Ti trovo radiosa come sempre, con quel sorriso che contagia anche me. Il tuo sguardo pieno di amore e comprensione; le tue braccia forti; le tue mani consumate, di chi ha lavorata una vita intera nei campi, e a causa di quel detersivo che tanto ti dà fastidio quando lavi i piatti. Indossi il tuo cardigan blu preferito, che è anche il mio preferito. Quel cardigan che è diventato mio, che mi piace tanto perché c’è il tuo profumo sopra. Porti una di quelle gonne lunghe che trovi così comode e ai piedi le ciabatte che hai comprato uguali alle mie. Non stai ferma un attimo, stai iniziando a preparare da mangiare e corri per le scale per andare nella cucina al piano di sopra.

Ti vengo incontro per salutarti. Sei la mia roccia, la mia ancora; abbracciarti non mi sembra vero. Cerco di avvolgerti con le mie braccia e posso sentire il tuo respiro affannoso, ti stai stancando. Mi chiedi cosa voglio mangiare, ma la risposta la sai già: cannelloni ripieni di carne al pomodoro e patate fritte. Ti seguo ed ogni volta mi meraviglio di come tu riesca a fare sempre tutto e sempre nel modo giusto, mentre io sono un disastro. Sono un disastro in cucina, sono un disastro i miei capelli, sono un disastro nel resto. Mi rassicuri e ci mettiamo a parlare, a ricordare. Il tempo stringe.

Mi spingevi sull’altalena e io ti urlavo che volevo essere più veloce della luca. Le infinite partite a carte la mattina, mentre facevo colazione, e io che mi arrabbiavo quando capivo che imbrogliavi per farmi vincere. Tutti gli oggetti che mi compravi quando andavi al mercato. Il tuo lettone che occupavo quando stavo male e anche quando stavo bene. Quante volte colpivo la pallina contro quel muro e quante volte la raccoglievi per me. Quante volte mi raccoglievi quando cadevo per terra, perché correvo sempre, perché non sapevo tenermi in equilibrio sulla bicicletta o perché crescendo ho ricevuto colpi che a volte mi hanno mandato al tappeto.

Mentre riavvolgiamo il filo della nostra storia, la cena è pronta e scendiamo sotto con in mano piatti e vassoi. La tavola è già apparecchiata e ci sediamo. Tu a capotavola, io all’altra estremità. Ora prendo il tuo posto e lo occupo piena di orgoglio. Sei accaldata e sempre più trasparente.

Il tempo corre veloce, non aspetta nessuno. Aveva ragione Orazio: carpe diem. Se non cogli l’attimo il tempo non torna indietro per te. Meglio vivere e sbagliare piuttosto che avere rimpianti. Mentre questa incudine, scandita dal tic tac perpetuo, ci cade sopra inevitabile, inesorabile, finiamo di conversare. Ti racconto tutto quello che ho nel cuore, anche se tu lo sai già. Mi ripeti tutti i tuoi insegnamenti che tengo scolpiti nella mente e senza i quali non sarei la ragazza che sono diventata. Non vorrei mai lasciare questo momento, vorrei che l’infinito fosse qui. Purtroppo questo tempo è un orologio che prosegue anche senza batteria e noi ci pieghiamo ad esso.

Scatta la mezzanotte. La cena è finita. Ti alzi e vai a posizionarti in piedi vicino al termosifone. I tuoi occhi si stanno lentamente spegnendo e le tue forme vanno pian piano svanendo. Ti raggiungo e ti bacio. Ti faccio tutte quelle promesse che rinnovo ogni giorno e ti chiedo di cambiare il corso del tempo. Ma non si può. Tu sei solo un angelo e il tempo non si può toccare.

Resta con me ti prego.

Il tempo è scaduto, devi andartene.

Scende una lacrima mentre ci salutiamo, ma entrambe crediamo in una prossima volta. Mi dirigo verso la porta, anche io devo uscire.

È completamente buio. Cos’è questo rumore, c’è qualcosa che suona fragorosamente, forse riconosco la musica… è la mia sveglia. Apro gli occhi.

Ciao nonna, al prossimo sogno.

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