Il taglio dei parlamentari

Pochi giorni fa a Montecitorio, i principali partiti politici italiani hanno votato per la riforma costituzionale riguardante ‘il taglio dei parlamentari’. Il risultato della Camera è stato di 553 voti a favore, 14 no e 2 astenuti; la conseguenza del voto, sarà di una riforma che ridurrà il numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Quella che sembra esser stata una svolta, come annunciato più volte dal Movimento 5 stelle, è in realtà solo l’inizio di un percorso burocratico che non terminerà di certo dall’oggi al domani.

Cosa prevede la riforma?

Il provvedimento approvato pochi giorni fa, come già detto, prevede il taglio dei deputati e senatori, compresi anche i senatori all’estero che passeranno da 6 a 4, ed il numero dei senatori a vita, quest’ultimi scelti dal Presidente della Repubblica (secondo l’ art.59 della Costituzione). Poiché il decreto porta a specifiche modifiche degli articoli della Costituzione (precisamente il 56-57-58), se richiesto dalla Camera, questa manovra potrebbe portare ad un consequenziale referendum popolare.

Oltre a queste rettifiche prettamente tecniche, il taglio dei parlamentari è divenuta una mossa quasi “strategica”. Il governo giallorosso ed in maggior modo il Movimento 5 Stelle, (che da tempo promuoveva la riforma), si sono guadagnati la fiducia del popolo italiano, per la stragrande maggioranza favorevole all’iniziativa. In che modo? Una cosa è certa: la manovra porterà ad un guadagno complessivo di 5 milioni di euro a favore dello Stato.

L’impatto della manovra sulla rappresentanza politica

Il tema del taglio dei parlamentari e senatori ha portato molteplici polemiche sia tra politici che tra cittadini stessi. I primi, sembrano ormai essersi compattati verso un unico sì, con l’eccezione di alcuni personaggi specifici e del partito +Europa, che vedono compromessa l’idea di Costituzione. A questo punto sorge un interrogativo: si può ritenere in pericolo il ‘concetto’ di democrazia? Ovviamente no, ma per rispondere in modo esaustivo a questo interrogativo, è opportuno introdurre brevi cenni alla struttura della nostra repubblica parlamentare.

La nostra nazione: una repubblica parlamentare

Per capire meglio come possano le riforme “intaccare” il nostro sistema legislativo, è bene soffermarsi un momento sull’organizzazione e caratterizzazione dello stato italiano. L’Italia, essendo una repubblica parlamentare, è caratterizzata dal fatto che il popolo elegge direttamente i deputati in parlamento e successivamente, a quest’ultimi è dato l’onere di formare il governo ed eleggere il presidente della Repubblica. Il parlamento, organo che maggiormente caratterizza una democrazia, è formato, (nel nostro caso), da due camere, il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati; entrambe le camere hanno lo stesso potere legislativo, (e non solo), come definito dall’articolo 70 della costituzione italiana. Con quest’ultima assunzione, si può affermare che nel sistema italiano vige un ‘bicameralismo perfetto’.

Tali fondamenti, non riguardano specificatamente il modo in cui una legge viene approvata, ma si soffermano piuttosto sulle molteplici funzioni delle camere. Per questo, è bene ribadire che cambiando il numero dei rappresentanti, non cambierà la rapidità dell’approvazione delle leggi.

L’Italia rispetto ad altri paesi europei

Tale riforma, comporterà anche l’intervento sulla legge elettorale; questo perché, i collegi, generalmente, devono rispettare la proporzione della popolazione nelle varie regioni, proporzione che si muoverà di pari passo alle nuove composizioni delle camere.

Per quanto riguarda la classifica con gli altri paesi, sembra che l’Italia effettivamente abbia un numero di parlamentari molto alto, che la porta ad essere prima rispetto a gran parte dei paesi europei (Spagna, Francia e Germania). Rispetto a quanto detto però, poiché la rappresentanza politica dovrebbe proporzionarsi alla popolazione, la situazione cambia. Come riportato dal giornale online “Open”, l’Italia sembrerebbe aver un deputato ogni 100mila abitanti, e con la nuova riforma, sarebbe avanti solo alla Germania.

Le conseguenze della norma

Le riforme istituzionali, sono soggette a dibattito da molto tempo; non sono stati pochi infatti i tentativi di riformare l’ordinamento italiano. Spesso si è parlato di superamento del bicameralismo perfetto (per esempio la riforma costituzionale Renzi-Boschi); questo però sembra esser un argomento che si distacca da quello appena affrontato. Anche con un taglio dei parlamentari, l’iter burocratico per l’approvazione di una legge non verrà meno, poiché dipende non dal numero dei rappresentati, bensì dal concetto di bicameralismo stesso. Il bicameralismo infatti, viene ritenuta una forma di rappresentanza parlamentare in cui le leggi sembrano tarde nell’approvazione. Questo procedimento, da una parte, provoca meno pericolo per l’entrata in vigore di leggi poco conformi, dall’altra, poiché obbligatorio l’ok di entrambe le camere, potrebbe portare ad un consenso tardivo.

È opportuno quindi affermare, che con il taglio dei parlamentari non si apporta un vera e propria modifica per il consenso delle leggi, ne si lede la natura costituzionale del nostro paese. Sicuramente si è dato il via ad un processo che da anni era presente in molti programmi politici e che non si era mai attuato. È improbabile però, alleggerire il processo burocratico che caratterizza la formazione di una legge; per questo servirà cambiare in modo radicale il concetto di bicameralismo, che ad oggi non è di certo superato. Ciò che è certo è che ci troviamo in un’epoca nuova in cui stiamo provando ad evolverci. Questa nuova fase potrebbe portare all’evoluzione del nostro sistema, che si allontana sempre più dal centralismo dello Stato unitario.

Elena Fazio

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