Tra le tracce investigative sul caso di Emanuela Orlandi spicca la pista del dramma familiare consumato a Torano, vicino Rieti. L’ipotesi prevede la morte della ragazza da parte dello zio, Mario Meneguzzi, all’interno dello chalet di vacanza. Dopo, l’uomo potrebbe aver sfruttato la fitta vegetazione del bosco di Sant’Anatolia per occultare il cadavere a pochissima distanza dalla casa.
Questa ricostruzione trova riscontro nelle indagini della Procura di Roma, che ha disposto la perquisizione della villetta di Mario Meneguzzi a Torano, oltre che a Roma. L’obiettivo degli inquirenti era duplice: individuare elementi compromettenti a carico dello zio e ispezionare l’immobile alla ricerca di intercapedini o nascondigli segreti usati per occultare il cadavere. Tuttavia, secondo gli esperti di criminal profiling, una simile ricerca tra le mura domestiche rischia di rivelarsi infruttuosa, perché i colpevoli occultano raramente le vittime nella propria abitazione o nel giardino circostante, a causa dell’elevato rischio di essere scoperti nel tempo.
La villa di Meneguzzi sorgeva a Torano, in via Corvaro, all’interno della Valle del Salto. L’uomo conosceva palmo a palmo questo territorio boschivo che comprende ben trecento chilometri quadrati, rendendo assai probabile l’occultamento del corpo in un’area esterna. In questo scenario, il bosco di Sant’Anatolia emerge come l’ipotesi più verosimile: rispecchia infatti il principio criminologico della “zona di comfort”, ampiamente teorizzato da esperti come l’ex profiler dell’FBI John Douglas: si trova a soli cinque minuti da via Corvaro, è pieno di vegetazione ed è scarsamente battuto.
Questo elemento offrirebbe una spiegazione anche al vuoto temporale nella notte della scomparsa: il padre di Emanuela, pur avendo contattato la residenza di Torano intorno alle 22:00, riuscì a rintracciare lo zio solo a mezzanotte. In quelle due ore, Meneguzzi avrebbe avuto il tempo di occultare il cadavere. Secondo l’ipotesi al vaglio degli analisti, la salma della nipote potrebbe essere stata chiusa in un piccolo baule, calata in una fossa, protetta da una lastra di ferro e ricoperta con terra e fitta vegetazione. Un’eventuale attività di ricerca in quell’area richiederebbe tuttavia l’impiego di strumentazioni tecnologiche all’avanguardia — come il magnetometro o il georadar — oltre a un massiccio dispiegamento di personale per setacciare la zona.
Le recenti attività d’indagine e l’insistenza sulla pista familiare hanno però sollevato l’immediata e ferma opposizione della famiglia della quindicenne scomparsa nel 1983. Il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, ha negato categoricamente qualsiasi coinvolgimento dello zio, definendo l’intera operazione come un maldestro tentativo di scaricare le responsabilità al di fuori delle mura vaticane. Secondo Orlandi, l’estremizzazione della tesi legata a Meneguzzi — basata su vecchie lettere relative a presunte avances del passato — rappresenta un paravento istituzionale utile solo a distogliere l’attenzione dalle piste internazionali e dai segreti dello Stato Pontificio.
Anche il figlio del sospettato, Pietro Meneguzzi, è intervenuto a difesa del padre defunto: ha sottolineato come l’uomo avesse chiarito la propria posizione all’epoca dei fatti e ha definito le nuove perquisizioni a Torano come un’inutile sofferenza inflitta a una famiglia che ha già pagato un prezzo altissimo a questo mistero. Tuttavia, fino a quando i georadar non passeranno al setaccio la vegetazione del Bosco di Sant’Anatolia questa pista rimarrà sospesa tra la teoria e il sospetto.




