Somalia un paese hobbesiano

Bellum omnium contra omnes, Homo homini lupus, due massime che Hobbes del 1600 rese come base del suo pensiero. Il fatto più “curioso” riguardo alle riflessioni hobbesiane è che osservando il legame tra esse e l’attuale caos che segna la politica della Somalia sembrerebbe che il “figlio della paura”, come lui stesso amava definirsi, sia riuscito a presagire, 400 anni prima, i fatti che rendono unico al mondo questo paese.
Quando si parla della Somalia ci si riferisce ad una entità priva di autorità centrali che incarnino le caratteristiche tipiche di uno Stato organizzato. Nel paese non esiste un governo riconosciuto dalla comunità internazionale, non viene battuta moneta, non esiste una politica estera o di difesa unitaria e non c’è un’autorità fiscale centralizzata. Inoltre, non è in vigore un diritto penale o civile unificato ed ogni regione viene amministrata secondo le consuetudini del luogo. In poche parole, ci troviamo di fronte ad un esempio di “non-Stato”. La condizione di “non-Stato” è sancita anche internazionalmente: la Somalia infatti non ha rappresentanti in nessun organismo regionale o internazionale, seppure i vari uomini politici autoproclamatisi presidenti ne abbiano fatto esplicita richiesta.
Quando Hobbes parla di “stato di natura” intende quell’ipotetica condizione in cui gli uomini non sono ancora associati fra di loro e disciplinati da un apparato governativo e dalle relative leggi. Lo “stato di natura” hobbesiano è atemporale, infatti si può presentare in qualsiasi fase della storia, non necessariamente deve manifestarsi anteriormente alla realizzazione di una organizzazione politica. Uno stato può subire una regressione tale da riportarlo a una fase caotica come quella dello “stato di natura”, esattamente quello che è capitato in Somalia nel 1991. Nello “stato di natura” tutti gli uomini sono uguali ma è vero anche che ciascuno desidera conservare la propria libertà, oppure conquistare il dominio sugli altri; entrambi questi desideri sono dettati dall’istinto di conservazione. Dal loro conflitto nasce la guerra di tutti contro tutti che rende la vita sgradevole, brutale. Nello stato di natura non esistono proprietà, giustizia o ingiustizia, c’è soltanto guerra e in guerra forza e frode sono le due virtù cardinali. Ogni uomo deve temere gli altri perché, anche se meno potenti fisicamente, potrebbero allearsi per ucciderlo se minacciati. Il diritto naturale di ognuno è la negazione del diritto naturale di ogni altro, gli uomini sono quindi perennemente coinvolti in uno stato endemico di guerra. L’uomo sfuggì a questi mali organizzandosi in comunità, soggette ciascuna ad un’autorità centrale, si suppone che ciò sia accaduto attraverso un patto sociale in cui tutti gli uomini si spogliavano del proprio individualismo e delle proprie libertà, assoggettandosi al potere di un unico sovrano, il Leviatano, che in cambio donava loro la sicurezza e la pace.
La “cupiditas naturalis” teorizzata dal filosofo inglese trova la più completa applicazione nel non- Stato presente da oltre vent’anni in Somalia. Il “Behemoth”, creatura con il quale Hobbes rappresenta lo svantaggio portato dall’anarchia in assenza di uno stato, è oggi un mostro vivente nel Corno d’Africa. Qui si manifesta ciò che leggiamo nel Leviatano, dove Hobbes espone la propria teoria della natura umana, della società e dello stato. La storia ci ha insegnato che, in determinate situazioni, anarchie temporanee sono da preferire a pessimi stati (ad esempio la Francia del 1789 o la Russia del 1917) e che spesso la presenza di governi privi di contrappesi conduce alla tirannide. Nello Stato non esiste solo il pericolo dell’anarchia, ma vi è anche il rischio dell’ingiustizia, della inamovibilità del potere, dell’ingordigia, dell’arricchimento personale illecito. Ma il punto chiave è il pericolo che un Paese rimanga senza Stato per lungo tempo. In tale situazione l’idea hobbesiana del mostro Behemoth che si materializza causando guerre civili ed ogni sorta di degenerazione civile si è concretamente materializzata. Il breve periodo di anarchia, ben visto da Hobbes, si è manifestato in Somalia nel 2006. Dopo l’11 settembre l’amministrazione Bush ha deciso di combattere gli islamisti ma con più cautela rispetto agli episodi accaduti nel 1993. Di conseguenza la Cia ha incaricato i signori della guerra, gli stessi criminali che da anni depredavano la popolazione somala, di combattere gli islamisti delle “Corti Islamiche”. La notizia che i signori della guerra, odiati da tutti, lavoravano per gli americani si è diffusa piuttosto velocemente rendendo ancora più popolari gli islamisti che nel giugno 2006 hanno cacciato da Mogadiscio gli ultimi signori della guerra. Per sei mesi gli islamisti sono riusciti a domare il territorio somalo riunendo sotto l’unica bandiera dell’islam i diversi clan, riuscendo a disarmare gran parte della popolazione più violenta. Sono riusciti persino a frenare i pirati convincendo alcuni clan delle città costiere a smettere di appoggiarli e se tale sistema non funzionava gli islamisti assaltavano le navi sequestrate. Ma poi la frangia estremista di Al Shabaab si è staccata da quella moderata facendo ripiombare la Somalia nel caos.
Il diritto ha origine naturale, è innato in ogni individuo avere dei diritti. Nello stato di natura ognuno ha diritto ad ogni cosa e a causa della scarsità dei beni disponibili, gli uomini ingaggiano una guerra di tutti contro tutti. La concezione di Hobbes dell’ essere umano come assolutamente egoista, pericoloso e costantemente bramoso di potere fu molto impopolare nel suo tempo ma calza perfettamente nella situazione somala attuale. Si possono formulare ipotesi su come questo sfortunato e splendido paese possa intraprendere un percorso che almeno interrompa le stragi di civili che hanno causato ormai oltre mezzo milione di morti. Un’ipotesi potrebbe essere quella riguardante il concetto di “contratto sociale” hobbesiano visto in chiave moderna, dove la “paura” di Hobbes porta gli uomini a legarsi tra loro attraverso accordi e società regolati con leggi a causa del timore reciproco. Il Leviatano, a cui i sudditi derogano tutte le loro libertà per ricevere in cambio la sicurezza, potrebbe essere visto nel contesto somalo come la creazione di un ordinamento giuridico a cui tutti i cittadini somali si sentano affini e a cui siano pronti a donare ogni forma di libertà e abbandonare il proprio individualismo per poter essere tutelati da abusi di ogni genere. I problemi sono comunque molteplici: chi mettere alla guida del paese? Chi potrebbe unire il sentimento somalo in un’unica nazione pronta a seguire il loro unico “sovrano”?
Una delle proposte migliori suggerisce di costruire un sistema decentrato, per risolvere i conflitti grazie a meccanismi politici locali. L’ordine sarebbe garantito da governi basati sul sistema dei clan nei villaggi, nelle città e nelle province. Questi minuscoli feudi potrebbero associarsi per formare governi distrettuali e regionali. L’ultimo passo sarebbe unire i governi regionali in una sorta di federazione nazionale, con il compito di coordinare la politica monetaria o la lotta contro i pirati ma senza tagliare fuori i leader locali.
Le potenze occidentali dovrebbero fare tutto il possibile per appoggiare gli islamisti moderati nel governo di transizione. Molti somali considerano la legge islamica la sola possibile risposta, anche perché per loro l’unica variante è imposta dai militanti di Al Shabaab che adottano una sharia molto più dura. Si avverte un forte desiderio di un governo islamico che non va confuso con l’appoggio al terrorismo. La religione, secondo Hobbes, si fonde con il sovrano, potere temporale e spirituale divengono un tutt’uno. Anche questo elemento è confrontabile con la realtà somala dato che le corti islamiche, unica sorta di istituzioni riconosciute dai vari clan, adottano la sharia per mantenere un minimo di equilibrio nel paese; una possibile uscita dalla condizione attuale si può realizzare solo attraverso un governo che adotti la legge islamica, unico ordinamento che accomuna tutta la popolazione somala. Dopo 18 anni di caos in Somalia è veramente difficile individuare i leader del paese. I somali dovranno superare gli interessi ristretti dei clan, in cui si sono rifugiati per avere protezione, e abbracciare l’idea di una nazione somala. Un altro problema è che un’intera generazione di somali non ha idea di cosa sia un governo e di come funzioni. Per loro la legge e l’ordine sono concetti totalmente astratti, l’unica legge del paese a tutti nota e da tutti seguita è quella del grilletto di un mitra.

Media4tech di Claudio Palazzi

Fonte: Claudio Palazzi, La voce di tutti

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