Nell’immaginario collettivo, spesso i negozi di antiquariato vengono equiparati a dei luoghi bui, statici e polverosi: gli oggetti antichi, declassati a ruolo di inutile ciarpame, restano lì per anni a saturarsi di muffa e tarli, senza che nessuno sia più in grado di dar loro una valenza simbolica o una seconda opportunità di proseguire la sua storia. Claudio Palazzi
Con l’Art Gallery Gregorio VII, ubicata nell’omonima via romana al civico 274, questo superficiale luogo comune viene completamente soppiantato: nei suoi spazi modesti ma molto ariosi, tutti gli elementi esposti, dalla cornice più malconcia al soprammobile minuscolo, non esitano a far parlare di sé e ad esibire la parte talvolta meno considerata del loro esistere, quella fenomenologica; ogni oggetto rappresenta un’implicita testimonianza di un determinato vissuto, incarna le vicissitudini di un individuo, di una famiglia o, addirittura, di un’intera epoca.

Non esiste manufatto artistico o industriale, vintage o moderno, esente da questo processo relazionale con l’ambiente esterno; esso, infatti, instaura un contatto, seppur fugace o poco significativo, con le persone con cui si è intrapreso un medesimo percorso per differenti motivazioni, sia commerciali, sia affettive.

Entrando nell’Art Gallery Gregorio VII si respira quell’urgenza di dialogo e di contemporaneità che sconfigge l’incomunicabilità, le reticenze, le difficoltà di espressione, dovute alla paura di perdere di vista la propria identità, qualora, anche minimamente, si provi ad andare oltre talune barriere estetiche e semantiche, considerate insormontabili.

Ed ecco che quelle istanze di apertura all’altro, di evasione e di espansione emergono ancora più vivide se, a dominare la scena, ci pensano le opere di una delle pittrici più lungimiranti e sensibili dei nostri tempi; l’energia racchiusa nella location in questione si moltiplica; ogni superficie, ogni presenza viene investita da una fonte di palingenetica luminescenza.

Lo spazio si tramuta in un unico e spontaneo centro di connessione che, non solo travalica i confini delle quattro mura o le svariate generazioni tra esse contenute, ma raggiunge anche l’universo ulteriore dei pensieri a cui, per troppo tempo, è stato negato il piacere di palesarsi e raccontarsi.

Con la pittura di Karen Thomas non vi sono dimensioni reali e psicologiche impossibili da esplorare: la mente stessa, inondata dalla luce, si amplifica ed è capace di comunicare con qualsiasi entità proposta dalla vita senza forzature; il risultato è il raggiungimento di una panica pienezza, fatta di armonia, totalizzante benessere, stupefacente bellezza, unione sincera con la natura, abdicando dalla presunzione di superare quest’ultima.

La mostra personale di cui è protagonista l’artista Karen Thomas, dal titolo “Verso la luce”, si propone proprio questo scopo: condurre i presenti lungo un cammino ascensionale, la cui meta è il prendere coscienza del valore etico dell’arte, inteso quale priorità assoluta, verso il quale la ricerca artistica dovrebbe rivolgersi.

Locandina dell’evento.
Credits: Peter Manchia

“Verso la luce” è un concentrato di importanti consapevolezze e profonde riflessioni: lungo tutta la durata della mostra, dal 15, giorno dell’inaugurazione, al 22 dicembre 2021, sarà possibile ammirare una serie di dipinti della pittrice tedesca, incentrati sulla potenza trasfiguratrice del giallo; quest’ultima é sicuramente la tinta che, con maggior immediatezza, capta i bagliori della luce.

Ugualmente rilevante, nelle opere di Karen, è il connubio sinestetico tra musica e colori, che evoca, in un equilibrato e delicato gioco di tinte, le melodie dei più grandi compositori del passato, come Vivaldi, Bach, Mozart e Beethoven.

Il vernissage di mercoledì 15 dicembre si terrà a partire dalle ore 18 (una replica dell’evento è prevista per sabato 18 dicembre, alla stessa ora) e sarà Karen Thomas in persona a prendere le redini della serata, aiutando i presenti nell’interpretazione dei propri lavori; fungeranno da moderatori la proprietaria dell’Art Gallery Laura Scribano, il curatore artistico Luigi Rosa e l’organizzatrice e scrittrice Alessia Citti.

Viaggiare nella poetica pittorica di Karen Thomas è un’esperienza preziosa, di spiccato arricchimento umano, che trascende i tecnicismi, talvolta avulsi dalla realtà, di alcune correnti artistiche, troppo impegnate a rendere l’arte un contesto elitario ed irraggiungibile.

Grazie a Karen, la pittura si veste di immanenza, senza mai rinunciare all’eleganza e al desiderio di mettere su tela gli immensi e fantasiosi giri della psiche nelle dimensioni parallele, laddove la creatività non conosce limiti.

Ed è proprio qui, nella relazione tra concreto ed immaginifico, che l’arte di Karen Thomas esterna tutto il suo impegno nel sottolineare l’importanza del lavoro dell’artista in quanto comunicazione, mediante un linguaggio immediato privo di ridondanze e sovrastrutture, come soltanto il fare artistico è in grado di tradurre in pratica.

Karen Thomas, dipinto dal ciclo dedicato alla musica classica, omaggio a Vivaldi.
Credits: Karen Thomas

La poetica intellettuale e pittorica di Karen, nata a Berlino e laureata in Lettere e Filosofia all’università di Kiel, è focalizzata, soprattutto negli ultimi anni, sul tema della fascinazione della luce, sperimentando quella tanto desiderata coesione totale, che coinvolge ogni aspetto dello stare al mondo.

I due cicli di dipinti, che verranno presentati durante la personale “Verso la luce”, dedicati alle sfumature abbacinanti del giallo e alla musica classica, propongono un approccio gentile e rispettoso nei confronti della natura, grazie all’ausilio di pennellate cariche di colore, mai aggressive.

Le tinte trasformano i supporti fisici su cui sono adagiate in campiture immersive, riproducenti l’afflato benevolo ed innocente dell’ambiente e di tutte le sue creature, le quali, invece di obbedire alla logica umana della vendetta, dell’impazienza e della sopraffazione, rispondono ai dettami della quiete e dell’empatia.

Se si supera il primo gradino dell’iniziale osservazione, le opere di Karen spalancano le porte della pace universale, scevra di compromessi sia con le asperità della società coeva sia con gli sterili sofismi di un’arte che ricerca esclusivamente l’immediato e vacuo stupore.

I dipinti di Karen Thomas accompagnano lo spettatore oltre il livello primario della tela, avviando un iter gnoseologico che va oltre l’introspezione e l’immedesimazione individuali; l’essere umano può entrare in sintonia con tutto ciò che lo circonda, prendendo coscienza del fatto che l’universo è ricco di richiami e rimandi in tutte le direzioni possibili.

Ne è una prova l’accostamento, proprio in occasione della succitata mostra, di quadri contemporanei con mobili e suppellettili di decenni addietro: benché inanimati, gli oggetti narrano il loro passato in una lingua che solo la curiosità ed una fervida immaginazione possono comprendere; il presente rischiara le loro trascorse vicende, proiettandoli direttamente in un futuro forse meno pervaso di oscurità.

Karen Thomas.
Credits: Karen Thomas

Nel tentativo di affrancarsi dalle ansie delle nostre incerte contingenze, le opere di Karen, dedite a diffondere il valore etico dell’arte, continuano, indefesse, a costruire un ponte, un legame sospeso e in perenne mutamento tra astratto e figurativo, tra impressionismo ed espressionismo.

I lavori di Karen danno forma ai sogni, lasciano intendere, ma mai si cristallizzano in lineamenti definitivi; la sua arte è atarassia, assenza di turbamenti, ma, al contempo, avverte il bisogno di scuotere il destinatario verso un’immediata presa di posizione per il bene di se stesso e degli altri.

Un fascio luminescente di entusiasmo ed attivismo, trasmesso all’interlocutore quasi per osmosi, prende le sembianze di una vibrazione sensoriale lieve ma decisa: essa veicola la speranza di una nuova sfolgorante era per lo spirito, al di là delle difficoltà e delle paure.

Questo rinnovamento dell’anima si compie sotto la guida benefica dei due sommi ideali, di cui l’arte dovrebbe sempre farsi portavoce, il Bello e il Buono, Kalos e Aghatos.

Non si tratta di vuoti concetti da idolatrare, ma di parole significanti e generanti qualcosa di concreto, una mescolanza vitale di trasfigurazione ed azione: l’unica, efficace ricetta contro il male, l’ignoranza e l’inettitudine.

Seguendo questi solidi principi, il ponte dell’arte si allunga verso inedite frontiere di interazione ed inclusione, permettendo al vulcano dell’espressività di eruttare una pioggia di lapilli, infuocata dalla brama di conoscenza e dalla sentita partecipazione alla danza straordinaria del vivere.

Una pennellata intrisa di musica e luce può indicare una via percorribile ed insegnare che un gesto nato dal cuore e da una schietta volontà di cambiamento è già una mano tesa a lenire le urla di un pianeta dolorante.

La comunicazione è ormai avviata… spetta a noi rispondere con un piccolo ma tangibile miracolo.

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