L’autobus non passava e la pioggia sottile di aprile stava via via aumentando di intensità. La tettoia li riparava a stento. Lui indossava un paio di jeans, scarpe adidas e un maglione nero di cotone pesante, niente giacchetto né impermeabile. Fortunatamente l’ufficio dove lavorava era un luogo informale che non richiedeva un abbigliamento particolare. Lei indossava delle scarpe nere con un tacco basso, calze nere, una gonna svolazzante verde e sopra una giacca beige su una camicetta nera. Anche lei aveva ritenuto superfluo indossare un soprabito: quell’aprile era insolitamente caldo. Si conoscevano appena, lui aveva 33 anni, lei 31 ed era stata assunta da qualche settimana come segretaria nello studio di grafica dove lui svolgeva mansioni amministrative. Si erano trovati lì, sotto la tettoia, per caso. Quando lei lo vide arrivare di corsa si era chiesta come mai fosse la prima volta che lo incontrava lì. Gli orari erano per tutti gli stessi, infatti. Solo alcuni grafici tardavano la sera a volte per rincorrere scadenze che erano sempre più pressanti. Probabilmente, si disse, non era solito prendere i mezzi pubblici per tornare a casa. Dopo essersi salutati ci furono lunghi minuti di silenzio durante i quali i loro pensieri correvano dietro alle reciproche preoccupazioni. La strada solitamente molto trafficata era stranamente deserta e la luce del lampione vicino illuminava a stento i loro volti. Lui volse lo sguardo verso la sua sinistra e vide nello sguardo di lei, fisso davanti a sé, un qualcosa di famigliare. Dove aveva già visto quello stesso sguardo? Per quanto si sforzasse di ricordare non riusciva a mettere in moto la propria memoria e alla fine rinunciò.

– Sembra che oggi l’autobus sia stato dirottato da un gorilla ammaestrato che abbia deciso di girare per la città cambiando il solito itinerario – le disse queste parole senza sorridere, guardando nella direzione da cui l’autobus sarebbe dovuto arrivare.

Lei rimase sorpresa e annuì ripetutamente con il capo. Ci furono altri momenti di silenzio e lei aggiunse:

– A noi non resta che aspettare e sperare che desideri passare da queste parti.

Lui lentamente si girò, stupito. La guardò e finalmente sorrise.

– Prende sempre questo autobus per tornare a casa? – le chiese.

Lei annuì sorridendo senza aggiungere una parola. Lui si soffermò sui suoi capelli che le cadevano addosso in modo perfetto, sembrava che una truccatrice del cinema fosse appena andata via dopo averle sistemato l’acconciatura. Aveva un taglio medio e i sottili capelli castani erano legati in una coda sulla nuca, mentre sulla fronte aveva un ciuffo ben stirato che riportava dietro l’orecchio sinistro.

 

Aveva studiato economia e commercio dopo aver frequentato il liceo classico del suo quartiere. Non che fosse molto convinto di intraprendere quella strada, ma non aveva grandi ambizioni e così decise per qualcosa che avrebbe garantito un futuro economico accettabile. La sua vita era stata molto monotona. Nulla di eclatante. Pochi amici, occasionali relazioni e una routine confortante. Leggeva molto, fin dalla tenera età. Questa era la sua più grande occupazione. Leggeva di tutto ed era capace di fermare l’auto se vedeva un piccolo cartello appeso che attirasse la sua attenzione. Nonostante questo aveva una scarsa memoria e facilmente dimenticava le trame o semplicemente gli argomenti di ciò che scorreva con gli occhi. Ma non se ne faceva un cruccio, quasi non ci faceva caso, l’importante era avere qualcosa su cui le lettere si susseguissero una dietro l’altra a formare parole e che lui potesse decifrare quel codice. Si. Forse nella sua testa era proprio questo quello che trovava affascinante nella lettura: decodificare un linguaggio segreto. La prima volta che la madre gli portò un set di cubi con le lettere in rilievo su ogni lato, lui lasciò i suoi giochi abituali per dedicarsi unicamente a quel set. Aveva ancora la valigetta che li conteneva nell’armadio della sua camera da letto. Viveva solo da appena due anni in un appartamento alla periferia della città. Era molto confortevole e aveva una stanza dove poteva conservare tutti i libri, i fumetti, i libricini, gli opuscoli, i giornali e tutti i fogli e foglietti che nella sua avita avevano catturato la sua attenzione. Possedeva un divano comodo dove era solito sedersi o sdraiarsi per dedicarsi alla sua occupazione preferita. Il resto dell’appartamento era composto da una cucina, un piccolo corridoio, un bagno, la camera da letto e un soggiorno. A parte i rari incontri occasionali con alcune donne, non era molto frequentato da altre persone.

 

Quella sera aveva deciso di prendere per cena un take away dal ristorante giapponese a due isolati da casa sua. Ma l’autobus continuava a non presentarsi e le poche automobili che passavano si facevano sempre più rare.

– Non prendo mai l’autobus. Solitamente mi muovo in automobile, ma oggi l’ho dovuta lasciare in officina per un controllo. È normale quest’attesa? – le chiese.

Lei sorrise e disse:

– No, è sempre stato puntuale. Sarà veramente il gorilla che fa il suo giro panoramico.

– Un giorno, non ricordo dove, ho letto di un gorilla che guidava. Era stato ammaestrato da un taxista che aveva perso l’uso delle gambe e che non poteva più svolgere il suo lavoro – disse lui.

A volte frammenti di quello che leggeva riaffioravano nella sua mente senza che lui se ne rendesse conto. Lei lo guardò con aria interrogativa ma vedendo che il suo sguardo era rivolto altrove rinunciò a chiedere ulteriori chiarimenti. Disse solo:

– Anche se è un po’ lunga credo che mi avvierò a piedi, sono stanca di aspettare, poi magari il gorilla ha deciso di andare fuori città – e rise.

Lui le chiese dove abitava e scoprì che era solo a un isolato dal suo appartamento. Decisero di incamminarsi insieme. La pioggia era quasi svanita e si sentiva il rumore dei loro passi sull’asfalto bagnato. Ogni tanto lui si fermava a leggere un annuncio pubblicitario o qualche foglio appeso ai pali della luce dove si cercavano animali scomparsi o si affittavano stanze a studenti o studentesse: chiamare ore pasti. Lei aspettava che lui riprendesse il cammino e dopo un po’ di silenzio gli chiese:

– Ma cosa vorrà dire effettivamente ore pasti?.

Lui si voltò verso di lei e sembrava non capire. Lei cercò di spiegarli:

– Quando negli annunci si scrive chiamare ore pasti significa che c’è un orario condiviso da tutti per i pasti. Ma in realtà se ci si pensa bene è un orario molto elastico. Prendiamo ad esempio la cena, c’è chi si mette a tavola già dalla 18.30, mentre altri preferiscono consumare il loro pasto verso le 21 passate. Allora mi chiedo per ore pasti si intende dalla 18.30 alle 22.00 circa?.

Lui non si era mai posto questo problema e iniziò a rifletterci con impegno. Per lui quest’espressione aveva sempre significato un’ora approssimativa che andava dalle 20.00 alle 21.30, che era poi l’orario in cui era solito mangiare. Ma in realtà sapeva di persone che cenavano molto prima e molto dopo. Quindi il dubbio della sua interlocutrice era del tutto legittimo. Dopo vari minuti rispose:

– Credo che se dovessi rispondere ad un annuncio del genere inizierei a chiamare dalle 18.30 e riproverei a intervalli regolari di mezz’ora fino e non oltre le 22.00.

– Mi sembra un’ottima soluzione – rispose lei sorridendo.

Trascorsi circa quarantacinque minuti passarono di fronte al ristorante giapponese dove lui aveva intenzione di acquistare la sua cena e le disse che si sarebbe fermato lì per ordinare il suo pasto. Lei non era amante di cibi etnici ma qualcosa la spinse a chiedere consiglio a lui su cosa potesse ordinare. Lui entrò seguito da lei e si diresse al banco. Prese un menù e iniziò ad ordinare onigiri, sushi, sashimi, roller, tempura e brodo di miso tutto per due e da portare via; ma si dimenticò di chiedere due porzioni separate. Quando lo chiamarono per consegnargli la busta con il cibo si rese conto che era stato confezionato tutto insieme e allora alzò lo sguardo verso di lei con aria imbarazzata. Lei sorrise e disse “Possiamo andare da me”. Lui sembrò sollevato, pagò e si avviarono verso l’uscita. Camminarono altri dieci minuti e si trovarono di fronte ad un palazzo di tre piani. Lei indicò il secondo piano e disse:

– Ecco io vivo lì con il mio gatto. È un po’ molesto. Ma nulla di preoccupante, solo miagola un po’ troppo, credo abbia bisogno di uno psicologo – e rise.

– Chissà magari con un estraneo cercherà di farsi capire.

Lei lo guardò ma lui rimase impassibile quindi non approfondì la questione. Salirono i due piani ed entrarono in casa. Il gatto si alzò dalla poltrona nel soggiorno, si stiracchiò e iniziò a strofinarsi tra le gambe di lei, miagolando. Poi con fare circospetto si avvicinò verso l’estraneo, smise di miagolare e annusò la borsa che lui aveva poggiato in terra e ci si sdraiò accanto. Lei intanto dalla cucina aveva preso piatti e bicchieri e li stava posando sul tavolo.

– Se vuoi lavarti le mani il bagno è la prima porta a destra.

Avevano deciso di darsi del tu, del resto stavano per cenare insieme. Lui ringraziò e si avviò lungo il corridoio. Quando tornò tutto era apparecchiato e una musica leggera si spandeva nella stanza. Riconobbe immediatamente le note di I’ve got you under my skin nella versione cantata da Ella Fitzgerald. Non amava molto mangiare con la musica, ma il jazz era sempre gradito. Quella musica gli metteva serenità e gli ricordava tutti i film newyorkesi dove nascevano storie d’amore in atmosfere ovattate e romantiche e che gli mettevano buon umore. Sorrise e si sedette sul divano di fronte al tavolino basso dove lei aveva apparecchiato.

– Spero che la musica non ti disturbi. A me dopo una giornata di lavoro rilassa molto – disse questo mentre stappava una bottiglia di bianco.

Lui le disse cosa mangiare per primo e la guidò durante tutta la cena. Lei si stupì di trovarsi soddisfatta da quelle pietanze esotiche e si ripromise di replicare al più presto. Parlarono a lungo, con lunghe pause di silenzio che non creavano imbarazzo a nessuno dei due. Lei gli chiese della sua vita, lui rispose che era molto monotona ma che era anche soddisfatto perché non era una persona di molte pretese. Lei gli disse che non la trovava monotona e gli disse:

– È una vita.

“Si una vita”, pensò lui “la prossima volta che qualcuno mi chiederà com’è la mia vita risponderò è una vita”.

Ogni tanto il gatto si alzava per andare a grattare la borsa di lui e miagolare, le canzoni si susseguivano e il vino stava finendo. Lei propose di stappare un’altra bottiglia e mentre andava in cucina vedendo il gatto che si strusciava sulla borsa gli disse:

– Hai visto? Ha trovato la fidanzata – e rise.

Lui si alzò e iniziò a scorrere con gli occhi tutti i titoli delle costine dei libri. Sembrava molto assorto quando lei si avvicinò. Gli porse il bicchiere e rimasero in piedi uno di fronte all’altro. Lei si protese verso di lui e si baciarono, lentamente, assaporando ognuno le labbra dell’altro. Lei lo prese per mano e si diressero in camera da letto. Fecero l’amore a lungo guardandosi negli occhi, cercandosi e accarezzandosi con dolcezza. Poi rimasero stesi sul letto abbracciati e lei poggiava la sua testa sul petto di lui.

– Ma davvero hai letto di un gorilla ammaestrato che guidava un taxi? – gli chiese.

Lui rimase qualche minuto in silenzio cercando di far ordine nei suoi pensieri. Finalmente qualcosa affiorò nella sua mente:

– Si certo. Non ricordo dove. Non ricordo mai da dove leggo le notizie e spesso non ricordo neanche cosa ho letto. Anzi a dire il vero, ora che ci penso, spesso appena finisco di scorrere le righe è come se non avessi letto nulla. La sensazione che ho è quella di aver unito dei puntini dal primo all’ultimo e di aver realizzato un disegno nella mia mente. Questo mi appaga e mi rilassa. Però a volte capita che alcune informazioni riemergano senza che io me ne renda conto.

– E cosa sta riemergendo ora?

Lui continuò a riflettere, lo sforzo era impercettibile ma all’improvviso riprese:

– In uno stato africano un taxista fu investito da un amante geloso e perse l’uso delle gambe. Aveva ancora il suo taxi e una famiglia da sfamare ma non sapeva come fare. Incontrò un giorno un uomo che aveva con sé quattro gorilla che non erano tenuti al guinzaglio e che sembrava obbedissero ai suoi ordini. Gli chiese come avesse fatto ad ammaestrarli e perché li portava in giro. L’uomo rispose che era il suo talento. Tutti hanno un talento e il suo era quello di addestrare i gorilla. Ma solo quattro per volta, e né più, né meno di questo numero. Il taxista non capiva. L’uomo non si sforzò neanche di spiegargli e gli disse che se voleva poteva prendere un gorilla per sé. Il taxista lo guardò perplesso. La sua aria interrogativa indusse l’uomo a spiegargli che dal momento che lui era impossibilitato a muoversi se non sulla sedia a rotelle, il gorilla avrebbe potuto aiutarlo a svolgere qualsiasi mansione. Vuoi dire che potrebbe guidare il taxi al posto mio? gli chiese. Certamente rispose l’uomo. È bravissimo nella guida. Così il taxista accettò e riuscì a sfamare la sua famiglia grazie al gorilla guidatore, mentre l’uomo se ne andò nella foresta per addestrare il suo quarto gorilla e ripristinare il numero adeguato al suo talento.

Lei lo guardava spostando lo sguardo dall’altezza del petto, dove teneva poggiata la sua testa, verso il volto di lui e gli chiese:

– Quale pensi che sia il tuo talento?

Lui si prese molti minuti per riflettere, la sua testa gli diceva che non aveva talenti. Ma continuò in silenzio a pensare alla sua vita e a quali potessero essere i suoi quattro gorilla da addomesticare. Piano piano iniziò a vedere una serie di lettere che apparivano gigantesche e che roteando lentamente si avvicinavano verso di lui rimpicciolendosi man mano che si avvicinavano e formando prima parole e poi frasi che scorrevano come i titoli di coda di un film. Aveva gli occhi chiusi e continuava a vedere le frasi una dopo l’altra finché non gli apparve il disegno composto da puntini collegati uno all’altro dello sguardo di lei, lo stesso sguardo che aveva visto poche ore prima alla fermata dell’autobus.

 

Nessuno dei due aveva letto dello sciopero generale né della chiusura al traffico di alcune strade per consentire l’ordine pubblico.

2 Commenti

  1. Interessante il personaggio maschile, nella sua caratterizzazione psicologica e nelle sue manie. Fa simpatia! Forse andrebbe asciugato un pò in alcuni punti (soprattutto per la lettura web) e accompagnato il lettore nel gioco della seduzione tra di loro, che arriva un pò all’improvviso…

  2. Racconto intenso,avrei preferito però che fosse lui a sedurre lei,cambierei anche l’abbigliamento della protagonista. Per il resto… Complimenti!

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