La Procura di Roma ha un problema cronico con la verità, ma in compenso ha un tempismo formidabile quando si tratta di fare la voce grossa con i bersagli sbagliati. L’irruzione giudiziaria nella vita e nel lavoro di un blogger colpevole solo di aver condiviso un messaggio ricevuto da una fonte anonima e inattendibile sul caso di Emanuela Orlandi è la prova provata che si vuole spegnere le voci scomode.

Non è l’atto di una magistratura che cerca risposte, ma il riflesso condizionato di una giustizia che, dopo aver collezionato decenni di vicoli ciechi e fallimenti sul caso di Emanuela Orlandi decide di esibire i muscoli sequestrando computer a un blogger. Un attacco a chi fa informazione dal basso, che sa tanto di ripicca istituzionale.

L’accusa formale fa quasi sorridere, se non ci fosse da piangere: favoreggiamento. Un reato pesante, sbandierato per giustificare un provvedimento che definire sproporzionato è un eufemismo generoso. Di cosa si sarebbe macchiato Barbato? Ha nascosto un latitante? Ha bruciato dei faldoni? No. Ha commesso il “crimine” di aver ricevuto una e-mail sul caso Gregori, di averla letta, pubblicata e commentata sui social. Tanto è bastato per far scattare la requisizione dei suoi strumenti di lavoro.

Siamo al paradosso giuridico e democratico. Si usa il bazooka delle perquisizioni informatiche contro un cittadino che fa informazione dal basso, blindando i suoi dispositivi e, soprattutto, spazzando via la tutela delle sue fonti. Il messaggio subliminale spedito dalla Procura è cristallino, quasi mafioso nella sua logica: chiunque parli con un blogger o un giornalista rischia di finire nel tritacarne. È la strategia del terrore applicata al diritto di cronaca. E’ la censura dell’informazione. 

Se ogni volta che un blogger solleva un dubbio o pubblica un documento scomodo la risposta dello Stato è il sequestro preventivo dei suoi mezzi, allora la libertà di espressione in questo Paese è un lusso che non possiamo più permetterci. La magistratura dovrebbe cacciare i colpevoli, non i messaggeri che offrono il loro contributo. Finché i computer dei blogger faranno più paura dei segreti custoditi nei palazzi, la giustizia rimarrà un miraggio. Una Procura che confonde la caccia ai colpevoli con il bavaglio ai testimoni ha già perso in partenza. E dimostra che, dopo quarant’anni di buio, l’unica cosa che si vuole seppellire è la speranza di una verità.

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