diminuzione dei casi di violenza riportati dalle autorità. In realtà le intemperanze non mancheranno (come dimostrano le carte dell’Archivio di Stato di Milano, che già nel 1930 ci mostrano come esista la categoria di “partite a rischio”), ma nello spirito totalitario proprio del fascismo non era possibile divulgare notizie di violenze di sorta, meno che mai legate ad uno spettacolo.

Nel secondo dopoguerra il calcio è dunque diventato fenomeno di massa, con un pubblico ormai largamente proveniente dalle classi operaie e piccolo-borghesi. Il tifo non è più semplice manifestazione di interesse per l’evento sportivo, ma vera propria dimostrazione di un legame presente tra identità locale e squadra, la quale diventa uno strumento per dare voce ad un insieme di valori che culminano nell’esaltazione della virilità, per cui le dinamiche di gioco (dinamicità, rapidità, contatto, scontro) rappresentano una componente necessaria ma non sufficiente a spiegarne la diffusione. È in questi anni che, anche in Italia, la stampa inizia a puntare i propri fari verso il fenomeno della violenza negli stadi. Anche in questo caso i giudizi sono rapidi e sommari, riducendo gli scontri ad episodi di “isteria di massa”, come ha sapientemente rintracciato ed analizzato Alberto Roversi in “Calcio e violenza in Italia”.

LE CONTROCULTURE GIOVANILI E GLI AMBIENTI DI CURVA

Gli anni ‘60 saranno esplosivi dal punto di vista della nascita delle controculture giovanili (culminate negli eventi del ’68) prevalentemente dirette alla contestazione delle autorità e delle istituzioni tramite strumenti di controcultura. Basti pensare ai collettivi ed alle manifestazioni, in grado di garantire la formazione di una identità di gruppo e trasmettere il senso di socialità e comunità di cui si avvertiva fortemente la mancanza. È questo il primo di una serie di elementi che contribuiranno a definire l’identità ultrà italiana. Terminata l’effervescenza del periodo del ’68, rimarranno, nella società, delle strutture rigide incentrate sulla visione del mondo “amico-nemico”, che si concretizza in una pseudo militarizzazione delle pratiche sociali.

A fomentare ulteriormente questo quadro divisivo arriverà prepotentemente la cultura consumistica veicolata soprattutto dai mass media. Il consumo infatti viene inteso come unica via all’eliminazione delle differenze di classe: più si consuma, più si possiede, più ci si avvicina al benessere tanto agognato da quelle classi subalterne che fino a pochi anni prima facevano la fame. Ben lontana dalla verità, questa cultura contribuisce anzi ad evidenziare ancora di più, specialmente a livello di sottoculture giovanili, delle differenze già esistenti: nascono così i “tipi bene”, i “fighetti”, gli “underground”, gli “alternativi”, i “Lumpen”(sottoproletariato).

Specialmente nelle organizzazioni giovanili di sinistra si fa strada l’idea che quanto era stato sottratto dalla classe elitaria e borghese andasse recuperato con la forza, a partire dai territori.

Con l’arrivo degli anni ’70 questi sentimenti vengono traslati dal contesto politico a quello sociale, dando vita al movimento ultrà: modelli parapolitici di coesione del gruppo, imitazione degli atteggiamenti hooligan inglesi, autonomia dalla tutela paterna sono i principali elementi che contribuiscono a definire i nuovi gruppi giovanili che si diffondono nelle curve italiane. La base sociale è però più vasta del semplice sottoproletariato(la cui presenza è sicuramente importante). La decadenza del miraggio consumista lascia in uno stato di totale disillusione e marginalità molte fasce sociali: i fighetti, i tipi bene, gli underground vedono nell’attenzione che i mass media riservano agli episodi di violenza calcistica la possibilità di mettersi in mostra e dimostrare la propria esistenza, negata dalle prospettive di un futuro sempre più incerto.

LE PECULIARITÀ DEGLI ULTRÀ ITALIANI

Una volta formati i gruppi, fortemente interclassisti, accomunati da un sentimento di rabbia repressa nei confronti della società, il movimento inizia a distinguersi dall’originale inglese adottando comportamenti tipici delle strutture parapolitiche. Una capacità organizzativa superiore, che non riguarda il semplice evento domenicale (che rappresenterà sempre lo scopo finale) ma occupa la quotidianità della vita dei membri, con incontri regolari, raccolte fondi, attività collaterali; inizia a diffondersi il merchandising legato ai singoli gruppi, con il ricavato destinato a finanziare le attività del gruppo.

La curva viene vista come un territorio da difendere a tutti i costi, un luogo dove applicare quelle libertà che permettono a tali sottoculture di essere sé stesse. Al tentativo utopico degli anni ’60 di modificare l’intera società si sostituisce quello molto più concreto di trasformare uno spazio ristretto come la curva, eleggendola a simbolo della propria identità. La settorializzazione degli stadi spiega appieno questo ragionamento: se nella società quotidiana “comandano” i valori e gli atteggiamenti propri della classe alto-borghese (che storicamente siede nelle tribune, i posti migliori per assistere alla partita), allo stadio comandano la logica e gli atteggiamenti della curva, unico settore in grado di farsi motore trascinante del gioco con i propri incitamenti coordinati e la propria organizzazione coreografica.

È proprio la capacità organizzativa, mutuata dall’ambiente politico e parapolitico, a distinguere il movimento ultrà italiano da quello degli hooligan inglesi, più legati a “vivere” il momento della partita e a sfogare di conseguenza i propri umori. Anche nelle relazioni tra tifoserie vigono delle regole quantomeno “pre politiche”, nello specifico le due regole del beduino: la prima consiste nel principio “io contro mio fratello, io e mio fratello contro mio cugino, la mia famiglia contro la famiglia vicina, il mio villaggio contro gli altri villaggi, il mio paese contro il mondo”. La seconda afferma invece che “l’amico del nemico è mio nemico, il nemico del nemico è mio amico” e così via.

Tali regole, applicate in un contesto dove le rivalità campanilistiche sopravvivono da secoli anche a mutamenti storico-sociali, rendono l’Italia della seconda metà del ‘900 il teatro ideale per assistere al fenomeno ultrà.

Non va però commesso l’errore di trasformare le curve in veri e propri centri di reclutamento per associazioni politiche extra parlamentari: se infatti è vero che l’ambiente ultrà utilizzerà moltissimo le forme comunicative ed i simboli propri di questi ambienti, è altrettanto vero che lo farà svuotandoli del loro significato originale e caricandoli invece di un valore fortemente simbolico, rituale, come strumento contribuente a rafforzare l’identità del gruppo senza necessariamente legarlo ad un contesto di lotta politica.

LA CURVA: UNICO LUOGO DI AGGREGAZIONE LONTANO DALLE IPOCRISIE DEL CONSUMISMO

Si arriva così agli anni ’80, quando due fenomeni sociali concorrono a mutare ulteriormente il mondo del tifo organizzato: la sostanziale disillusione e avversione nei confronti della lotta politica organizzata, ormai segnata dai violenti “anni di piombo”, ed un nuovo apparente stato di benessere collettivo. Nasce l’iconica figura del “Paninaro”, giovane proveniente dalle classi subalterne che cerca di nascondere le sue origini attraverso un abbigliamento ricercato e spese smodate (è possibile identificarlo con i “casual” inglesi).

Ovviamente questo modello entrerà presto a far parte del mondo delle curve italiane, e le conseguenze saranno particolarmente importanti. Si assiste infatti alla rottura dell’unità strutturale delle stesse in molti micro-gruppi autonomi gli uni dagli altri, ognuno con il proprio striscione o emblema identificativo, ognuno tendente a crearsi un proprio sistema di valori di riferimento, andando ad ampliare ancora di più i confini d’azione delle due regole del beduino; gli scontri interni alla curva diventano infatti più frequenti, causati dalla nascita di gemellaggi e rivalità con le altre tifoserie, gestiti come dei veri e propri rapporti diplomatici, non più legati all’intera curva ma ai singoli gruppi.

TENTATIVI DI PENETRAZIONE POLITICA NELLE CURVE

Gli anni ’90 italiani segneranno un tentativo più marcato dell’estrema destra extra parlamentare di penetrare nelle curve, con risultati non univoci. Innanzi tutto le cause di questo nuovo tentativo sono da ricercarsi in una nuova ondata di malessere e disagio diffuso specialmente nelle fasce giovanili meno abbienti ma non solo. Una comunicazione di massa ormai collusa con la cultura del consumo; la totale perdita di fiducia nell’azione politica e solidaristica come strumento in grado di intervenire e modificare la realtà sociale; le prospettive di disoccupazione; l’incontro con il nuovo fenomeno dell’immigrazione (che caratterizzerà il paese per i successivi decenni fino ad oggi) che tende ad accentuare la visione “amico-nemico” ponendo l’immigrato come “invasore” di un territorio già di per sé a forte rischio; sono segnali di una società malata di cui gli ultrà spesso rappresentano la reazione più emotiva.

D’altra parte sono questi stessi elementi che permettono di affermare con (quasi) assoluta certezza che gli episodi di intolleranza verso il diverso non sono ricollegabili ad un pensiero collettivo razzista (da cui sicuramente rimodulano e prendono in prestito linguaggio e simboli), quanto piuttosto ad una questione sociale mai affrontata e per questo irrisolta. È per questo che le organizzazioni politiche, quelle esistenti a prescindere dal mondo calcistico, prendono di mira l’ambiente delle curve, considerato terreno fertile per coltivare ancora di più la cultura del “maschio bianco adulto arrabbiato”.

Anche in Italia però, questi tentativi sono spesso vani: se i sentimenti di rabbia e violenza possono essere condivisi da molti settori dell’ambiente ultrà, come in Inghilterra anche il tifo italiano mal si presta ad essere inquadrato in una militanza costante e disciplinata; il più delle volte inoltre si deve prendere atto di come questi stessi ideali siano comandati dall’azione “ludica” (lo sfottò nei confronti dell’avversario di turno) e movimentistica degli ultrà più che dalla sfera ideologica e politica.

Possiamo anzi affermare che ad essersi compiuto sia il processo contrario: se negli anni ’70 i primi movimenti ultrà rimodulavano i loro slogan e in generale i loro contenuti dal mondo politico, dagli anni ’90 e primi 2000 è stata la politica a rielaborare e fare propri gli slogan e i contenuti del mondo ultrà (basti pensare al partito “Forza Italia”; al costante riferimento alla situazione politica e geopolitica come ad una partita di calcio; alle manifestazioni ormai inscindibili da una massiccia presenza di bandiere e cori “rubati” agli stadi.. non è comunque questa la sede per discutere della bontà di tale passaggio).

RIFLESSIONI CONCLUSIVE

In conclusione possiamo evidenziare come il mondo ultrà sia sempre una spia in grado di segnalare problematiche sociali destinate a segnare la nostra civiltà, una sorta di sentinella delle criticità che coinvolgono il vivere associato di cui il movimento intende essere una forma embrionale eppure fortemente strutturata e identificabile.
Usando le parole del sociologo Ralf Dahrendorf infatti “la globalizzazione trasforma gli uomini in animali da combattimento, con una competizione all’eccesso, […] portando alla nascita di una classe media anonima priva di radici, con un impatto socialmente devastante”.

Elementi chiaramente rintracciabili nel percorso che abbiamo delineato, che richiedono risposte sociali frutto di ragionamenti e compromessi e che difficilmente (per usare un eufemismo) possono essere contrastati con gli strumenti attuati dal potere costituito fino a questo momento.

Sia il pugno duro usato dalla “lady di ferro” Margaret Thatcher, che da un lato ha sicuramente ridotto le violenze negli stadi ma dall’altro non ha assolutamente pensato a come eliminarne le cause ed anzi ha contribuito a criminalizzare un’intera generazione di tifosi senza colpe azzerando la spettacolarità del tifo inglese; oppure le misure liberticide italiane come la “tessera del tifoso”, da più parti ritenuta incostituzionale avendo come condizione quella di una “pre – schedatura” di tutti i tifosi del tutto contraria alla natura garantista dello stato italiano; sono ueste misure spendibili nei confronti dell’opinione pubblica, ma mai in grado di garantire successi a lungo termine.

Nonostante insomma la repressione dura e pura sia ancora oggi celebrata come l’unica arma non solo dagli organi di stampa (gli stessi in grado di esaltare una curva per una coreografia ben riuscita) ma anche dalle alte autorità del calcio italiano (il presidente del CONI Malagò che chiedeva di rifarsi al modello Thatcher) , è evidente come non solo non sia sufficiente ma del tutto inefficace e inadeguata ad un problema ben più grande delle dimensioni di una curva.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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