INpressMAGAZINE Claudio Palazzi
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I colombiani indigeni marciano su Bogotà per chiedere udienza al presidente Ivan Duque

I colombiani indigeni marciano su Bogotà per chiedere udienza al presidente Ivan Duque

Migliaia di manifestanti indigeni si sono riuniti lo scorso lunedì a Bogotà davanti al palazzo presidenziale per chiedere un incontro pubblico con il presidente colombiano Ivan Duque. I manifestanti, in numero di almeno 7.000, tra cui molti indigeni, sono arrivati ​​nella capitale e molti hanno viaggiato per più di una settimana dalle loro regioni d’origine, principalmente nel sud-ovest del Paese. La colonna di autobus colorati e camioncini si chiamava “minga” – un termine indigeno che si riferisce al lavoro o all’azione della comunità comune. I manifestanti volevano avere una discussione con il presidente sulla crescente violenza in alcune parti del paese, esplosa dopo l’accordo di pace del 2016 con il gruppo ribelle delle forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC).I colombiani indigeni marciano su Bogotà per chiedere udienza al presidente Ivan DuqueDirettore responsabile: Claudio Palazzi
I manifestanti hanno affermato che una scarsa attuazione di parti dell’accordo ha lasciato spazio a gruppi violenti rivali per rivendicare rivendicazioni sulle rotte della droga e sulle aree precedentemente sotto il controllo delle FARC. I leader della protesta hanno affermato che almeno 167 delle loro persone sono state uccise nei due anni in cui Duque è stato in carica. L’Indepaz ha affermato che circa 1.000 leader e attivisti della società civile sono stati uccisi dalla firma dell’accordo di pace con le FARC.

Hanno anche denunciato oltre 65 massacri – comprendenti l’uccisione di almeno tre persone – nel solo 2020. “I nostri territori e le nostre comunità non ce la fanno più, stiamo assistendo a costanti massacri, i gruppi armati ci stanno sempre addosso”, ha detto una giovane donna ai media locali. L’accordo di pace del 2016 prevedeva migliori infrastrutture e aiuti alle comunità rurali, comprese quelle indigene, ma i manifestanti affermano che questi non sono stati rispettati. Avevano sperato di organizzare un dibattito pubblico con il presidente Duque sulle politiche economiche e sociali del suo governo. “Saremo qui finché non si presenterà, perché vogliamo il dialogo. Non siamo venuti qui per combattere”, ha detto Richard Flores, un leader indigeno dello stato del Cauca.

Duque ha rifiutato di incontrare i manifestanti, dicendo che la politica dovrebbe essere discussa attraverso i canali corretti, vale a dire in Parlamento. Tuttavia, ha suggerito di incontrare un piccolo gruppo di leader dei vari gruppi che hanno preso parte alle proteste.

I sindacati e i gruppi studenteschi hanno anche chiesto uno “sciopero nazionale” mercoledì, come rifiuto dell’amministrazione Duque, quasi un anno dopo che le proteste di massa antigovernative hanno scosso il paese. Lunedì i manifestanti itineranti hanno potuto trascorrere la notte in un centro sportivo, messo a disposizione dal sindaco di Bogotà, Claudia Lopez, che si oppone al governo di Duque.

Media4tech di Claudio Palazzi

Venezuela, il Governo di Maduro è nell’occhio del ciclone: analisi di un Paese in crisi

Venezuela, il Governo di Maduro è nell'occhio del ciclone: analisi di un Paese in crisi

Sono anni che il Venezuela vive una grave crisi politica, tanto da minacciare l’equilibrio delle democrazie limitrofe. A capo del Governo c’è Nicolas Maduro, Presidente del Partito Socialista Unito del Venezuela. In questi ultimi sette anni ha instaurato un vero e proprio regime di terrore. Venezuela, il Governo di Maduro è nell’occhio del ciclone: analisi di un Paese in crisi Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Il politico dell’opposizione venezuelana Leopoldo Lopez è arrivato a Madrid, ha detto domenica il ministero degli Esteri spagnolo, dopo aver trascorso l’anno scorso nella residenza dell’ambasciatore spagnolo in Venezuela per sfuggire agli arresti domiciliari.

“Leopoldo Lopez è arrivato a Madrid oggi, potendo ricongiungersi con la sua famiglia”, ha detto il ministero in un comunicato. La decisione di Lopez di lasciare l’ambasciata spagnola in Venezuela è stata “personale e volontaria”, ha detto. Il partito di Lopez, Popular Will, non ha detto come ha lasciato il Venezuela.

Gli assistenti hanno insistito che la partenza non è stata il risultato di negoziati con il governo del presidente venezuelano Nicolas Maduro, come hanno ipotizzato molti sostenitori e persino oppositori del governo socialista, secondo l’agenzia di stampa Associated Press.

Il governo venezuelano ha accusato l’inviato di Madrid a Caracas di essere complice della “fuga” di Lopez. “Il capo della missione diplomatica spagnola in Venezuela è stato il principale organizzatore e complice confessato della fuga dal territorio venezuelano del criminale Leopoldo Lopez”, ha detto in un comunicato il governo di Maduro.

Lopez, in una serie di tweet nelle prime ore di domenica, ha accennato di aver lasciato il Venezuela ma non ha rivelato la sua posizione. “Venezuelani, questa decisione non è stata facile, ma state certi che potete contare su questo servitore per combattere da qualsiasi luogo”, ha twittato Lopez.

“Non ci riposeremo e continueremo a lavorare giorno e notte per ottenere la libertà che tutti i venezuelani meritano”. Lopez è stato incarcerato nel 2014 dopo aver guidato le proteste contro Maduro. È stato rilasciato agli arresti domiciliari nel 2017.

Dagli arresti domiciliari, è stato mentore del leader dell’opposizione Juan Guaido, che all’inizio dello scorso anno ha invocato la costituzione per assumere una presidenza ad interim e ha iniziato una campagna per spodestare Maduro.

Nell’aprile 2019, quando Guaido ha cercato di stimolare una rivolta militare contro Maduro, Lopez è apparso di nuovo per le strade al suo fianco. Quando la rivolta svanì, Lopez cercò rifugio prima nella residenza diplomatica cilena e poi a casa dell’ambasciatore spagnolo.

La moglie di Lopez, Lilian Tintori, che lo aveva raggiunto presso la residenza dell’ambasciatore spagnolo, è partita per la Spagna nel maggio 2019 insieme alla figlia. Nel frattempo, all’interno del Paese, il presidente Nicolas Maduro ha affermato che gli scienziati venezuelani hanno isolato una molecola che inibisce il virus Covid-19 e chiederanno all’Organizzazione mondiale della sanità di valutare il suo possibile utilizzo su scala globale. Il principio attivo è un derivato dell’acido ursolico da una pianta e non tossico per l’uomo, ha detto Maduro in un’apparizione alla televisione di stato domenica. Sei mesi di ricerca presso l’istituto scientifico IVIC sostenuto dal governo hanno portato alla scoperta, ha detto.

“La molecola sarà prodotta in serie e consegnata in tutto il mondo per la cura del Covid-19”, secondo Maduro. L’acido ursolico è venduto negli Stati Uniti come integratore alimentare con rinomate proprietà antinfiammatorie.

Ora l’OMS dovrà analizzare e studiare dati e generiche della suddetta molecola per garantirne l’utilizzo e la produzione sottoforma di medicinale. Tuttavia, il governo di Maduro deve affrontare un’altra importante crisi, cioè il rimpatrio di cittadini provenienti da territori vicini al Venezuela. Si tratta di 130mila persone che, secondo fonti di Human Rights Watch, verrebbero fatte tornare nella madrepatria in modo abusivo e senza le giuste misure di sicurezza.

Questo scarso controllo da parte delle autorità potrebbe essere causa di un aumento incredibile di contagi in tutto il territorio venezuelano. Da giugno a settembre, Human Rights Watch ha intervistato 76 persone, tra cui 23 rimpatriati, 10 donne e 13 uomini, da Colombia, Brasile, Perù, Ecuador e Stati Uniti, oltre a giornalisti, operatori umanitari, rappresentanti di organizzazioni non governative e residenti delle aree in cui arrivano i rimpatriati. Human Rights Watch ha analizzato le informazioni fornite da gruppi internazionali e venezuelani, dichiarazioni video di funzionari governativi e protocolli emessi dal ministero della Salute venezuelano. La crisi politica, sociale e, a questo punto anche umanitaria e sanitaria, in Venezuela non sembra giungere a una fine.

Media4tech di Claudio Palazzi

Nagorno Karabakh: storia di un conflitto lungo 30 anni

Nagorno Karabakh, Armenia, Azerbaigian, guerra, conflitto, Russia, Turchia, Veronica Vici

L’area geografica del Nagorno Karabakh, territorio autonomo conteso da Azerbaigian e Armenia, è di nuovo protagonista di una guerra risalente a poco più di trent’anni fa tra questi due Paesi, ma vede coinvolti anche gli interessi geopolitici di grandi potenze internazionali come la Russia e la Turchia. Persino l’Italia è indirettamente implicata nel conflitto di quella che è considerata la via del gas tra Oriente e Occidente. Nagorno Karabakh: storia di un conflitto lungo 30 anni Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Quando un conflitto storico come quello del Nagorno Karabakh torna ad inasprirsi è importante risalire alle origini degli eventi per inquadrarne cause ed effetti:

Territorio e alleanze

Il Nagorno Karabakh è riconosciuto internazionalmente come parte dell’Azerbaigian dal 1991, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma presenta una maggioranza etnica armena. Baku, capitale azera, e Erevan, capitale armena, rivendicano la sovranità sulla regione, ma dietro tale ostilità si nasconde la presenza ingombrante di Russia e Turchia. La Russia è attenta alla situazione geopolitica dei territori dell’ex-URSS, in particolare alla regione del Caucaso meridionale, per via dell’intreccio di interessi legati alla sicurezza nazionale e allo sfruttamento di risorse di idrocarburi e in questa nuova fase del conflitto si ritrova a svolgere un delicato ruolo di mediazione tra le due parti.

Se da un lato il Cremlino mantiene un’alleanza militare con l’Armenia, dove ha stabilito una base, dall’altro ha stretto forti legami anche con l’Azerbaigian, sostenuto attivamente nel conflitto dalla Turchia. La netta posizione turca prevede un’unica soluzione: la completa liberazione del territorio che, a detta del presidente azero Aliyev, risulta sotto occupazione armena. Il sostegno tra Turchia e Armenia risale a secoli fa e nasce dalla comune appartenenza dei due popoli all’etnia turca, che ha instaurato un forte rapporto nazionalistico.

Il ruolo chiave di Russia e Turchia

L’equilibrio mantenuto dalla Russia è messo a dura prova dallo schieramento turco, che in qualche modo costringe il Paese ad un coinvolgimento meno mascherato e ne mina la sfera d’influenza in un’area storicamente di stampo filo-russo. A complicare la situazione sono gli stessi rapporti tra Russia e Turchia, già in crisi diplomatica dal 2015 e rivali nelle guerre in Libia e Siria in quanto sostenitori di parti avverse, che rischiano di influenzare gli sviluppi nel Nagorno Karabakh e di far prevalere le proprie decisioni rispetto a quelle di Baku ed Erevan.

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Nonostante le premesse Putin continua con la linea del dialogo, sebbene la prima tregua proclamata sia stata violata e Armenia e Azerbaigian si accusino a vicenda su chi lo abbia fatto per primo. Il primo ministro armeno, Sarkissian, reputa inconciliabile una resa diplomatica alla luce delle migliaia di morti che la guerra sta causando.

Il coinvolgimento italiano (e non solo)

Il Nagorno Karabakh rappresenta una delle aree principali per il trasporto di forniture energetiche in Europa ed è anche tra i primi fornitori in Italia. La presenza massiccia di gasdotti ed oleodotti garantisce da anni riserve di gas naturale e petrolio ed assicura all’Azerbaigian entrate cospicue, quindi è fondamentale per gli azeri salvaguardare le strutture energetiche dalle mosse del conflitto e dalle mire armene che aspirano a controllarle.

Nagorno Karabakh, Armenia, Azerbaigian, Russia, Turchia, guerra, conflitto, Veronica Vici

La stessa Turchia importa le risorse dall’Azerbaigian ed ecco che la posta in gioco e gli interessi coinvolti delineano ancor di più fazioni e strategie. Per l’Italia Baku è la seconda fonte di petrolio dopo l’Iraq e un eventuale blocco delle esportazioni aggiungerebbe un carico oneroso sul piano economico ad un Paese già in estrema difficoltà.

Il Gruppo di Minsk

Nel 1992 l’odierna OSCE ha creato il Gruppo di Minsk, composto da Francia, Russia, Stati Uniti e rappresentanti di altri Paesi come l’Italia, la Turchia, l’Armenia e l’Azerbaigian, con lo scopo di far firmare un accordo di pace inerente la vicenda del Nagorno Karabakh. Il lavoro del Gruppo è lento e caratterizzato da tentativi di negoziati tra le parti e anche in questa nuova fase del conflitto è intervenuto al fianco della Russia nella richiesta di cessare il fuoco.

In seguito al primo fallimento sono attesi ulteriori sviluppi dopo il discorso del Segretario di Stato americano Pompeo, che ha invitato le parti in causa ad un colloquio e, di nuovo, alla resa armata. Tuttavia la pace sembra ancora lontana. Nagorno Karabakh: storia di un conflitto lungo 30 anni

Media4tech di Claudio Palazzi

Ondate di terrorismo in Francia – Conoscere il diverso per combattere l’estremismo

Nuove ondate di terrorismo in Francia - Conoscere il diverso per combattere l'estremismo

Nonostante l’emergenza sanitaria che il nostro paese sta affrontando a causa dell’epidemia di Covid-19, recentemente l’Europa è stata testimone di una vera e propria esplosione di violenza e terrorismo ad opera dei fondamentalisti islamici. Ad essere colpita da questa nuova ondata di attentati terroristici è stata soprattutto la Francia. Nuove ondate di terrorismo in Francia – Conoscere il diverso per combattere l’estremismo. ondate di terrorismo in Francia – Conoscere il diverso per combattere l’estremismo Direttore responsabile: Claudio Palazzi 
Nel raccontare i fatti che sono accaduti di recente, i media tendono a mettere in luce le principali ragioni politiche alla base di tali episodi di odio religioso nei confronti del mondo Occidentale, senza però considerare l’eventualità che dietro questi eventi potrebbero nascondersi delle motivazioni più profonde, che dovrebbero farci riflettere sul perché l’Europa sia, ancora una volta, il bersaglio più colpito dai terroristi.

Attentati in Francia: cos’è successo e perché

A seguito del nuovo lockdown (che avrebbe dovuto instaurare un clima di maggior solidarietà), la Francia è tornata nel mirino dei fondamentalisti islamici.

Il 16 ottobre, in occasione del processo per l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo avvenuto nel 2015, un professore ha tenuto una lezione ai suoi studenti sulla libertà d’espressione, mostrando proprio quelle vignette che sono state la causa della strage. Questo suo gesto è stato percepito come una provocazione da parte dei terroristi islamici, tanto che all’uscita dalla scuola, un 18enne ceceno in contatto con i jihadisti ha ucciso l’insegnante. La Francia si ritrova sotto choc per questo episodio di violenza, ma l’incubo non si ferma e i terroristi tornano a colpire la cattedrale di Notre-Dame nel centro di Nizza, dove vengono uccise due donne e il guardiano della chiesa. Inoltre, nel corso della mattinata si registrano episodi simili anche ad Avignone e al consolato francese di Gedda, in Arabia Saudita, dove vengono aggrediti gli agenti della sicurezza francesi.

Dunque una vera e propria escalation di odio e violenza nei confronti di una nazione che da tempo lotta contro il terrorismo islamico.

All’origine di tutto questo vi è sicuramente l’inasprimento delle tensioni tra Macron e il presidente della Turchia Erdogan a seguito del discorso del presidente francese, che si dichiarava contrario al “separatismo” dell’Islam radicale per riaffermare la supremazia dei valori della Repubblica (tra cui la laicità). E’ proprio questo contesto di “guerra” tra i due leader ad essere strumentalizzato da Al-Qaeda che inizia a prendere di mira i luoghi di culto, come la sinagoga nella città di Vienna (2 novembre 2020).

Mondo islamico e Francia: perché tanto odio?

Come accennato poco prima, il presidente Macron ha recentemente annunciato di voler mettere in atto delle misure restrittive contro il cosiddetto islam separatista. E’ stata proprio questa sua dichiarazione ad accendere i contrasti con la Turchia, il cui presidente si è reso portavoce della protesta dei musulmani contro i francesi.

Tuttavia, l’odio che emerge chiaramente dagli eventi che hanno coinvolto il paese di recente lo riscontriamo anche in quelli accaduti nel passato (Nizza, ad esempio, è già stata vittima di un attentato il 14 luglio 2016, quando un uomo ha volontariamente investito con un camion la folla che assisteva ai festeggiamenti per la festa nazionale francese) e quindi non rappresenta una novità per la Repubblica. Sebbene le ragioni geopolitiche o politiche vengano individuate come le cause primarie di questo sentimento, ad influire molto sono anche le differenze culturali tra le due parti, che da sempre sono vittime delle incomprensioni reciproche.

Non va sottovalutato il fatto che la Francia sia stata un impero coloniale e che il trattamento riservato agli abitanti delle colonie è il potenziale punto di partenza del risentimento del mondo musulmano verso i francesi.

La paura del diverso

Se da un lato le scelte politiche adottate dal presidente Macron e dai governatori precedenti nei confronti della popolazione musulmana hanno l’obiettivo di contenere e prevenire il fenomeno del terrorismo, dall’altro è evidente che queste misure hanno contribuito a creare una situazione difficile per coloro che praticano la propria religione senza arrivare a commettere atti estremi. La stessa legge proposta da Macron, che prevede un maggior controllo dei luoghi di culto, rischia di limitare le libertà della maggior parte dei musulmani in Francia che esercitano pacificamente la loro fede e di alimentare l’esclusione e i pregiudizi nei confronti delle minoranze.

L’islamofobia e la xenofobia si basano infatti sulla permanenza di tanti preconcetti relativi a ciò che non si conosce abbastanza e che banalmente viene etichettato come “diverso”, semplicemente per paura di dialogare con “l’altro”. Ed è proprio sulla paura e sull’ignoranza che giocano i terroristi, strumentalizzando l’odio e l’intolleranza derivanti dall’incapacità di abbattere i pregiudizi e di convivere pacificamente.

Conclusioni

Quindi, anche in vista dei fatti recentemente accaduti, combattere la violenza resta un obiettivo fondamentale, poiché questa non va mai giustificata e tollerata. Allo stesso modo però, concentrarsi esclusivamente su ciò che sta succedendo in questo momento, porta a distogliere lo sguardo da quelle che sono le cause che l’hanno scatenato. Ad esempio la persistenza dei pregiudizi nei confronti di chi è straniero e di chi possiede valori culturali diversi da quelli a cui siamo abituati.

Dunque, occorre anche riflettere su quali atteggiamenti è giusto adottare per superare le difficoltà di comprensione che portano a conflitti e ad atti estremi. La persistenza di disuguaglianze e discriminazioni nei confronti delle minoranze etniche e religiose è una realtà che va presa in considerazione. Non farlo, con il pretesto di avere come priorità la lotta all’estremismo e al fanatismo religioso, a lungo andare potrebbe rivelarsi controproducente.

Per concludere, sono illuminanti le parole di Ryszard Kapuściński, giornalista polacco, che in un suo saggio scrive: “Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo. […] L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità”.

Media4tech di Claudio Palazzi
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