INpressMAGAZINE Claudio Palazzi
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Essere genitori

Essere genitori

Alle volte i luoghi comuni, oltre a essere irritanti da ripetere, scrivere e sentire contengono un po’ di verità. Ebbene, che essere genitore sia uno status, un mestiere, una attività, una sorte fra le più difficili da gestire mi sembra una verità insindacabile. Essere genitori Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Il perché è ovvio: in fondo fare il genitore è un vero e proprio “processo produttivo” di cui non solo non si conosce la tecnica da utilizzare, ma non si sa neppure il tipo di “prodotto” che deve uscire. In sintesi, è un processo di cui non si conosce niente prima e non si riesce a valutarne il risultato dopo.

Ciò non toglie che, bene o male, tante persone si trovano nella loro vita a impegnarsi in questa attività.

Io sono una di queste persone che, a un certo punto della sua vita, si è trovato a gestire una doppia paternità e, arrivato a un punto di non ritorno (quello che è fatto è fatto) spesso si trova a pensare: come mi sono comportato come genitore? Quali risultati ho ottenuto?

Va da sé che è assolutamente inutile cercare nei figli una risposta: qualsiasi sia la loro valutazione non sarà mai attendibile per il genitore che abbia la voglia e il coraggio di domandarla e ascoltarla.

E allora come se ne esce? Le domande rimangono e sono sospese nell’aria senza risposta? Mi è venuta l’idea di individuare dei “parametri teorici” attraverso i quali possa essere possibile capire, forse valutare, la propria attività genitoriale.

Per prima cosa dobbiamo liberarci di tutti quegli aspetti che potremmo chiamare oggettivi e imperscrutabili e che sinteticamente possiamo incasellare nella parola “caso” o “fatalità”, ma che hanno un enorme peso sull’esercizio della genitorialità. L’elenco è lunghissimo e variegato, possiamo iniziare degli elementi strutturali fisici della prole, dal DNA alla salute, per proseguire con le caratteristiche del genitore e le caratteristiche dell’ambiente familiare: economiche, sociali, culturali; infine, altrettanto importanti sono le caratteristiche ambientali: economiche, sociali, geografiche e storiche in cui questo “processo produttivo” si colloca.

Tutte queste caratteristiche hanno un peso determinante sullo sviluppo del mestiere di genitore e su cui il singolo genitore ha poca o nessuna possibilità di incidere in modo sensibile se non per fenomeni legati anch’essi al caso.

“Liberati” da questo enorme fardello, che pesa enormemente sull’attività del povero genitore, vediamo quale possa essere invece la guida capace di orientare l’attività genitoriale per cercare di ottenere, con tutti i limiti delle condizioni materiali, un “buon prodotto”.

Pensando alla mia esperienza e valutando soprattutto quelli che ex-post considero errori e contraddizioni, mi sembra di aver individuato tre aspetti che dovrebbero “guidare” il comportamento genitoriale nel “forgiare” la propria prole.

  • Lasciare libertà di
  • Trasmettere la capacità di individuare e valutare le conseguenze delle scelte
  • Trasmettere la capacità psicologica di affrontare le conseguenze delle scelte che si

A mio avviso, già presi uno alla volta, sono obiettivi difficilissimi, ma il grosso problema è che sono legati in modo indissolubile: senza la presenza equilibrata dei tre aspetti si può vanificare tutto.

Perché ho scritto queste considerazioni? È ovvio che le ho scritte più per me che per farle leggere ad altri. Le ho scritte perché con l’età è arrivato il momento delle valutazioni di ciò che si è fatto. Che sia utile o meno, visto che quel che è fatto è fatto, è molto dubbio, sia dal punto di vista personale che da quello eventualmente “divulgativo”.

Ma la conclusione non può essere che: visto che mi capita sempre più spesso di pensare a queste cose, perché non provare scriverle, forse può contribuire a razionalizzare il pensiero e chissà forse a condividerlo.

PS Chi ha letto avrà notato che non ho mai usato parole come amore e sentimento verso i figli. La cosa è voluta, specialmente dietro la parola amore nel confronto di altre persone, spesso anche dei figli, si nascondono e si giustificano gli atti più disgustosi. Per amore si fanno così tante di quelle cose diverse ad altre persone che a mio avviso la parola ha perso ogni significato (se non per far rima con cuore nelle canzonette!).

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Meraviglie d’Abruzzo: 5 luoghi magici da visitare

Meraviglie d'Abruzzo: 5 luoghi magici da visitare

1) ROCCA CALASCIO Meraviglie d’Abruzzo: 5 luoghi magici da visitare Direttore responsabile: Claudio Palazzi

Rocca Calascio

Rocca Calascio, fortificazione medievale a 1.464 metri d’altezza, nel territorio del comune di Calascio, è una delle principali mete turistiche dell’Abruzzo aquilano. Nel 2019, il castello è stato inserito dal National Geographic nella lista dei 15 più belli al mondo. Immersa nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, la rocca, è stata scelta come set di film quali Il nome della rosa, con Sean Connery, o Lady Hawke, con Michelle Pfeiffer ed è visibile in alcune scene del film The American con George Clooney. Dalla rocca si gode di una veduta tra le più suggestive d’Abruzzo, con vista dei principali gruppi montuosi dell’Appennino: a nord l’intera catena del Gran Sasso d’Italia, a sud-est la Maiella, a sud-ovest il Sirente-Velino. Sul sentiero che porta a Santo Stefano di Sessanio, tra i borghi più belli d’Italia, si trova la Chiesa di Santa Maria della Pietà, che può essere ammirata dalla rocca, proprio sotto al Corno Grande del Gran Sasso. La fondazione del castello si fa risalire a Ruggero II d’Altavilla, che ne promosse l’edificazione dopo la conquista normanna del 1140. Il primo documento storico che ne cita il nome è datato al 1239, mentre il primo che ne attesta la presenza al 1380. Alcune fonti ritengono che la struttura possa essere stata costruita sui resti di una preesistente fortificazione d’origine romana. Nei secoli si susseguirono nel dominio le famiglie Pagliara, Colonna, Celano, Caldora, Accrocciamuro, Piccolomini Todeschini, Del Pezzo, Cattaneo, Medici e Borbone. Nel 1703 un violento terremoto danneggiò il castello e distrusse quasi interamente il borgo sottostante. Nei decenni seguenti, terminata la sua funzione strategica, l’intera rocca andò in declino e fu progressivamente abbandonata fino a risultare completamente disabitata nel 1957. Tra il 1986 e il 1989 il castello è stato soggetto a una serie di restauri conservativi, volti a risanare la struttura e a consentirne il recupero architettonico-funzionale. Oggi è fruibile gratuitamente ai visitatori.

Chiesa di Santa Maria della Pietà, Calascio

2) BASILICA DI SANTA MARIA DI COLLEMAGGIO

Basilica di Santa Maria di Collemaggio, L’Aquila

La Basilica di Santa Maria di Collemaggio, situata nel capoluogo di regione L’Aquila, che consigliamo di visitare, fu voluta alla fine del Duecento da Celestino V, il papa del “Gran rifiuto”. La facciata di Collemaggio è considerata massima espressione dell’architettura abruzzese e tra i punti più alti dell’architettura medievale italiana di stampo romanico-gotico. Si staglia quadrangolare al termine di una vasta piazza verde, mantenendo un’assoluta prevalenza di pieni rispetto ai vuoti, seppur mitigata dalla colorazione, secondo uno schema che rimanda al disegno architettonico del Duomo di Todi. La facciata è caratterizzata dai portali che rivelano l’impianto planimetrico della basilica e dai tre rosoni, di cui il principale è simbolo della città. Motivo d’omogeneità è il rivestimento in pietra che il Serra rimanda al Palazzo Ducale di Venezia, impreziosito dal dualismo cromatico dovuto ai masselli di colore bianco e rosso, originali colori civici aquilani, che la decorano con motivi geometrici caratteristici recanti la croce aquilana, una variante della croce mulinata. Il disegno, d’influenza veneziana ed orientale, si pone così in evoluzione rispetto allo schema semplicistico già presente su alcuni monumenti cittadini, quali ad esempio la Fontana delle 99 cannelle. È sede di un giubileo annuale, il primo della storia, istituito con la Bolla del Perdono del 29 settembre 1294, oggi noto con il nome di Perdonanza Celestiniana e classificato dall’Unesco tra i patrimoni orali e immateriali dell’umanità, pertanto, la basilica, è caratterizzata dalla presenza di una Porta Santa sulla facciata laterale. La chiesa è stata rimaneggiata più volte nel corso dei secoli soprattutto a causa dei danni causati dai frequenti terremoti e presenta una commistione di diversi stili architettonici. In seguito al sisma del 2009, è stata sottoposta a lavori di consolidamento e restauro, conclusi nel 2017.

Piazza del Duomo, L’Aquila

 

3) ALBA FUCENS

Anfiteatro di Alba Fucens

Alba Fucens è un sito archeologico sorto nel IV secolo a.C. come colonia di diritto latino in una posizione elevata e fortificata, alle pendici del monte Velino. Dichiarato monumento nazionale nel 1902, è situato nel comune di Massa d’Albe (AQ) a ridosso del borgo medievale di Albe. L’antica prosperità della città romana è testimoniata da un’importante opera idraulica: il primo tentativo di prosciugamento del Lago del Fucino, sul quale Alba Fucens si affacciava, avvenuto tra il 41 e il 52 d.C. per volontà dall’imperatore Claudio. I Cunicoli di Claudio, oggi visitabili, permisero di far confluire buona parte delle acque nel fiume Liri. Il canale sotterraneo è la più lunga galleria realizzata dai tempi antichi fino al 1871. Alba Fucens è menzionata per l’ultima volta da Procopio di Cesarea che ci tramanda come, nel 537, venisse occupata dai bizantini durante la guerra gotica. Nel centro dell’abitato era situato il forum su cui si affacciavano i più importanti edifici pubblici cittadini: la basilica, dove si trattavano gli affari e si amministrava la giustizia, edificata alla fine del II secolo a.C., il contemporaneo macellum (mercato) e  le terme, costruite in età tardo-repubblicana ed ampliate in epoca imperiale, decorate con preziosi mosaici raffiguranti scene e soggetti marini. Ad Alba Fucens era presente anche un anfiteatro, oggi visitabile, ed edifici religiosi, come il tempio di Iside, il sacrario di Ercole e un tempio di Apollo, trasformato in chiesa cristiana e ristrutturato in età medievale, noto oggi come chiesa di San Pietro in Albe che contiene antiche colonne ed alcuni mosaici di fattura cosmatesca. Il sovrastante borgo di Albe fu incluso intorno all’anno 860 nella contea dei Marsi, fu feudo degli Orsini (XIV secolo) che vi costruirono, in posizione dominante sul lago Fucino, il castello, gravemente danneggiato e abbandonato, insieme al paese, dopo il terremoto della Marsica del 1915. Il sito archeologico, di notevole importanza, nasce a partire dal 1949, quando furono intrapresi per la prima volta scavi sistematici effettuati da un gruppo di lavoro belga dell’Università Cattolica di Lovanio. Ulteriori ricerche furono condotte a partire dal 2006 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo. Dal paese di Albe si può godere di un’incantevole vista al tramonto sul Velino e sulle rovine. A poca distanza da qui, a Rosciolo dei Marsi, è visitabile la Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta, uno dei più interessanti esempi di arte romanica abruzzese, in cui confluiscono influenze arabo-ispaniche, bizantine e longobarde.

Monte Velino

 

4) PARCO NAZIONALE DEL GRAN SASSO E MONTI DELLA LAGA

Campo Imperatore

Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga è il terzo parco più grande in Italia. Il Parco può essere visitato in auto, a piedi, a cavallo o in mountain bike. Alle pendici del maestoso Gran Sasso si estende Campo Imperatore, uno straordinario altopiano conosciuto anche come “Piccolo Tibet” per i paesaggi eccezionali. Durante la stagione più fredda è la meta ideale per gli amanti degli sport invernali. Sede della prima stazione sciistica degli Appennini, il Parco assume connotazioni incantevoli a neve sciolta, grazie agli alti monti rocciosi e alla bassa vegetazione. Campo Imperatore è inoltre meta di astrofili e appassionati di astronomia per via della quota altimetrica e della lontananza da sorgenti di inquinamento luminoso e dell’aria. Durante la passeggiata è possibile inoltre visitare l’albergo di Campo Imperatore, realizzato negli anni Trenta del secolo scorso ed ora in disuso, divenuto celebre per essere stato prigione di Benito Mussolini nel 1943, prima di essere liberato dai tedeschi nell’Operazione Quercia. L’intera vallata è stata scenario per film, tra cui …continuavano a chiamarlo Trinità (1971) con Bud Spencer e Terence Hill, Il deserto dei Tartari (1976) con Vittorio Gassman e Philippe Noiret e Così è la vita (1998) con Aldo, Giovanni e Giacomo, spot pubblicitari con testimonial d’eccezione come Leonardo Di Caprio e set di alcune scene dei video di Elisa e di Simona Molinari.

Campo Imperatore

 

5) SULMONA

Sulmona

Sulmona, città signorile, centro d’arte e di cultura, svolge un ruolo importante nella regione. Situata centro della Valle Peligna, attraversata nei secoli da pastori transumanti e popoli guerrieri, da frati eremiti e mercanti, è nota per aver dato i natali nel 43 a.C. al poeta romano Ovidio. L’origine dell’antica Sulmo, che fu “municipium” romano, è da ricercare sulle alture del Colle Mitra dove sono state rinvenute testimonianze archeologiche di uno degli insediamenti fortificati più grandi dell’Italia Centrale. Rinomata anche per la lavorazione dei metalli, nel Medioevo fu sede di una importante scuola di oreficeria. Al tempo degli Svevi ottenne il primato regionale, maestoso simbolo di quel periodo è l’acquedotto del 1256, che delimita l’antica Piazza Maggiore, luogo storico dove oggi si svolge la rievocazione della Giostra Cavalleresca. Al 1474 risale la costruzione della Fontana del Vecchio, tra i primi monumenti rinascimentali sulmonesi. Numerose le chiese, tra cui: Santa Maria della Tomba del XII sec., San Francesco della Scarpa edificata nel 1290, il complesso monumentale della SS. Annunziata, la Cattedrale di San Panfilo, sorta nell’Alto Medioevo. A rendere bella la città contribuiscono poi i palazzi signorili, le antiche porte, le fontane. Sulmona gode di fama internazionale  per la produzione confettiera risalente alla fine del XV secolo. A 30 km della città, immerso nelle Gole del Sagittario, si trova inoltre Scanno, conosciuto come il Borgo fotografi, dove è possibile visitare, oltre all’Eremo di Sant’Egidio, l’omonimo lago a forma di cuore.

Alla scoperta del borgo di Scanno, tra arte e panorami mozzafiato | SiViaggia
Lago di Scanno
Scanno
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La logica inclusione/esclusione nella storia politica della Lega Nord

La logica inclusione/esclusione nella storia politica della Lega Nord

L’intento qui è di provare l’impresa di ripercorrere e analizzare brevemente la storia della Lega Nord e osservarne la logica intrinseca. Per cercare di raggiungere questo scopo bisognerà allora che si tenga bene a mente quali siano le tensioni interne che ne hanno definito il magmatico profilo politico nel corso degli anni e che ne hanno condizionato il pensiero e l’azione. Queste anime leghiste – che sono quella regionalista, quella radicale e quella populista – sono infatti fondamentali laddove si voglia capire come e perché è stata strutturata nel tempo la logica inclusione/esclusione che è il perno dell’elaborazione ideologica del partito. La logica inclusione/esclusione nella storia politica della Lega Nord Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Vediamole più da vicino: la prima e più antica è quella regionalista-indipendentista segnata dal riferimento costante al territorio (alla Padania); la seconda è quella radicale, emersa nella retorica del partito su questioni costituzionali, immigrazione, sicurezza, autoritarismo etc.; la terza, quella populista, lo (auto)investe del ruolo di rappresentante dei valori e pensieri del popolo. In tempi recenti poi un’inedita vocazione nazionalista ha messo a tacere il vecchio regionalismo, presentando all’elettorato un partito che si pretende nuovo e che per questo cambia nome, non più Lega Nord ma Lega… e basta.

Esordi e regionalismo 

La storia del partito inizia con gli anni ‘80, quando nel Nord Italia emersero alcuni partiti a carattere autonomista-regionalista in regioni quali Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia. Queste “leghe” – ossia i nuovi partiti regionalisti che sceglievano consapevolmente una definizione alternativa a quella di “partiti” – hanno elaborato la loro politica attraverso il conflitto con il potere centralizzato contro cui sbandieravano un’elaborata narrazione di tradizione e storia locale, frutto di un complesso lavorio attorno alle abitudini locali e al dialetto locale. 

Nel corso di una decade questo sentimento anti-statalista è andato accrescendosi dietro l’egida della maggiore autonomia regionale, del minor peso fiscale e intervento dello Stato nell’economia. A partire dal 1990-91 la battaglia politica fu portata avanti dalla Lega Nord in cui confluirono le varie altre leghe sotto la leadership carismatica di Umberto Bossi 

Gli scandali di Tangentopoli rappresentarono il tassello mancante al crescente successo del partito, il quale non perse l’occasione per infiammare la sua retorica populista. La “nazionalizzazione” del partito non ne ha peraltro intaccato affatto la radicalità, limitandosi ad aggiustare il tiro della polemica dai “terroni” ai maggiori partiti. Dagli esordi fino ad oggi, la Lega non ha infatti mai mutato la logica che ispira la sua retorica polemica schematizzata nello scontro amico-nemico tipico dei partiti radicali, nella forma del: “small vs. big business, establishment vs. the people, the centre vs. the peripherynortherners vs. southerners and finally us vs. them”. La storia della Lega ci racconta cioè un continuo conflitto che ora ha preso forma nella battaglia del Nord contro il Sud, poi del popolo contro le élite, alcune volte contro i partiti della propria coalizione, altre volte contro l’Europa e la globalizzazione, sempre contro gli immigrati e i fedeli di altre religioni. 

Le crisi scoppiate a livello mondiale nel XXI: gli attentati alle Torri gemelle del 2001, la crisi finanziaria del 2008, quella dell’immigrazione del 2015, sono stati tutti episodi che hanno alimentato il ricorso a questo tipo di dialettica che ha trovato in Italia un auditorio sempre più disposto ad ascoltarla e interiorizzarla. La lista nera dei nemici della Lega si è infinitamente ampliata col tempo – anche perché il partito si è dovuto reinventare di volta in volta per motivare la propria posizione all’interno del governo senza abbandonare la sua carica radicale – e comprende terroni, politici, eurocrati, islamici, omosessuali, e tutti quanti non corrispondano al modello prescritto su cui si gioca la dinamica inclusione-esclusione. La dimensione religiosa e quella valoriale rivestono un ruolo importantissimo nel delineare i criteri in base ai quali definire questo modello.  

La “vera” fede 

L’importanza della tradizione, della religione, della famiglia non è quindi messa da parte, ma anzi è pienamente riaffermata e rivalorizzata contro gli abbrutimenti avvenuti nei centri di potere, politico ed ecclesiastico, a Roma. La Lega in quest’ottica si è investita dell’oneroso compito di conservare l’essenza della fede come essa si è manifestata nella storia della Chiesa, nel solco della tradizione dei grandi papi come Leone XIII e Pio X.  La Lega rappresenta il vero cattolico, la vera fede. 

Se l’opinione diffusa è che il mondo politico e quello religioso hanno perso di vista il valore delle proprie azioni – l’uno preso a rincorrere interessi economici tessuti nella fitta rete politico-affaristica, l’altro dietro alle speculazioni dottrinarie decrepite e alla sete di potere – si spiega allora facilmente come mai la polemica della Lega sia stata facilmente letta da molti cattolici come la rivalsa dei valori autentici.  

La Lega “nazionale” 

Nel corso del tempo degli ultimi anni i rapporti con la Chiesa sono però radicalmente mutati in concomitanza con l’avvento di una nuova guida a capo del partito e una nuova ideologia a ispirazione della sua retorica ufficiale. Dopo gli scandali che hanno travolto Bossi, il cambio di leadership per un partito come la Lega era inevitabile – sia per il peso che la battaglia contro “Roma ladrona” ha avuto nella sua retorica sia per l’assoluta centralità del ruolo del leader nella vita del partito. Nel 2013 l’elezione di Matteo Salvini segretario del partito inaugura una nuova stagione, quella della “Lega di Salvini”. La novità sostanziale non sta nell’abbandono della lente attraverso cui viene interpretato il dibattito politico, ossia lo scontro tra un “noi” e un “loro”- non è un caso Salvini si presenta al Sud dal 2014 con “Noi con Salvini”-, ma nella sostanza di questa differenziazione: non più un Nord contro un Sud, e neppure più il Nord contro Roma, ma l’intera nazione italiana contro il nuovo vero centro di potere su cui si concentra tutta l’attenzione polemica: l’Europa inefficiente e corrotta. 

La logica inclusione-esclusione viene giocata sul piano nazionale attraverso l’auspicio di un ritorno a un antico ordine immaginario in cui ogni popolo è saldo nella sua identità nazionale concepita in senso biologico. La stessa idea è proposta anche nell’organizzazione interna della comunità nazionale secondo il principio della famiglia “tradizionale” fondata sulla distinzione tra donna e uomo, cioè di mamma e papà, anch’essa ricondotta a una significazione biologica. In effetti questi due aspetti della retorica salviniana sono due facce della stessa medaglia, dove l’obiettivo è “ri-naturalizzare” i ruoli diversi e complementari, oltre che implicitamente gerarchicamente ordinati, all’interno della società, ma anche tra essa e l’esterno.  

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“Via col vento”: un film così lontano, eppure così vicino.

“Via col vento”: un film così lontano, eppure così vicino.
Il 10 Giugno 2020, in seguito alla morte di George Floyd e nel pieno delle proteste contro il razzismo e le condotte brutali e discriminatorie della polizia americana, l’emittente televisiva statunitense HBO annuncia di aver rimosso dal catalogo della sua piattaforma streaming il film “Via col vento”, perché ritenuto portatore di idee e messaggi razzisti. Lo stesso viene reinserito qualche giorno dopo, preceduto da un video di quattro minuti e mezzo in cui Jacqueline Stewart, professoressa e conduttrice televisiva, interviene cercando di spiegare e contestualizzare la pellicola e il suo significato. La scelta di HBO si inserisce in un clima di rivalutazione storico-culturale e riapre la discussione su un film tanto famoso ed importante quanto controverso. Uscito nelle sale americane nel 1939, “Via col vento” ebbe subito un grande successo, certificato dalla vittoria di otto premi Oscar (più due speciali), ma allo stesso tempo scatenò molte polemiche dalle quali non si sarebbe più distaccato. Via col vento“: un film così lontano, eppure così vicino Direttore responsabile: Claudio Palazzi
La vicenda si svolge nel 1861 in Georgia, uno stato del Sud che si prepara alla guerra civile contro gli stati del Nord. Proprio la guerra fa da sfondo alla prima parte del film, in cui si assiste alla distruzione di un modello di società e di vita, quelle sudiste, basato su grandi e lussuose case padronali, frequenti feste e merende e ampie piantagioni di cotone in cui lavorano gli schiavi neri. Principale protagonista della storia è Rossella O’Hara (Vivien Leigh), figlia di un proprietario terriero, che prima vedrà crollare tutte le sue certezze e poi tenterà di ricostruire la propria vita. La seconda parte del film è incentrata sulla sua travagliata storia d’amore con Rhett Butler (Clark Gable), nella quale saranno coinvolti anche Ashley Wilkes (Leslie Howard), il vero amore di Rossella, e sua moglie Melania Hamilton (Olivia de Havilland).

Trionfo e controversie.

Il film è un’opera mastodontica, della durata di 4 ore, costata 3.9 milioni di dollari. Alla sua uscita ebbe un grandissimo successo e vinse otto premi Oscar, tra cui quelli al miglior film, alla miglior regia e alla miglior attrice protagonista. Nel 1989 venne eletto miglior film di tutti i tempi ai People’s Choice Award mentre l’American Film Institute lo inserì prima al quarto e poi al sesto posto della classifica dei migliori film di sempre. Fu anche un grandissimo successo al botteghino, incassando quasi un milione di dollari solo nel primo fine settimana di proiezione, e le successive riproposizioni gli hanno consentito di incassare ad oggi circa 400 milioni di dollari che, ricalcolati al tasso di inflazione odierno, diventano quasi 4 miliardi di dollari, rendendolo il film con il maggior incasso di sempre.

Nonostante il grande successo, una parte della critica cinematografica attaccò il film, accusandolo di supportare esplicitamente la causa sudista. Dalla rappresentazione, infatti, emerge un ideale romantico della società del Sud, difesa dagli abitanti, che appaiono nobili e coraggiosi, e anche dagli schiavi contro i nemici nordisti, rappresentati invece come incivili, barbari e saccheggiatori dei territori sconfitti. Ciò potrebbe spiegarsi con l’emersione, negli anni della produzione del film, di un’ideologia revisionista secondo la quale il Sud stava solo cercando di difendere i “diritti degli Stati” dall’aggressione del Nord. La guerra viene comunque combattuta in modo eroico dai sudisti, nonostante sia chiaramente una causa persa, e anche lo stesso Rhett, l’unico ad accorgersi subito delle scarse possibilità di vittoria, finisce per arruolarsi.

Tuttavia, la maggiore critica mossa al film nel corso degli anni è senza dubbio quella legata al razzismo, in particolare alle figure degli schiavi, che appaiono inetti e poco intelligenti e sembrano essere quasi contenti di come vengono trattati, tanto da arruolarsi nell’esercito in difesa della società sudista e, di conseguenza, della loro stessa condizione. Eppure, nonostante questa rappresentazione stereotipata, la visione che il film offre della schiavitù è abbastanza rosea, con gli schiavi che sono generalmente trattati “bene”, fatta eccezione per poche scene in cui, ad esempio, Rossella minaccia una schiava prima di venderla e poi di frustarla. Il personaggio di Miss O’Hara è abbastanza contraddittorio su questo argomento: da un lato è l’unica che tratta con disprezzo gli schiavi, dall’altro ha un buon rapporto con alcuni di loro, soprattutto con Mami, e alla fine dona l’orologio del padre defunto, il quale le aveva raccomandato di essere gentile con i servi, ad uno schiavo rimastole fedele. A ben vedere, più che nel film, gli episodi di razzismo si verificarono nella realtà. “Via col vento” uscì nelle sale nel 1939, solo 74 anni dopo la fine della guerra di secessione, in un’epoca in cui le ferite della guerra non si erano ancora rimarginate, erano ancora in vita gli ultimi veterani e soprattutto erano ancora in vigore norme e consuetudini fortemente discriminatorie.

Durante la produzione, diversi gruppi a favore dei diritti dei neri inviarono lettere di protesta al produttore David Selznick, segnalando le loro preoccupazioni in merito all’omonimo romanzo di Margaret Mitchell, di cui il film era la trasposizione cinematografica, in cui vi era il frequente uso di insulti razzisti e una caratterizzazione del Ku Klux Klan come “tragica necessità”. Alla fine Selznick e lo sceneggiatore Sidney Howard ammorbidirono alcuni elementi e decisero di assumere due consulenti (bianchi) per curare l’intero trattamento dei neri. Le modifiche non furono comunque ritenute sufficienti e il film venne considerato offensivo verso la popolazione di colore. Da segnalare, inoltre, il fatto che gli attori di colore dovettero recitare parlando una lingua sgrammaticata, il classico linguaggio stereotipato attribuito ai neri, e che ciò fu riportato anche nel doppiaggio in italiano, nel quale vennero anche italianizzati i nomi. Successivamente, venne distribuita una nuova edizione, con i nomi originali (tranne Scarlett che rimase Rossella) e un doppiaggio corretto della lingua degli schiavi, che però venne poi abbandonata, tanto che tuttora il film è regolarmente trasmesso con il doppiaggio originale.

Il prezzo di un Oscar.

Particolarmente controversa all’epoca fu la figura di Hattie McDaniel, interprete della schiava Mami. La McDaniel subì diversi episodi di discriminazione razziale, soprattutto la sera della premiere, che si svolse ad Atlanta in Georgia, uno stato ex sudista in cui ancora vigevano leggi razziali, quando le fu proibito di entrare al teatro in quanto riservato ai soli bianchi. Le fu invece consentito solo come favore di entrare all’Ambassador Hotel, sede della cerimonia degli Oscar, dove però fu fatta sedere ad un tavolo estremamente defilato. Durante la sua carriera vene menzionata in meno di un terzo dei film in cui recitò e  infine, dopo la sua morte, non poté essere realizzato il suo desiderio di essere sepolta nel cimitero di Hollywood, in quanto anch’esso riservato ai soli bianchi. Nonostante le discriminazioni subite, nel 1940 l’attrice vinse il Premio Oscar alla miglior attrice non protagonista, prima donna afroamericana ad essere premiata (la seconda sarebbe stata Whoopi Goldberg solo nel 1991). Nonostante ciò, la McDaniel venne duramente criticata dalle associazioni dei diritti civili dei neri, che la accusarono di essersi piegata agli stereotipi di Hollywood e di aver accettato il classico ruolo, quello di schiavo, assegnato agli attori di colore e le venne dato l’appellativo di “Zio Tom dei bianchi”. L’attrice liquidò le accuse come “pregiudizi di classe nei confronti dei domestici” e affermò di non sentirsi in colpa per aver guadagnato 700 dollari a settimana interpretando una cameriera perché se non lo avesse fatto ne avrebbe guadagnati 7 lavorando veramente come cameriera. Le critiche proseguirono anche negli anni seguenti a causa della decisione di non associarsi al movimento di protesta per i diritti civili e alcuni membri della National Association for the Advancement of Colored People (NAACP) arrivarono a definirla un “servo dei bianchi”.

Una difficile eredità.

“Via col vento” fu il primo grande film a trattare il tema dello schiavismo negli Stati Uniti e, sebbene se ne riconoscano il successo e i meriti artistici, oggi viene ritenuto un prodotto figlio del suo tempo e con diversi elementi discutibili. Altri film trattarono in seguito l’argomento e lo fecero attraverso nuove visioni e una sempre maggiore sensibilità. Così, nel 2013, il premio Oscar al miglior film venne vinto da “12 anni schiavo”, basato sulla storia vera dello schiavo Solomon Northup e incentrato su violenze, ingiustizie e discriminazioni subite dai neri negli anni della schiavitù.

La lotta per i diritti civili dei neri subì una repentina accelerata negli anni ’60 e, sulla spinta di vari gruppi, movimenti e figure di spicco come Martin Luther King, si arrivò all’approvazione del “Civil Rights Act” nel 1964 e del “Voting Rights Act” nel 1965, esattamente cento anni dopo la fine della guerra di secessione. Ciononostante, la cessazione delle discriminazioni sul piano legale non coincise con la fine delle stesse nella quotidianità di tutti i giorni e, sebbene da allora la situazione sia andata migliorando sempre più, ciò non è avvenuto rapidamente e definitivamente come si avrebbe sperato. Ancora oggi le strade d’America sono teatro di forti proteste e violenti scontri, ancora una volta vi sono americani contro americani, ancora una volta si sente la necessità, il dovere, di ricordare che (anche) le vite dei neri contano.

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