Copertina del libro
Copertina del libro

Grande protagonista in questi giorni è lo scrittore portoghese Josè Saramago, in Italia per promuovere il suo ultimo libro, Il Quaderno, edizione Bollati Boringhieri. Milano, Torino, Alba e infine Roma, queste le tappe che hanno segnato il suo intenso tour. A Roma la presentazione si è tenuta il 14 ottobre, in un gremito Teatro Quirino, dove la folla ha accolto lo scrittore con grande entusiasmo.

Ateo e smaccatamente anticlericale, comunista militante durante e dopo la dittatura salazarista in Portogallo, Saramago è uno scrittore prolifico, la cui importanza è stata riconosciuta nel 1998 con il conferimento del Nobel per la letteratura, che ha fatto molto parlare di sé, per le sue idee radicali -o semplicemente scomode- sulla Chiesa cattolica, sugli ebrei, sull’America per citarne solo alcune. La sua ultima opera raccoglie gli interventi che nell’ultimo anno l’autore ha pubblicato su un blog, da egli stesso definito una finestra sull’attualità: vari i temi dunque, e trasversali dalla penisola iberica, all’Italia, all’Europa fino agli Stati Uniti. Un quaderno denso di opinioni, o meglio di giudizi coraggiosi e taglienti, di critiche sagaci e impietose, dotate di una forza espressiva inedita e quanto mai pungente, tra le quali scorgiamo una predilezione per nulla celata nell’orientare lo sguardo al nostro paese (“Non è colpa mia se è in Italia che esiste un Berlusconi!”).

Media4tech di Claudio Palazzi

Molto è stato detto di lui, del romanziere Saramago, del poeta, del drammaturgo, dell’intellettuale, del giornalista, dell’ateo, e i giudizi si dividono nettamente tra detrattori e fedelissimi affascinati dal carisma di quest’uomo dalla parola sferzante. Tuttavia, quello che più colpisce oggi, alla luce del suo “tour italiano” è il personaggio Saramago, in cui convivono due figure, quella che emerge dai suoi scritti, solida e robusta, e quella che si presenta sulla scena del Teatro Quirino, ovvero quella di un vecchietto magro ed emaciato dalla malattia, dalla postura malferma, apparentemente lontanissima dalla personalità vulcanica che ci si può figurare leggendo i suoi libri.

86 anni, in pochi giorni ha girato l’Italia, prodigandosi in interviste (rilasciate a Flores d’Arcais su MicroMega, a Serena Dandini in tv) ed incontri, come quello con Rita Levi Montalcini di cui si è detto entusiasta, e che è stato il fil rouge del suo discorso al Teatro Quirino (“Da grande voglio essere come R. Levi Montalcini” recita il titolo di un passo del Quaderno). Secondo Saramago in Italia si parlano due lingue, quella di Rita Levi Montalcini e quella di Silvio Berlusconi, e domanda al pubblico: “Chi volete, R. Levi Montalcini con le sue parole, o Berlusconi con i pensieri che non ha?” Amare risate accompagnano l’applauso spontaneo.

Molti sono i passi del Quaderno che hanno come bersaglio il primo ministro italiano, ed infatti ricordiamo la polemica innescata dal rifiuto da parte della consueta casa editrice di Saramago, la Einaudi (che, ricordiamo, appartiene al gruppo Mondadori e quindi è di proprietà della famiglia Berlusconi) di pubblicare questo libro, generando quanto meno una certa pubblicitàgratuita e d’élite– al nostro personaggio; Saramago tuttavia evita la questione al Quirino, salvo riprenderla nel salotto della Dandini, liquidandola senza esitare a dire che “Peggio che la censura c’è solo l’auto-censura“, dato che i vertici aziendali della Einaudi si sarebbero nascosti dietro un’eccessiva, ipocrita prudenza.

José Saramago condanna l‘indifferenza dell’opinione pubblica attuale (facendoci tornare in mente Antonio Gramsci), parla del fascismo e delle sue nuove forme (“Non arriverà con le camicie nere, ma con quelle di Armani“), del potere del voto in democrazia, di Napolitano, di Obama, di Ratzinger (“…poco più di un dettaglio”, dichiarerà a Flores d’Arcais), di Roberto Saviano (rammaricato di non averlo incontrato e “che sia il benvenuto a Lisbona o a Lanzarote, se decide di emigrare”); non risparmia critiche a nessuno, ma quello che colpisce è la sottile ironia che pervade ogni argomento, che gli permette di gestire con scaltrezza e adeguato distacco qualsiasi tema, anche quello necrofilo tirato in ballo da un’inopportuna professoressa (sedicente collega dello scrittore), che accenna alla grave malattia vissuta da Saramago qualche anno fa, affermando che lo scrittore avrebbe finto di morire per poi tornare a questo mondo. Probabilmente la docente desiderava fare un complimento alla vitalità di quest’uomo, fatto sta che la platea -in un primo momento perplessa, si abbandona ad una fragorosa risata quando incontra lo sguardo interrogativo e allo stesso tempo canzonatorio dello scrittore. “Esistono due forme di morire: la morte, e la morte vera e propria” dirà in seguito, “e io credo di aver sperimentato solo la prima” chiudendo la questione con impeccabile maestria.

Insomma, la forza di José Saramago è la parola, come veicolo di espressione del pensiero, anche del più semplice purché sia strumento di dibattito, di scambio. Ed è forse in questa chiave che occorrerebbe interpretare le sue innumerevoli provocazioni, solo lanciando una scintilla si correrà il rischio di far nascere un’idea, di far esplodere un pensiero sopito nella serialità della società massificata contemporanea.

Pensamiento zero” lo definisce Pilar del Rio, la spagnola vivacissima signora Saramago intervenuta in chiusura, e si riferisce al pericolo da scongiurare incentivando lo scambio costruttivo di idee ed opionioni.

Il personaggio si alza in piedi, “Obrigado, obrigado” ringrazia commosso e saluta; probabilmente sarà l’ultima uscita pubblica dato che le sue condizioni di salute sembra siano realmente critiche. Al lettore rimane l’eco della sua voce tremula, immagine stridente con quella ieratica di gigante, di mostro sacro della letteratura quale è il Saramago che scaturisce dalle pagine dei suoi libri. Ci stupisce, ancora una volta ci sorprende, e si riconferma un personaggio controverso, che divide ma allo stesso tempo riunisce, interpretando dunque il multiforme sentire contemporaneo.

Del resto, per citare un altro mostro sacro della letteratura, Oscar Wilde, grande comunicatore, “C’è solo una cosa peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé“. Saramago, almeno per ora, non corre questo rischio.

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