Il concetto di città è storicamente uno dei principali e più stimolanti argomenti di dibattito: da sempre siamo implicitamente portati a contrapporla all’idea di “campagna”, ed è così che oggi la città ed in particolare una metropoli come Roma risulta spesso associata nel nostro immaginario all’idea di un “unicum”, con un tessuto sociale ed economico il più delle volte omogeneo dove, almeno sulla carta, i suoi abitanti dispongono delle medesime possibilità e dei medesimi servizi. Un’unica Roma due mondi diversi: le differenze fra centro e periferia Direttore Claudio Palazzi
Accade però, soprattutto negli ultimi 30 anni, che le differenze sociali ed economiche all’interno della città si amplino, fino a diventare la base su cui la stessa città si fonda e si ri-progetta: mai come oggi, all’interno della Capitale, troviamo un’evidente “spaccatura” tra il centro e la periferia, quasi come fossero due facce opposte di un’unica medaglia.

Dai trasporti fino all’urbanistica, dalla cura del verde alla manutenzione stradale, passando per il caro affitti al prezzo di vendita degli immobili, senza dimenticarci ovviamente dei servizi, Roma dimostra come spesso all’interno di un’unica città coesistano “mondi” apparentemente slegati se non addirittura indipendenti fra loro.

Cosa si intende con “centro” e “periferia”

Quando pensiamo a Roma, la nozione di “centro” e quella di “periferia” si rivelano spesso come due concetti piuttosto relativi, che vanno modificandosi ed alterandosi con il passare del tempo, tanto che delle minime precisazioni sono senza dubbio dovute per evitare di cadere in possibili fraintendimenti.

Essendo un territorio particolarmente esteso, continuamente soggetto all’ espansione edilizia, il territorio di Roma Capitale risulta suddiviso sulla base di tre tipologie: amministrativa, urbanistica, storica o toponomastica.

Per quanto riguarda la suddivisione amministrativa, nel 2013 l’Assemblea Capitolina ha attuato il “riordino” dei municipi: il loro numero è quindi sceso da diciannove a quindici, in virtù dell’accorpamento dei municipi I-XVII, II-III, VI-VII e IX-X.

La suddivisione urbanistica invece risale al lontano 1977, e consiste nelle 155 zone urbanistiche in cui sono ripartiti gli stessi municipi.

Per ciò che riguarda la suddivisione storica o toponomastica, questa si fonda sulla differenziazione tra rioni, quartieri, suburbi e zone dell’Agro romano.

Fatta questa precisazione, genericamente quando parliamo di “centro” intendiamo più propriamente il municipio I, in cui si snodano i 22 rioni della Capitale.

Il primo municipio è infatti quello su cui si innesta il centro storico: il territorio comprende quindi la parte centrale della città, tutti i rioni fino alle mura aureliane e gianicolensi, insieme ai i quartieri compresi tra il Foro Italico e la Città del Vaticano (Trionfale, Della Vittoria), oltre che una piccola porzione del quartiere Ostiense.

A partire dal municipio II invece, costituito nella sua attuale consistenza nel 2013, possiamo più propriamente parlare di periferia: fatta eccezione per alcune zone reputate, nella coscienza collettiva, semi-centrali (ad esempio il quartiere Flaminio ed il quartiere Parioli), il “distacco” rispetto al centro città risulta sempre più evidente.    Non dobbiamo infatti cadere nell’errore di considerare la periferia come un concetto unitario: le condizioni variano profondamente man mano che ci si allontana dalle mura, ed esistono importanti differenze anche sulla base del “quadrante” preso in considerazione ma non solo; da considerare sono anche le zone intorno o fuori al Grande Raccordo Anulare, ormai considerate integrate alla città stessa.

Il centro e le sue contraddizioni

Quando pensiamo ai luoghi più identificativi di Roma, il centro storico è probabilmente il primo a cui facciamo implicitamente riferimento: non solo monumenti storici e musei, ma anche vie, scorci, architetture e più in generale attrazioni che da sempre caratterizzano l’immaginario e la percezione mondiale di Roma.

Eppure, paradossalmente, il centro storico della Capitale risulta a tutti gli effetti uno dei luoghi più contraddittori dell’intera città, al pari di numerose periferie: se in passato per molti era il luogo in cui si concentrava la “vera romanità”, oggi il municipio I risulta afflitto da una crisi identitaria non indifferente.

In primo luogo, dobbiamo considerare il brusco calo demografico: se tra il 2006 ed il 2016 l’intera popolazione di Roma è aumentata dell’1,8%, quella del municipio I registra il -4,6 %.

Secondo le ultime stime ufficiali poi, il fenomeno sembra non arrestarsi anzi, addirittura incrementare: se nel 2016 i residenti del primo municipio iscritti all’anagrafe risultavano essere 185.435, gli stessi al 31.12.19 risultano 167.330; più che una tendenza casuale, il dato sembra sempre più assumere le sembianze di una costante ormai ben delineata.

Sebbene a primo impatto ciò possa sembrare un fenomeno piuttosto isolato, in realtà gli effetti si ripercuotono fortemente anche sul tessuto economico e sociale dello stesso municipio: il settore dell’artigianato e del commercio al dettaglio risultano sempre più in crisi anno dopo anno, mentre proliferano attività terziarie quali uffici, ristorazione e servizi di alloggio come ad esempio BnB, ovviamente con prezzi e modalità pensate e rivolte maggiormente ai “city-user”, ovvero i turisti, piuttosto che ai residenti ed abitanti dei diversi quartieri.

Nonostante il grande e progressivo calo demografico però, è proprio nel centro della Capitale che troviamo la più elevata percentuale di suolo consumato, una maggiore concentrazione della “cultura”, nonché una migliore “mobilità”: i musei del centro storico sono i primi per numero di visitatori, le biblioteche dal canto loro primeggiano per titoli posseduti, movimenti effettuati e numero d’iscritti; per quanto riguarda il trasporto pubblico locale invece, il centro storico primeggia sia per densità di fermate per km2 nonché per numero di abitanti.

Piuttosto scontato a questo punto, risulta l’elevato valore di vendita degli immobili insieme al caro affitti, ovviamente tra i più alti della città ma anche d’Italia: non a caso, se andiamo a guardare gli ultimi dati statistici in riferimento al reddito insieme a quelli relativi al disagio sociale, questi confermano e rafforzano il quadro delle disuguaglianze di salute, istruzione, occupazione e opportunità esistenti tra centro e periferie.

Oggi come mai prima d’ora la zona centrale della città sembra pensata e progettata in modo “esclusivo” per l’elitè cittadina e straniera, configurandosi per certi versi come una barriera a cielo aperto e penalizzando così quel senso d’identificazione generale tanto caro agli stessi romani; la domanda, a questo punto, sorge piuttosto spontanea: cosa rappresenta oggi il centro storico? Possiamo ancora considerarlo il “cuore pulsante” della Capitale?

Le periferie: micro-città nella città

Se le zone più centrali della capitale sono state caratterizzate negli ultimi anni da un generale calo demografico, il fenomeno opposto è avvenuto nelle periferie e nei vari comuni dell’hinterland: purtroppo però spesso all’incremento demografico non troviamo corrisposta un’adeguata copertura in termini di servizi e mobilità locale, così da far emergere disuguaglianze e polarizzazioni in varie direzioni anche fra le periferie stesse; condizioni sociali ed economiche, sviluppo edilizio fino al consenso politico ed elettorale.                                                                                                                                                                                                                                  Pretendere di definire univocamente la periferia romana è sicuramente un’utopia, ma il filo conduttore in ogni caso risulta essere sempre lo stesso: più ci allontaniamo dalle zone centrali, più la cura del territorio si fa meno intensa, l’urbanistica meno efficace, aumenta il disagio sociale e diminuiscono le opportunità lavorative, ovviamente con le dovute eccezioni.                                                                                                  Il contrasto tra centro e periferia è sicuramente forte ed evidente, facilmente percepibile anche dagli occhi meno allenati: dalla Roma dei vicoli, dei palazzi e delle architetture storiche realizzate tra il XV ed il XVIII sec. si passa in pochi Km alla Roma dei “serpentoni”, delle case popolari, delle torri, delle strade dissestate, delle piazze di spaccio, del degrado e dell’abusivismo edilizio più in generale.
                                                                                                                            Ciò che probabilmente dovrebbe colpirci di più, è il fatto che questo contrasto non sia recente, anzi, lo dobbiamo proprio considerare implicito allo sviluppo della stessa città: la storica divisione tra centro e periferia è infatti il risultato della stratificazione di successive ondate di urbanizzazione, a cui non è corrisposta però un’omogenea e strategica regolazione.                                                                                         

Soprattutto negli anni ’50 e ’60, alle periferie capitoline costruite negli anni ‘30 dal governo fascista a seguito degli sventramenti nel centro urbano, si aggiungono le aree abusive auto-costruite dalla manodopera edile, perlopiù proveniente dal Mezzogiorno del paese, impiegata nello sviluppo urbano promosso dal ciclo espansivo economico di quegli anni.                                                                                      Le aree periferiche più esterne a partire da allora hanno continuato a espandersi con la conseguente diffusione di borgate e il successivo aumento sia numerico che di densità delle aree periferiche: è qui che si fondano le radici della disuguaglianza socio-urbana.                                                                                                                                                                                                                        Girovagando nella periferia romana, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a vere e proprie micro-città, dove non mancano di certo paradossi che potremmo definire strutturali: abbonda il commercio al dettaglio, così come la presenza di attività commerciali dedite ai beni di prima necessità; le aree verdi sono sicuramente più estese di quelle presenti nelle aree centrali della Capitale, ma spesso risultano poco curate se non addirittura abbandonate a se stesse.

Proliferano scuole ed istituti, mancano biblioteche e spazi di condivisione; il trasporto pubblico locale è nella maggior parte dei casi incredibilmente carente, se non addirittura assente: il mezzo privato si configura infatti a tutti gli effetti come una discriminante non indifferente per gli abitanti della periferia in relazione alla mobilità inter-cittadina, all’opposto di ciò che accade nelle zone centrali.

Il disagio sociale aumenta progressivamente negli anni di pari passo con le differenze reddituali; le amministrazioni, ad ogni nuovo mandato e a ogni nuova elezione, proclamano di volta in volta il loro impegno per la riqualificazione, il recupero o la rigenerazione delle periferie romane, ma nonostante tali proclami la situazione pare non cambiare minimamente: le politiche appaiono insufficienti, inadeguate o addirittura inesistenti (una notevole contraddizione, dato che ormai la maggior parte della popolazione romana risiede proprio nelle periferie).

Il risultato è quello di una popolazione residente che va sempre più stratificandosi ed identificandosi con il quartiere in cui vive, piuttosto che con l’intera città: viene in qualche modo meno il senso di unità, tanto che oggi giorno abitare in una zona piuttosto che in un’altra è spesso sinonimo di una determinata condizione sociale, piuttosto che di una scelta personale. Anche in questo caso, contraddizioni ed interrogativi non tendono sicuramente a mancare: è ancora possibile parlare di un’unica Roma?

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