indexE’ la notte tra il 2 e il 3 marzo, la notte della 86ma edizione degli Oscar. Oltreoceano Hollywood freme ma non è la sola. Anche l’Italia è impaziente e dopo 15 anni di assenza dal Belpaese, la prestigiosa statuetta vi fa ritorno grazie al napoletano Paolo Sorrentino e alla sua ” Grande Bellezza”. In competizione con Belgio, Danimarca, Cambogia e Palestina, il film ottiene l’ambito premio nella categoria “miglior film straniero”, quindi non in lingua inglese. Sorrentino sul palco del Dolby Theatre con Tony Servillo e Nicola Giuliano al fianco, ringrazia le fonti che hanno ispirato la realizzazione del film: “Federico Fellini, Talking Heads, Martin Scorsese e Diego Armando Maradona”, quattro grandi campioni ciascuno nel proprio ambito ma non solo, anche Roma, Napoli e non meno importantla famiglia, la sua grande bellezza. Al momento l‘Italia detiene il primato di vittorie con 11 statuette conseguite fino ad ora e tre premi come miglior film straniero ottenuti prima che venisse ufficialmente costituita questa categoria.

Il film è un grande affresco di vita. Quella di Gep Gambardella, scrittore dotato di eccentrica sensibilità che nella vita ha pubblicato un solo romanzo, per poi precipitare nel vortice della mondanità di una Roma meravigliosa e allo stesso tempo dissipatrice. Il regista ha voluto mostrare uno spaccato della capitale poco realistico, per questo la descrizione della città è filtrata attraverso lo sguardo di un non-romano, di un napoletano. Non è caotica, né immersa nel traffico. Roma è come una grande scenografia teatrale che mette in moto gli sviluppi interiori degli attori che di questa scenografia fanno parte. E’ immobile, vuota perché riflette il vuoto esistenziale dei personaggi al suo interno, che faticano a trovare un senso delle cose.

Sistematico è il contrasto tra la caotica e amorale mondanità capitolina e la sacralità di una Roma delle grandi rovine, ombre di un antico passato. Sorrentino vuole evidentemente mostrare, attraverso una straordinaria potenza delle immagini, lo squallore, la volgarità e il patetico che sta dietro ad una società odierna decadente, dominata da una generale indifferenza. Non a caso il protagonista vive accanto ad un coacervo di istituti religiosi: da un quadro realistico quanto grottesco emerge una velata (ma neanche troppo) critica nei confronti delle alte sfere ecclesiastiche.

Alla tenera età di 65 anni il protagonista interpretato da Toni Servillo, matura la consapevolezza di essersi per anni circondato di vacuità, di persone che non hanno voluto misurarsi con le menzogne e le fragilità della propria esistenza. Vive una crisi di coscienza e quando ha la tentazione di scrivere un secondo romanzo, si guarda intorno e comprende che la sua vita non è altro che il nulla. Il regista due volte nel corso del film richiama lo scrittore francese Flaubert, la cui massima aspirazione è stata scrivere un romanzo sul nulla, senza riuscire effettivamente nell’intento. Qui Sorrentino evidenzia la desolazione di un uomo che ha cercato la grande bellezza della vita senza riuscire materialmente a coglierla. Ma anche quando la disillusione è totale, Gep trova conforto nell’incontro con due personaggi. Prima una Ferilli terminale che riporta alla memoria del protagonista l’affetto di un grande amore giovanile. Poi una “Santa” missionaria, essenza di quella pura spiritualità mancante in tutto il film, che gli ricorda attraverso una metafora la fondamentale importanza delle radici.

In un film interamente dominato dalla decadenza e dal pessimismo nei confronti di presente e passato, il finale manifesta un sentimento rinnovato di speranza ed ottimismo verso il futuro. Il viaggio interiore del protagonista si conclude con il sorriso compiaciuto di un Servillo consapevole e pronto a scrivere il romanzo di una vita.

Fabiana Luca

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.