È un romanzo di formazione, questo di Alessandro Gallo, che sconta, più di ogni altra pena, il fardello della memoria, insopportabilmente oneroso in una città immemore e spaesata come Napoli. “Un luogo come tanti”, ammicca l’autore, sottintendendone non la generica morfologia, piuttosto la pluralità delle vocazioni, dei ruoli che la città è chiamata ad interpretare. Un luogo che decreta la propria distanza dalla voce narrante per effetto dell’incomprensione, incomprensione del nome, sbandamento di un’identità che è nomade e vorticosa, abusiva infine. Di questo passo, è chiaro che la mise en abyme divenga la veste naturale per narrare le picaresche avventure del protagonista, attraversato, per effetto del legame con i propri avi, da fantasmi eduardiani o da scenari di una pasoliniana vita violenta. Tuttavia, se uno scarto avviene, tra tentazioni di aderire alla materia narrata e una più scaltrita consapevolezza, questo si gioca proprio sul terreno della teatralità, esperita come cifra consolatoria e dannazione senza alibi. Quasi fosse un inesorabile destino a cui chiedere, ancora una volta, appiglio e salvazione: “agguantame”, appunto, come preghiera disperante e definitiva.
Un piccolo ambiente chiuso diventa una fucina di intrichi in cui borbotta un insospettato imbuto di voragine. Una vicissitudine di tremori transita in contesti animati dalla coscienza dell’esterno, fibrillanti di idee e si ha un mondo che brulica nel sortilegio del suo lucente buio. Le figure familiari sono superstiti di un naufragio, capaci di celebrare la loro insensatezza e volteggiare con l’anima allegra in una ballata d’autore. L’autore le raccoglie, le disloca negli intrecci, le disperde per far vivere le loro tracce, la tendenza manifesta verso una certa spettacolarizzazione di gesti, dialoghi, stati d’animo problematici: un popolo di sfigurati va allegramente da un destino di controfigura agli scenari della vita collettiva. Si tratta della diffusa propensione a spostare di grado la tenuta tranquilla di un episodio per ottenere un alterato disegno che, dato il suo carattere anomalo o paradossale, riveste facilmente compiti dissacranti, emblematici (un pallone da calcio assimilato ad una sopravvivenza remota, archeologica). Quando la sana certezza vince e si flette, massiccia, sulla vita, ecco la ruggine che corrode i giorni, il martello che smaglia il quieto rasoterra delle cose, scompigliando i mortali in quel loro andare e venire di “formiche”.
Folklore, carne e fame sono le spie di un modello che ha qualcosa di ancestrale e qualcosa di mediato dalla tradizione più recente (Annibale Ruccello, su tutti), capace di sondare il trash come deriva culturale prima ancora che come urgenza ecologica. Napoli è anche questo: la capacità, cioè, di fare storia con i suoi numi più recenti (appunto Ruccello) e poi dimenticarsene, tirare avanti, tirare a campare nel disfacimento di sé, nonostante il puzzo insostenibile dei morti, della morte. Forse è per questo motivo che nel bildunsroman di Alessandro Gallo, la lingua napoletana, con la sua caratura sapienziale, ha sempre il valore di un inciso, quasi si trattasse di una virtù residuale che sopravvive, nonostante tutto, come nostalgico frammento, eco di un tempo irrimediabilmente perduto.

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Alessandro Gallo

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