Il 4 Dicembre si avvicina. Il popolo italiano è chiamato alle urne per decidere tra Sì e NO. In questo clima di fervore politico in cui ci troviamo immersi, con la Brexit in Inghilterra e il feroce scontro tra Hillary Clinton e Donald Trump per le elezioni presidenziali in America, anche l’Italia deve affrontare un referendum. La riforma, lanciata da Maria Elena Boschi, è stata approvata dalla Camera il 12 Aprile e adesso saranno i cittadini a dire la loro. Il presidente del Consiglio continua a portare avanti la sua campagna per il Sì, scontrandosi anche con la minoranza del PD, che è contraria. Per il No troviamo anche gli esponenti del partito di Forza Italia e del Movimento 5 stelle. Per essere valido non c’è bisogno che si raggiunga il quorum, a differenza del referendum abrogativo, in cui è necessario che vada a votare il 50% più uno degli aventi diritto.

In che cosa consiste questo referendum? Consiste nelle modifiche di alcuni articoli contenuti nella nostra Carta costituzionale. Si vuole rompere il bicameralismo perfetto. La camera dei deputati diventa l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e sarà l’unica ad approvare le leggi. Il Senato diventa un organo rappresentativo delle autonomie regionali, composto da cento senatori, di cui 95 nominati dai Consigli regionali e gli ultimi 5 dal Presidente della Repubblica, che rimarranno in carica 7 anni. Quindi non ci saranno più senatori a vita (carica che resta valida per gli ex Presidenti della Repubblica); gli attuali senatori a vita non verranno sostituiti. Il Senato potrà proporre modifiche sui progetti di legge ma la Camera potrà rifiutarli. Abolizione del Consiglio nazionale per l’economia e del lavoro (Cnel). Per i referendum abrogativi il quorum che rende valido il risultato resta del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto, ma se i cittadini che propongono la consultazione sono 800mila, invece che 500mila, il quorum sarà ridotto: basterà che vada a votare il 50 per cento più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche, non il 50 per cento più uno degli aventi diritto.

In merito all’argomento sono state intervistate due persone a campione ed è stato chiesto loro le motivazioni sulla scelta del Sì per uno e del No per l’altro. Partendo da una domanda più generale come “Cosa ne pensi del referendum?”, colui che vota No ha spiegato che, dal suo punto di vista, dopo il fascismo e la tragedia della guerra, la nostra Costituzione è strutturata per evitare che si possa accentrare il potere nelle mani di una sola figura istituzionale. Con questa riforma si spezzerebbe l’equilibrio e sarebbe un generale passo indietro, dal momento che il partito che vince le elezioni ottiene il controllo del parlamento e indirettamente del Presidente della Repubblica. Da parte invece di colui che vota Sì, la risposta è stata: è un’occasione per dare una svolta al sistema attuale, pur comunque mantenendo un sistema garantista della democrazia e che rappresenta quindi un cambiamento in positivo del nostro ordinamento, consentendo maggior governabilità in un paese che fin dalla prima legislatura ha sempre avuto difficoltà nell’avere un governo stabile. Per quanto riguarda gli amministratori locali, chi vota No pensa che questi, nel momento in cui si trovano a fare un “secondo lavoro” in Senato, rischiano di fare male anche il primo e non essere competenti nel secondo. Mentre chi vota Sì crede che, con la riforma, i consiglieri regionali e i sindaci nel momento in cui ricoprono il ruolo di senatori, sono maggiormente coscienti dei problemi territoriali. Passando infine al discorso della riduzione dei costi ottengo come risposta da chi vota No, che è uno specchietto per le allodole: si tagliano solo 215 stipendi, ma i senatori avranno comunque diritto a rimborsi spese e benefit; non si riducono gli stipendi e rimborsi ai deputati e non si tagliano del tutto i corposi vitalizi. Mentre dall’altro lato mi viene risposto che avendo la riduzione dei senatori e la trasformazione della loro carica in onoraria, garantisce una riduzione della spesa pubblica, che seppur poco significativa, consentirebbe un risparmio dello 0,6% del PIL.

Questo il pensiero di chi, analizzando la riforma, ha scelto per cosa votare. Parlando con la gente, si capisc che questo referendum è tradotto nella formula “se voto Sì appoggio Renzi, se voto No gli vado contro” e da qui le relative decisioni. Indipendentemente dal sì o no alla riforma, cambieranno mai veramente le cose?

Emy Damiani

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