INpressMAGAZINE Claudio Palazzi

Fuori oggi il video di “Voglio cantare a Sanremo” il singolo inedito dei LIBEREMENTI

Fuori oggi il video di “Voglio cantare a Sanremo” l’inedito dei LIBEREMENTI che racconta in maniera ironica il sogno di un ragazzo di calcare l’ambito palco del festival. Firmato da Marco Agrusta frontman della band con la produzione di Olsi Arapi è pubblicato da Musica è, l’etichetta di Mimmo Mignogna. In radio e in digitale dal 3 febbraio.

Siamo felici dopo un anno dall’uscita del nostro album, di pubblicare un nuovo singolo fresco, ironico e festoso che parla del desiderio di cantare a Sanremo, noi che per tre anni, nel 2018, 2019 e 2020 eravamo quasi riusciti a realizzare quel sogno – afferma Marco Agrusta – il singolo ‘Voglio cantare a Sanremo’ è una dedica scritta da me per tutti i ragazzi che amano sognare in grande, proprio come abbiamo fatto noi Liberementi qualche anno fa”.

Il video – prosegue Marco Agrusta – nasce da una mia idea e vede la regia di Gianni Giacovelli con cui abbiamo pensato di ironizzare sul mondo dei casting tanto amato dai musicisti. E così, una giovane boy band nei panni dei Liberementi si troverà ad affrontare il primo provino, sognando di calcare il tanto ambito palco dell’Ariston.”

Liberementi sono una band della provincia tarantina composta da Marco Agrusta (voce), Gabriele Andrisani (chitarre), Walter Mignogna (tastiere), Michele Marzii (chitarre) e Andrea Semeraro (batteria). Sono ragazzi spinti dall’entusiasmo di trascrivere liberi pensieri in musica e parole, affrontando temi che circondano l’attuale mondo vissuto dai giovani. Esperienze, sonorità e contaminazioni musicali differenti danno vita quindi ad un progetto che racchiude diversi generi, mantenendo uno stampo Pop/Rock. Nel 2018 i Liberementi avviano il lavoro di produzione del loro primo EP, e partono in tour live “IO SONO POP”, uno spettacolo che mette insieme repertorio di successi internazionali e canzoni inedite della band. Nel luglio 2018, grazie all’etichetta discografica “Musica E’” di Taranto, viene pubblicato “Il Guapo” scritto da Marco Agrusta, posizionandosi tra le top 100 della classifica delle etichette indipendenti. Il secondo brano che esce nel Novembre 2018 è “Datemi Spazio”, selezionato da Claudio Baglioni tra i finalisti scelti per l’audizione di Sanremo Giovani 2018. A seguire l’esperienza sanremese arriva “Sto diventando Indie”, scritto da Gabriele Andrisani, selezionato per le fasi finali di Arezzo Wave. Nel Luglio 2019 esce “Odore d’estate”, la giusta composizione che accompagna le vacanze di ogni pugliese, introducendo un genere più elettronico al repertorio della band. A Novembre dello stesso anno Liberementi sono, per la seconda volta, finalisti a Sanremo giovani raccogliendo i consensi da parte del direttore artistico Amadeus.

Ad aprile 2020 viene rilasciato “Fuori è primavera”, brano registrato a distanza durante il periodo di quarantena e che sostiene il progetto “Non da soli” di Save the Children, per aiutare i bambini e le famiglie in difficoltà a causa dell’emergenza Covid-19. Nello stesso periodo la band sforna il singolo “Lascia i tuoi pensieri altrove – Guida e basta” con il quale partecipa al contest “Sicurezza stradale in Musica”. Nel dicembre 2021 esce “Liberementi”, il primo album omonimo con 9 brani.

 

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20 gennaio 1927: data simbolica o fake news?

20 gennaio 1927: data simbolica o fake news?

Una definizione

Con l’espressione Gender pay gap si intende la differenza salariale tra lavoratrici femminili e lavoratori maschili a parità di mansione. La determinazione di questo gap, e quindi di questo scarto, non è sempre facile da calcolare e certo dipende da diversi fattori: le diverse modalità di retribuzione, le quali possono avvenire secondo una paga erogata ad ore, settimanalmente o mensilmente; il tipo di mansione svolta, la quale però dipende certamente da fattori quali le barriere d’ingresso (per esempio, la necessità di un determinato titolo di studio) e la segregazione occupazionale (il pensiero, dunque, che certi lavori siano “da donna”, mentre altri “da uomini”). 20 gennaio 1927: data simbolica o fake news?

Tenendo dunque in considerazione questi fattori, si parla di Unadjusted gender pay gap, per il quale viene considerato solo lo stipendio medio, e di Adjusted gender pay gap, nel quale tutti questi elementi appena elencati vengono presi in considerazione.

Si sono qui brevemente e sommariamente elencati gli assi di riferimento e le definizioni essenziali che rendono possibile la comprensione base dell’argomento (per cui si rimanda comunque ai numerosi studi). Bisogna però tenere in considerazione che questi fattori, sicuramente economici, dipendono tuttavia da pensieri umani e da situazioni storiche, dalla differenza di concezione e valorizzazione della donna rispetto all’uomo e, conseguentemente, dal ruolo che a questa viene dato all’interno della società.

20 gennaio 1927: data simbolica o fake news?

Nel passato

Avendo l’esperienza dimostrato che l’apporto dato dalla donna emancipata allo sviluppo della civiltà è negativo nel campo della scienza e delle arti e anzi costituisce il più certo pericolo di distruzione per tutto quanto la civiltà bianca ha finora prodotto […], la donna deve tornare sotto la sudditanza assoluta dell’uomo, padre o marito; sudditanza, e quindi inferiorità spirituale, culturale ed economica.

Queste sono le parole con cui l’economista fascista Fernando Loffredo in Politica della famiglia (Bompiani, Milano, 1936) definiva il “giusto ruolo della donna all’interno della società fascista”. La donna, con la pretesa di lavorare, «concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe». Ci troviamo dunque in una situazione in cui la donna viene relegata al ruolo di moglie e madre fedele, dedita alla cura del focolare. Questa immagine non veniva alimentata solo a parole, ma anche tramite provvedimenti legislativi volti a diminuirne l’autonomia e l’indipendenza dalle figure maschili: nel 1926 un decreto legge (R.D. 2480, 9 novembre 1926) aumentava le tasse scolastiche per le sole studentesse dalle medie all’università fino al 50%, così da scoraggiare ancora di più le donne che volevano coltivare i propri studi e relegarle utleriormente alla sola dimensione domestica. Il disegno di legge, estensione della Riforma Gentile del 1923, era introdotto dalle seguenti parole: «Per estirpare il male veramente alla radice, saranno raddoppiate le tasse scolastiche alle studentesse, scoraggiando così le famiglie a farle studiare».

Non si vuole in questo articolo elencare tutte le riforme, scolastiche e lavorative, che vennero prese durante il Ventennio e che ebbero conseguenze sulla situazione femminile, sia dirette che indirette (si rimanda, invece, allo studio di Daniela Curti, Il fascismo e le donne: imposizione e accettazione della “mistica della maternità” e alla bibliografia lì elencata). Si vuole tuttavia mettere, almeno un po’, in luce come una concezione e pregiudizio abbiano avuto dirette conseguenze economiche che ancora oggi ci portiamo dietro (lo stesso pregiudizio è alla base della tarda concessione del diritto di voto che, mentre nel Granducato di Finlandia era già in vigore dal 1907, fu reso effettivo in Italia solo a partire dal 1946).

Pagina dalla rivista La donna fascista (n.34 anno 1941)
Pagina dalla rivista La donna fascista (n.34 anno 1941), in cui si legge che le donne si definiscono come “delle Madri, delle sorelle, delle figlie, delle mogli dei combattenti”, il cui stile di vita è “semplice e sobrio” e in cui il settore della vita è prima “familiare” e solo poi “nazionale”.

Si è parlato sopra di conseguenze, sia dirette che indirette. È bene spiegarsi meglio: se alcune riforme, come quelle elencate, erano esplicitamente dirette alle donne, altre erano rivolte a tutta la popolazione, ma le conseguenze risultavano gravare maggiormente sulla popolazione femminile. 20 gennaio 1927: data simbolica o fake news?

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, infatti, il governo fascista dovette fare i conti col cambio della lira. Senza addentrarsi nelle complesse questioni economiche di quella che Mussolini definì la «battaglia della lira» (18 agosto 1926), basti sapere che questa si concretizzò in un taglio degli stipendi che colpì sia la popolazione maschile che quella femminile.

Quindi, quando il Partito Democratico, in un post pubblicato su Facebook il 1 dicembre 2020 scriveva che «Mussolini dimezzò gli stipendi delle donne» in un leggendario provvedimento databile il 20 gennaio 1927, questa è da ritenersi una fake news: non è stata infatti ritrovata da nessuna parte la prova di questo fatto, e il provvedimento è stato poi smentito da svariati professori e professoresse universitarie, specializzati nello studio del periodo fascista. 20 gennaio 1927: data simbolica o fake news?

Il post pubblicato dal Partito Democratico il 1 dicembre 2020
Il post pubblicato dal Partito Democratico il 1 dicembre 2020

É però giusto considerare questa data, il 20 gennaio, almeno una data significativa che simboleggia lo svantaggio della condizione lavorativa femminile rispetto a quella maschile: l’imposizione di grossi ostacoli alle donne per l’accesso ad un’istruzione paritaria, sommato ai provvedimenti di cui sopra, aggiunto ad una legge del 1934 (legge 221), che limitava l’impiego femminile, tutto ciò fa capire come la situazione lavorativa femminile si dimostrasse oggettivamente complicata e volontariamente ostacolata dal governo. Per queste ragioni, si può assumere questa data, il 20 gennaio, come simbolo dell’imparità lavorativa tra uomini e donne, una sorta di gender pay gap impropriamente detto che pone le basi di quello attuale. 20 gennaio 1927: data simbolica o fake news?

Nel presente

La situazione attuale in Italia non si dimostra ovviamente tanto tragica e impari come quella durante il Ventennio, ma non ci troviamo ancora in una situazione di completa e sincera uguaglianza. 20 gennaio 1927: data simbolica o fake news?

Secondo uno studio dell’Istat del 2021, infatti, i lavoratori uomini hanno stipendi maggiori delle lavoratrici donne che svolgono le stesse mansioni.

Nel 2018, infatti, si conta che nel settore dei lavoratori laureati le donne guadagnassero 19,6 euro/h contro i 23,9 euro/h degli uomini, con un GPG (gender pay gap) del 18%. Nell’ambito di una licenza primaria, invece, gli stipendi, oltre ad essere generalmente minori, erano di 12,7 euro/h per gli uomini contro i 10,8 euro/h delle donne, con un GPG del 15%.

Complessivamente, nell’ambito del settore lavorativo privato il GPG è del 17% (2018), mentre considerevolmente più basso nel settore pubblico, fissato al 2%. Si tratta però di un Unadjusted gender pay gap, che dunque non tiene in conto dei tipi di mansione svolta, della segregazione occupazionale e del tasso di occupazione femminile.

In un campione di donne tra i 25 e i 49 anni, nel 2019 si è rilevato che, «già prima della crisi sanitaria, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro era molto legata alla presenza di figli». In quest’anno, dunque, il tasso di occupazione delle donne con figli (in età prescolare) era del 55,2%, mentre per quelle senza figli del 74,3%. Basta aspettare un anno per vedere questi dati cambiare considerevolmente: nel 2020 le lavoratrici con figli erano il 53,3%, mentre quelle senza figli il 72,7%. Nel complesso europeo, comunque, l’Italia si classifica come uno degli ultimi paesi in Europa, con 15,3 punti in meno rispetto alla media nazionale, e una percentuale generale di occupazione femminile di solo 58,7%, contro alla media europea del 74%. 20 gennaio 1927: data simbolica o fake news?

Grafico riassuntivo
Grafico riassuntivo

Nel futuro

Non sono, ovviamente, ancora presenti studi su questi ultimi anni, per i quali si dovrà aspettare, e, soprattutto, dall’insediamento del nuovo governo formato da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, i quali, durante le campagne elettorali, molto hanno spinto propagando non solo l’idea di famiglia tradizionale, ma definendosi contrari alle riformulazioni dei titoli genitoriali: per questi partiti, infatti, intoccabili rimanevano i titoli, oltre che i ruoli, di “madre” e “padre”, di contro alla proposta che voleva la loro sostituzione con i più generici “genitore 1” e “genitore 2”, (che avrebbe facilitato anche quelle situazioni familiari in cui vi erano due genitori dello stesso sesso o un genitore unico).

Basti pensare che l’attuale Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in non pochi dei suoi discorsi si definisce, fra gli altri, usando il termine “madre”: questo tipo di definizione sicuramente non mette un sincero limite all’impiego femminile, ma si inserisce in una concezione della donna come elemento della società con un preciso ruolo, appunto proprio quello di madre. A conferma di ciò, l’Opzione Donna approvata nella Legge di Bilancio del 2023, in cui l’anticipazione della pensione figura legata non solo agli anni di servizio, ma anche al numero di figli. Si tratta ovviamente di una proposta che riconosce certo il peso, sia economico che fisico, dell’avere un figlio, ma che stabilisce un nesso per cui la donna viene premiata in quanto madre e non in quanto lavoratrice, a parità di anni di servizio.

“Il cielo in una stanza” l’omaggio di I’M Erika al grande Gino Paoli

Da venerdì 3 febbraio in radio “Il cielo in una stanza” l’omaggio di I’M Erika al grande Gino Paoli, singolo tratto da “Travolto dall’irresistibile richiamo degli intrepidi Anni ’60 in una notte d’estate” l’album con gli arrangiamenti di Franco Micalizzi che vede ospiti anche Mario Biondi, Max Gazzè, Edoardo Vianello, Mariella Nava, Michele Zarrillo e altri (NewTeamMusic/Believe).

«“Il cielo in una stanza” penso che sia stato il sottofondo di infiniti amori e certamente ha fatto epoca. Paoli lo canta splendidamente e la musica fa il resto. Io nel turbine di questa mia rievocazione dei successi degli anni ’60 non potevo non inserirlo, certo stravolgendolo un po’ – afferma Franco Micalizzi che ha curato l’arrangiamento – l’originale lo conosciamo benissimo tutti quindi l’ho un po’ movimentato e lo affidato alla splendida voce di I’M Erika che ne ha fatto cosa sua pur non tradendo affatto il mood originale. Canzoni come queste dureranno a lungo e riascoltarle fa sempre piacere ed è bene riproporle per ispirare, magari, la creatività nuovi giovani autori

Erika Croce, in arte I’M Erika, nasce a Foggia nel 1986. Inizia gli studi musicali da autodidatta e successivamente si perfeziona con Valentina Ducros. Frequenta seminari delle principali tecniche di canto: Vocal Power, con Elizabeth Howard la vocal coach di Sting, SLS – Speech Level Singing (Stevie Wonder, Michael Jackson etc.). Si specializza nell’interpretazione del repertorio SoulFunkR’n’bNeo Soul e Jazz. Ha tenuto cicli di seminari di “Storia della musica moderna” e “Interpretazione stilistica” nelle Accademie Lizard pugliesi (Associazione “Il Filomusico”) dal 2013 al 2018. Ha insegnato in numerose accademie private locali ed è stata titolare della classe di canto nell’associazione ARS DAUNIA di Foggia fino al 2017. Nel 2013 duetta con RON a COMICS FOR AFRICA (BN). Nello stesso anno tiene un concerto al SOLO BAR di Camden Town a Londra. Nel 2014 è 2° classificata al TROISI MUSIC FESTIVAL. Dal 2018 insegna canto moderno in varie scuole di Roma e provincia.  Nel 2019 segue un seminario di scrittura e interpretazione con la cantante Serena Brancale. Ha all’attivo due progetti: “FLAWED 3” (Funky, Soul, R’n’b) e “IO VIVO COME TE” un omaggio alla musica del grande Pino Daniele. Amante di Amy Winehouse è al momento impegnata nella realizzazione di un omaggio alla sua musica.

Nel 2018 si trasferisce a Roma, e lì il fortunato incontro con Franco Micalizzi, con il quale inizia una bellissima collaborazione musicale che porta alla realizzazione del suo primo album da solista e con il nome d’arte I’m Erika. Il 31 luglio 2020 pubblica Living it up il singolo d’esordio, che anticipa l’album, “Young and free”, pubblicato il 16 Ottobre 2020. Sempre con Franco Micalizzi, lavora all’uscita del suo secondo album, anticipato anch’esso da un singolo, “Bygone days”, scritto da Chuck Rolando. Il 22 giugno 2021 con il lancio del singolo omonimo esce “My crazy purple heart” il suo secondo album. Nel 2022 è presente in “Travolto dall’irresistibile richiamo degli intrepidi Anni ’60 in una notte d’estate” l’album con gli arrangiamenti di Franco Micalizzi che vede ospiti anche Mario Biondi, Max Gazzè, Edoardo Vianello, Mariella Nava, Michele Zarrillo ed altri nella reinterpretazione di nuovi arrangiamenti di alcuni classici della musica degli anni ’60.

 

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L’arresto di Matteo Messina Denaro: una pagina importante nella storia di “cosa nostra”

L’arresto di Matteo Messina Denaro: una pagina importante nella storia di “cosa nostra”

La mafia è sempre stato un grande problema per l’Italia.
Può essere definita come un’organizzazione criminale nata in Sicilia, suddivisa in più famiglie, dette anche cosche, che controllano diverse attività economiche illecite.
Le sue origini affondano nelle realtà agricole siciliane dell’800: i grandi feudatari siciliani affidavano la totalità o una parte dei propri terreni ai “gabellotti”, che gestivano i fondi agricoli esercitando la propria autorità, contando sull’intimidazione dei contadini.
Dopo L’Unità d’Italia lo stato appena nato faceva fatica ad estendere la sua autorità su un territorio lontano come quello della Sicilia.

È proprio in questo contesto che si sente per la prima volta il termine “mafia”, in un inchiesta parlamentare del 1876 sulle condizioni sociali e politiche del territorio siculo, sottolineando i metodi brutali con cui i mafiosi mantenevano potere e controllo sui territori.
L’avvento del fascismo sembra portare cambiamenti per quanto riguarda il controllo del territorio siciliano, ma con l’indebolimento del regime fascista sarà sempre più frequente l’infiltrazione nello stesso regime da parte di figure legate alla mafia.
Il vero boom però si avrà dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ‘80.
Con il boom economico degli anni ‘50 l’attività mafiosa si sposterà dalle campagne alle città e i grandi appalti pubblici saranno un’occasione di business per i mafiosi.
La città di Palermo infatti diventerà il simbolo della speculazione edilizia della mafia.
Proprio in questo periodo la mafia inizierà ad estendersi su tutto il territorio nazionale e estero.
Intorno agli anni ‘70 e ‘80 “cosa nostra” otterrà la quota maggioritaria nel narcotraffico mondiale che diventerà la principale attività dei mafiosi.

Come si può ben comprendere, la mafia si adatta ad ogni tipo di situazione e in ogni tempo.
A non cambiare invece sono i suoi metodi spietati e violenti, come l’omicidio e l’intimidazione.
All’inizio degli anni ‘60 inizierà la prima guerra tra clan rivali che susciterà clamore per il numero di vittime e per l’immensa violenza e brutalità.
In questa fase la reazione dello stato portò ad importanti processi antimafia che vedevano alla sbarra i capi di “cosa nostra”.
Questi processi si concluderanno però con condanne lievi rispetto ai crimini commessi.
Una seconda guerra tra clan scoppierà negli anni ‘80 e vedrà uscirne vincitore il clan dei Corleonesi.
Una volta al comando i Corleonesi avranno sin da subito uno chiara strategia: eliminare fisicamente i propri nemici.
Nel 1983 nascerà il primo “pool antimafia”, di cui faranno parte anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per occuparsi delle indagini su “cosa nostra”.
Il lavoro dei magistrati palermitani, grazie alle testimonianze di Tommaso Buscetta, nemico dei Corleonesi ormai arrestato, aiuterà a far luce su molti aspetti dell’organizzazione mafiosa.
Nel 1986 si arriverà al “maxi processo” di Palermo : quasi 500 mafiosi saranno portati alla sbarra con conseguenti durissime condanne.
“Cosa nostra” reagirà al processo con nuove stragi: quella di Giovanni Falcone, nella famosa Strage di Capaci, e quella di Paolo Borsellino pochi anni dopo.

Con il tempo si sono individuate sempre più persone facenti parte delle famiglie mafiose, come Totò Riina e Bernardo Provenzano, due storici boss legati al clan dei Corleonesi.
Nonostante però l’abbandono della strategia stragista adottata all’inizio degli anni ‘90, “cosa nostra” è ancora un’organizzazione criminale viva in Italia e all’estero.
A dimostrazione di ciò occorre sottolineare che, nonostante i tanti progressi da parte della giustizia e dello stato italiano, in circolazione ci sono ancora molti boss mafiosi.
Tra quest’ultimi possiamo certamente ricordare Matteo Messina Denaro, arrestato pochi giorni fa dopo 30 anni di latitanza.
Ma chi era Messina Denaro?

Sicuramente uno dei boss più importanti di tutta la mafia, arrivato addirittura ad esercitare le sue attività illecite oltre la provincia di Trapani, dove era solito operare.
Nel 1989 venne denunciato per associazione mafiosa, inoltre, molteplici sono i reati da lui commessi.
Infatti occorre ricordare che Matteo Messina Denaro fu inviato a Roma per compiere appostamenti al presentatore Maurizio Costanzo, il quale attentato fu però fallimentare, e per uccidere Giovanni Falcone, successivamente però si cambio strategia pensando che l’attentato a Falcone dovesse essere svolto diversamente, infatti il giudice morì nella Strage di Capaci.
Nel 1993 fu responsabile dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, bambino squagliato nell’acido per convincere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla Strage di Capaci.
Nel corso degli anni e, dopo l’arresto di Riina, fu favorevole alla continuazione della strategia di attentati.
Insomma Messina Denaro è stato indiscutibilmente responsabile di molte delle stragi e degli omicidi di “cosa nostra” e, nonostante ciò, è riuscito comunque ad essere latitante per molto tempo.

Messina Denaro era ricercato dal 1993 ma la sua latitanza è terminata il 16 gennaio 2023 poiché è stato arrestato dai carabinieri del ROS in Via Domenico Lo Faso, un vicolo nei pressi della clinica privata “La Maddalena” a Palermo.
Subito dopo il suo arresto il latitante è stato traferito con un volo militare nel carcere dell’Aquila venendo sottoposto al regime carcerario previsto dell’articolo 41 bis.
La scelta di questo penitenziato è data dalla presenza nello stesso di un reparto di oncologia e alla vicinanza con Roma.
Messina Denaro è riuscito a sfuggire alla giustizia per circa 30 anni, grazie soprattutto ad Andrea Bonafede, geometra di 59 anni che gli ha prestato l’identità, anche quest’ultimo arrestato con l’accusa di associazione mafiosa.

Un arresto, il suo, che sicuramente ha suscitato molto clamore.
È stato arrestato uno dei più potenti “padrini” della mafia sicula, uno dei criminali più ricercati al mondo, che in fondo però è stato ritrovato proprio nella sua terra, la Sicilia.
La notizia ha certamente portato tutti coloro che sono venuti a conoscenza del fatto a porsi molte domande: perché non è stato trovato prima? Come è possibile che siamo passati 30 anni? Sono stati bravi coloro che hanno contribuito all’arresto o è stata la stessa mafia a consegnarlo? Si può parlare di vittoria o di sconfitta dopo tanti anni di latitanza?

Messina Denaro era si di Castelvetrano, ma era anche il pupillo di Totò Riina, e con lui, si chiude una pagina, quella del clan dei Corleonesi.
Sotto questo punto di vista si può considerare il suo arresto una vittoria, ma d’altra parte pensare che per arrivare a ciò ci siano voluti 30 anni lascia a desiderare: forse durante il suo periodo di latitanza non si è fatto abbastanza per cercarlo realmente.
Anche la latitanza di Bernardo Provenzano è durata molto, 43 anni, ma i tempi erano diversi, con le tecnologie e i mezzi che abbiamo oggi a disposizione 30 anni pesano di più.
Alla luce di ciò non si può stabilire con certezza se sia stata una vittoria o una sconfitta, ma una cosa è certa: dalla nascita della mafia ai giorni nostri l’arresto di Matteo Messina Denaro ha senza dubbio occupato una pagina importante nella storia di “cosa nostra”.