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La scuola delle mogli

Moliere era nella metà del 1600 quello che oggi potrebbe essere un artista trasgressivo e dotato di senso dell’umorismo come Pedro Almodovar. Solo la protezione di Luigi XIV ha permesso a quei tempi al commediografo di continuare  a scrivere e mettere in scena le sue provocanti  e argute opere.

Al Teatro Argentina a Roma è in scena “La scuola delle mogli”, la cui regia è di Marco Sciaccaluga, con Arnolfo interpretato da Eros Pagni e Alice Arcuri che impersona Agnese. Il cast prosegue con Roberto Serpi (Orazio) e altri validi attori. Va assolutamente segnalata la meravigliosa scenografia di Jean-Marc Stehlé e Carherine Rankl che è un divenire di effetti scorrevoli che permettono un continuo intreccio tra gli interni e il mondo esterno. Una cosa è certa, nonostante la lunghezza dello spettacolo non ci si annoia mai. Il merito va a tutti, da Molière alla rivisitazione di Sciaccaluga, all’interpretazione di tutti gli attori.

La storia della commedia (per chi non la conoscesse) è semplice. Le protagoniste sono: le corna. Le teorie di Arnolfo per evitare l’infedeltà, contrastano con quelle di Oronte che afferma non si possa sfuggire al proprio destino: meglio accettare con un sorriso il tradimento che rovinarsi la vita per evitarlo. Arnolfo, attempato gentiluomo, è tutore dell’ingenua Agnese di cui s’innamora non appena questa raggiunge l’età dell’adolescenza. Ma nonostante il candore e l’inesperienza volutamente indotte da Arnolfo al fine di tenerla tutta per sé, Agnese s’innamora di Orazio che la ricambia. Neanche il tentativo di matrimonio da parte di Arnolfo riesce a far cambiare il volere del destino.

Nella semplicità della trama Molière cela un profondo studio della psicologia dei personaggi. Il tentativo di Arnolfo di suggestionare la giovane Agnese non può niente di fronte all’amore. La costrizione e il tentativo di suggestionare la ragazza, cercando di mantenerla in un’impotenza causata dall’ignoranza indotta sin dall’infanzia, non riescono a frenare la curiosità di Agnese verso la vita che c’è fuori dal micro “mondo” casalingo dove è vissuta sempre prigioniera. L’impossibilità di condizionare un personaggio all’apparenza sprovveduto e “ammaestrato” sin dall’infanzia è un’acutissima e indovinata analisi del carattere umano. L’istinto, stimolato per la prima volta da un nuovo sentimento, quale l’amore, riesce a far emergere la maturità  e il coraggio di Agnese che si libera dal giogo del suo tutore, per il quale nella sua ingenuità ha provato affetto e gratitudine ma senza ricambiarne i sentimenti. Il matrimonio con Orazio permette ad Agnese di conoscere finalmente l’indipendenza che fino ad allora non era neanche mai stata concepita. Forse è stato anche questo motivo di scandalo provocato dall’opera di Molière per un pubblico e una critica abituata all’ancien régime, dove la monarchia assoluta era così autocratica,  a portare il sovrano a dire che “L’état, c’est moi”. Eppure fu proprio Lugi XIV a difendere Molière dalle critiche. Strano: a volte i tempi cambiano.

Per info: http://www.teatrodiroma.net/

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