La volpe e l’uva

Quella mattina sulla banchina si era creata una calca peggiore del solito. La corsa precedente era saltata e quella successiva era in ritardo. Il treno, quando finalmente arrivò, fu preso d’assalto. Riuscii a salire tra gli spintoni. Naturalmente a sedersi neanche a parlarne. Avevo però conquistato un angoletto al riparo da gomiti appuntiti, aliti pesanti e ascelle puzzolenti. Però ovviamente non c’era spazio per leggere, come facevo di solito. E forse fu per questo che spiai la coppia sulla settantina davanti a me. O semplicemente perché mi erano capitati accanto. Non li avevo visti prima, li avevo trovati già lì. Chissà dove erano saliti.

Giacca blu scuro e calzoni grigi lui, giacca nera e gonna grigia lei. Persone normali, comuni. Lei era ansiosa, temeva che il ritardo facesse saltare il loro appuntamento. Lui la rassicurò. Avevano tutto il tempo. Le voci erano garbate, pacate, poco più di un sussurro. Lei si acquietò. Si fidava. Si affidava.

Approfittando della fermata successiva aprì la vecchia borsa da cui sporgevano fogli di cartelle mediche. Ne tirò fuori una caramella, una di quelle alla frutta. La scartocciò con cura e gliela porse. Lui, un attimo prima di aprire la bocca, si ritrasse. “E tu?” chiese. Lei annuì e sorrise, come se se lo aspettasse. Riaprì la borsa e gliene mostrò un’altra, avvolta in una carta rossa con la scritta dorata. Solo allora lui accettò. Scartocciò anche la sua e la mangiò. Si guardarono negli occhi, come due bambini dopo una marachella. Si sorrisero. Lei cercò sostegno al palo alle spalle di lui. Appoggiò la mano su quella di lui. Che, immediatamente, aprì le dita per accoglierla.

La stazione Tiburtina, la mia fermata, è di scambio. Vi scende la maggior parte dei pendolari. Già normalmente, nelle ore di punta, tra chi parte e chi arriva, si crea un muro di gente. Quella mattina era ancora peggio. Appena fuori dal treno mi guardai intorno a cercarli. Avevo intuito che erano diretti al Policlinico, avrebbero dovuto scendere anche loro lì. Per poi proseguire con la metro B, come me. Ma non li vidi. Per quanto mi guardassi intorno, per quanto li cercassi, niente. Li avevo persi.

In ufficio fui, come sempre, presa da telefonate e pratiche da smaltire. Eppure non riuscivo a togliermi dalla mente quei due. Avevano stuzzicato la mia curiosità.

Vista l’età c’era da pensare che fossero una coppia di vecchia data. Ma ancora così affiatati? Ancora con quella tenerezza, quella cura? Quell’attenzione? Quell’amore? No, non era possibile. Forse erano due vedovi, che si erano incontrati in tarda età. O magari erano stati fidanzati, da giovani, e si erano ritrovati da poco.

Anche se questa versione tradiva un certo romanticismo, in fondo mi convinceva, mi piaceva. Doveva essere così. Doveva. Perché l’amore non può sopravvivere così a lungo. Perché, si sa, l’amore è sopravvalutato.

Qualche tempo dopo li rividi. Non li avevo scordati, così li riconobbi subito.

Successe di nuovo in treno. Erano nello scompartimento in cui due file di sedili, sistemati uno accanto all’altro, lasciano il corridoio di mezzo per i posti in piedi. La folla mi aveva spinto proprio lì, davanti a loro. Questa volta però erano in tre. E si tenevano tutti e tre per mano. Tra loro, al centro, c’era una ragazza down con una benda sull’occhio sinistro. Era adagiata su di lui. Gli poggiava la testa proprio in quella curva che fa il collo tra la mandibola e la spalla. Gli faceva le fusa. Lui, con la mano libera, le accarezzava il viso e i capelli. La donna le disse qualcosa, non riuscii a sentire cosa, piano. E la voce era tenera, dolce. Valeva un’altra carezza. Le parlò all’orecchio. Doveva essere un gioco tra loro perché la ragazza rise. Poi fece di sì con la testa, meritandosi un’altra dose di coccole. Scesi alla fermata di Roma Tiburtina, come sempre. Insieme alla gran parte dei pendolari. Stavolta però non mi voltai indietro a cercarli.

Camminai concentrandomi sui sanpietrini. E cocciuta mi ripetei che l’amore è sopravvalutato. Già.

Mariarosaria D’Andria

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