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Avevamo organizzato un carro, bello e colorato, ieri, con i precari e le precarie del Comitato 9 Aprile – Il nostro tempo è adesso.

Dal carro, vedi meglio quello che succede. Sei in alto, e hai la possibilità di vederli, se sei in grado di leggerli, i tanti segnali che vengono dal corteo. Chi ti sta dietro, chi ti sfila accanto. E già da piazza dei Cinquecento, prima di partire, avevamo visto facce poco raccomandabili. Ragazzetti con caschi e zaini, bottiglie di plastica riempite di acqua e polverine. Il corteo, dopo una lunga attesa, a fatica parte. Imbocchiamo via Cavour e la musica rimbomba tra i palazzi. Bene, siamo partiti. Il nostro spezzone si ingrossa, affluiscono ragazzi e ragazze. Da lontano, colonne di fumo su via Cavour.

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Vado avanti, devo raggiungere la testa del corteo, ci saranno una serie di interventi, tra cui uno mio. Pochi minuti per dire che le persone scese in piazza non sono l’antipolitica, che l’antipolitica è nei palazzi del potere, è in chi compra e in chi si fa comprare la fiducia per un posto da sottosegretario.

Scorro per tutto il corteo, è lunghissimo. Incontro tantissime persone; facce che vedi spesso, nelle assemblee e nelle riunioni, e quelle che vedi sono nei momenti come questi, quando è necessario esserci tutti, e stare tutti insieme. Insieme a me, però, risalgono il corteo parecchi ragazzi, casco in mano, zaino pieno, bandana sul collo, felpa scura. Camminano spediti come me per raggiungere la testa. All’altezza dell’inizio di via Labicana, i gruppetti sparuti che avevo visto lungo il corteo si sono ritrovati: eccoli qui, un blocco di due, trecento persone davanti a centinaia di migliaia di persone. Caschi, bastoni, facce coperte.

Arrivo in Piazza San Giovanni insieme alla testa del corteo. La piazza è già abbastanza piena, come succede sempre quando i cortei arrivano qui. Bancarelle di magliette e di libri, gazebo di associazioni, camionette che vendono acqua, birra e panini. Tutto tranquillo. Il corteo sfila nella piazza, pacificamente. Improvvisamente, da Via Emanuele Filiberto quattro blindati entrano nella piazza. Sparano con gli idranti, fanno caroselli per disperdere chi, allibito, era nella piazza fino a quel momento. Risalgo il corteo, per tornare al nostro spezzone, che è ancora a Via Cavour. Lì è tutto tranquillo.

Risalgo Via Labicana che è un teatro di guerriglia urbana: la caserma in fiamme fino al tetto, cassonetti in mezzo alla strada, auto bruciate, vetrine infrante, fiamme altissime. Fumo nero, degli incendi; fumo bianco, dei lacrimogeni.

Arrivo al nostro spezzone, facendomi largo tra la parte di corteo bloccata al Colosseo: non si capisce bene cosa fare. Responsabilmente, tutti deviano. Portiamo il nostro spezzone a Piazza Vittorio, e lì ci sciogliamo, rivendicando che la maggior parte del corteo è stata pacifica, e che nessuno può fermare la nostra determinazione e le nostre ragioni.

Questa, la cronaca. A partire da qui, qualche considerazione.

1) Come era inevitabile, è iniziato l’odioso tam-tam di chi cerca in modo spasmodico un colpevole, un capro espiatorio per quanto è successo. Diciamolo chiaramente: pensare che i disordini siano stati compiuti da gruppi organizzati, sapientemente orchestrati da qualche infiltrato dei servizi, è materiale buono per i professionisti del chiacchiericcio, per i pionieri del gossip sensazionalista, per i complottisti da tastiera e da carta stampata. Sì, è probabile che ci fossero infiltrati. Ci sono sempre, da sempre. Non è una novità, non fa più notizia. Così come, è molto probabile, qualche testa calda di qualche sigla o collettivo di una sinistra affascinata dagli scontri di piazza ci sarà stata. Negarlo, significa non conoscere la realtà che attraversa il paese. Ci sarà stato qualche fascistello, camuffato tra felpe e visi travisati con le bandane. C’è da fare casino; e se ti piace farlo, se ti piace provocare, vedere quello che hai fatto che finisce sul giornale, beh, quella di ieri era l’occasione giusta. Le maglie larghe dell’organizzazione del coordinamento, volute da qualcuno, non hanno permesso di stabilire e coordinare un servizio d’ordine. Inoltre, la scarsa legittimità del coordinamento ha permesso che tutti si sentissero liberi di fare un pò come gli pareva.

2) In piazza ieri, tra questi fantomatici black bloc, c’erano – soprattutto – giovani e giovanissimi. Ragazzetti che sono scesi in piazza con il solo fine di spaccare tutto. E qualcuno, forse, era consapevole che chi gli stava accanto nella follia di Piazza San Giovanni potesse essere un infiltrato. Ma se togli il futuro a una generazione, non puoi aspettarti che questa se ne stia con le braccia conserte a lasciarti fare. C’è chi ha la lucidità di capire dove e di chi sono le responsabilità di cosa succede (vedi, tra gli altri, i geniali Draghi Ribelli che nei giorni precedenti il 15 hanno occupato via Nazionale riuscendo a far velere senza la violenza e la distruzione i loro contenuti e le loro ragioni) e chi invece riversa in una cieca violenza il proprio modo di reagire all’assenza di prospettive. Non c’è giustificazione per quanto è successo, ma non giustificare non significa non cercare di capire cosa è successo ieri in piazza e perchè. E allora, riprendo qui una parte della lucidissima analisi di Salvo Leonardi: “come mai, quando a fracassare tutto sono i giovani ribelli delle periferie francesi o inglesi non si risparmiano gli attestati di simpatia politica e sociologica – organizzando workshops accademici e nei centri sociali (con tanto di citazioni dai ‘subaltern studies’) – e se poi qui da noi qualcuno li prende sul serio e pensa di emularli o sono teste di cazzo o fascisti infiltrati?” Fa comodo, alleggerisce le coscienze, pensare che sono teste di cazzo, fascisti e infiltrati.

3) Ho discusso molto, in queste settimane precedenti alla manifestazione, con chi continuava a invocare sui social network i forconi, l’assalto ai palazzi del potere. Con chi continuava a ripetere “le sfilate non servono più”. Bene: eccovi accontentati. Volevate un segno di discontinuità? Eccolo qui! Una bella giornata di scontri, in barba a chi, povero stupido, era sceso in piazza per dire basta, in modo radicale, ma nonviolento, portando in quella piazza contenuti e idee. E a cui non è stato permesso di manifestare la propria indignazione. Diceva Mao: “la rivoluzione non è un pranzo di gala”. Magari, la prossima volta che accendete il vostro computer per scrivere su FB o su Twitter qualche baggianata del genere, accendete pure il cervello. Non si sa mai.

4) Le responsabilità politiche per quello che è successo ieri a Roma sono, in primo luogo, della politica. Sono anni che gli italiani scendono in piazza per chiedere un cambio di passo, una politica credibile per rilanciare il paese, un’opposizione che sia opposizione vera. La sinistra (parlamentare e non) non è in grado di interpretare le istanze che da anni si sollevano dalle piazze italiane: per incapacità e per distacco dalla realtà. D’altra parte, il Governo non ha nessun interesse, non ne vede l’utilità: le manifestazioni di piazza sono un fastidio, un’inutile passerella di garantiti, di bamboccioni, di scansafatiche (a seconda delle categorie sociali mobilitate). Questo disprezzo per la piazza, per le persone che dimostrano il proprio dissenso, l’incapacità di farsi carico di queste richieste, la continua allusione alla natura antipolitica di queste istanze, ha aumentato la frustrazione, ha alzato il livello dello scontro. Scientemente. E qualcuno, inconsapevolmente o no, c’è cascato.

Berlusconi, nel frattempo, si frega le mani e ringrazia. Per un pò, i riflettori saranno puntati altrove.

E tutti quelli che ieri hanno creduto di far parte di un grande movimento globale per il riscatto della democrazia e della politica sull’economia, se ne sono tornati a casa con le pive nel sacco. Già oggi, però, si ricomincia. Che c’è tanto lavoro da fare, per far capire a tutti e tutte che siamo noi, il 99%.

 

Fonte: http://www.sociologico.it

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