“Il Velo e la Memoria” di Mauro Prigiobbe è un’opera visionaria tra mito, storia e drammaturgia dell’interiorità. Pubblicata nella collana “I Diamanti della Narrativa” dell’Aletti Editore e disponibile anche nella versione e-book, scardina i canoni del romanzo storico per guidare il lettore sulla soglia tra visibile e invisibile. Il libro nasce da una pausa sui Monti Lucretili, di fronte al misterioso incanto dello Styrax officinalis, e si configura come un oggetto narrativo anomalo e affascinante, un vero e proprio ibrido formale in cui la precisione scientifica e il rigore storiografico si fondono con una prosa poetica e teatrale. Al centro del racconto vi è l’incontro emblematico tra Plinio il Vecchio e il Viandante, una figura enigmatica e quasi mitologica che irrompe nella notte del 74 d.C. a Miseno. Il Viandante non è un semplice viaggiatore del tempo, ma il custode di Amitinum, una città ideale e invisibile celata dietro un Velo. Attraverso questa profonda rilettura della storia, l’autore – che vive a San Polo dei Cavalieri (Roma) – sottrae Plinio alla narrazione tradizionale per trasformarlo nell’archetipo dell’uomo sulla soglia. «Cercate il fiore nel mio libro e fermate la vostra corsa. Prima o poi lascerà il suo posto al bruno, il seme meraviglioso della vita».

L’opera si dipana lungo un fitto intreccio di rimandi storici, geografici e scientifici. In questo contesto, la concezione del confine si smarca dall’idea di barriera difensiva per rifarsi alla lezione dei Sabini, popolo stanziale privo di mura fortificate la cui unica difesa risiedeva nell’indole della propria comunità. Lo stile di Mauro Prigiobbe abbandona la linearità del romanzo storico tradizionale per trasformare la pagina in un “palcoscenico mentale” in cui la letteratura si fa strumento di svelamento e “chiaroveggenza tragica”. «Ho cercato di fondere codici espressivi apparentemente inconciliabili – spiega l’autore – grazie a una lingua che possiede la precisione del bisturi e la fluidità del canto: frammentando la sintassi per creare il tempo del teatro, liricizzando la scienza attraverso la metafora, e oggettivando il mito attraverso il simbolo. L’opera vuole restituire non solo la cronaca di un disastro epocale, ma l’epopea interiore di un uomo che accetta di farsi ponte tra il visibile e l’invisibile, tra il rigore della mente e il mistero dell’assoluto, proprio mentre la storia umana e la storia naturale deviano per sempre dal loro corso».

Arricchita da una profonda matrice intima, la scrittura «non agisce come una fuga fantastica, ma come uno strumento di svelamento microscopico, non dissimile dall’occhialino per vedere le cose minime». Essa supera i limiti spazio-temporali per rivelare verità profonde che la realtà oggettiva non riesce a cogliere: «La finzione letteraria diventa lo strumento per eccellenza per ricordarci che la pace non è svanita, si è soltanto velata, e che l’unico modo per riscoprirla è avere il coraggio di scavalcare i confini della conoscenza ordinaria». Il Velo custodisce la memoria profonda del luogo nascondendola allo sguardo, per mantenerne intatta l’essenza nel tempo. Mauro Prigiobbe consegna al lettore un invito ad arrestare la corsa frenetica del tempo presente: «Scrivere questa storia è stato come tracciare un sentiero invisibile; spetterà a chi legge, nel silenzio della propria mente, decidere se raccogliere quel testimone e continuare a proteggerlo».

 

 

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